Il TRAILER: che cosa è? Quanto funziona realmente oggi?

Dalla nostra inviata negli Stati Uniti d'America

ADESSO PARLIAMO DI TRAILER: cosa sono, da dove arrivano e perché oggi funzionano solo in parte

TALKING ABOUT TRAILER: what the word means, its origin and why it’s necessary to reinvent the product and at the same time renew our glance at the new movies


Alzi la mano chi guarda un trailer per decidere se vale la pena o meno vedere il film che sponsorizza. Ecco, non posso constatarlo ma sono quasi sicura che la maggior parte di voi é solita praticare quest’azione.
Il trailer rappresenta oggi lo strumento pubblicitario sui cui l’industria cinematografica investe maggiormente e con un grado di affinamento sempre più scaltro, eppure nel suo ruolo originario il trailer aveva un volto diverso. Subentrato una manciata di anni dopo l’invenzione del cinematografo, esso nasce come un filmino promozionale di durata brevissima proiettato alla fine del film con lo scopo di presentare una novità cinematografica. La modalità era semplice: si anticipavano alcune sequenze del prodotto per generare curiosità nel pubblico.

La parola trailer proviene da un termine inglese che si traduce in “rimorchio” e, come spesso accade ai fenomeni culturali, fu il New York Times a sancire nel 1917 l’ingresso di questa locuzione dal sapore automobilistico nel vocabolario degli addetti ai lavori cinematografici: «l’industria del cinema – si legge in un articolo – ieri ha iniziato l’invio di filmini noti come “trailer” (rimorchi) per tutte le 15.000 o più sale cinematografiche negli Stati Uniti. Questi film sono lunghi 21 metri e sono allegati a film più lunghi».

Nella sua prima versione il trailer era un “provino” finalizzato a promuovere uno spettacolo teatrale di Broadway e, dato l’enorme successo, si decise di adottarlo praticamente su tutti i film.

Piccolo salto nel passato. Agli esordi il cinema era muto, gli strumenti ancora in esplorazione ed inoltre nelle sale – spesso un’unica sala – una volta pagato il biglietto, si entrava in qualunque momento assistendo alla trasmissione a ciclo continuo di film inframezzati da pubblicità e cinegiornali. Non posso esimermi dal provare una certa commozione all’idea che il cinema rappresentasse un evento magico rispetto al quale non era possibile prepararsi e nemmeno sapere se ci sarebbe stata la possibilità di vedere una pellicola dall’inizio. Shock totale.

Nel duplice significato di agganciarsi e attrarre, il trailer era in principio posizionato alla fine di un film con l’obiettivo di accendere una luce su una pellicola di futura proiezione.

Fino agli anni sessanta del Novecento, sia per motivi culturali che tecnici, i trailer svelavano pochissimo dei prodotti cinematografici puntando sull’effetto “meraviglia” – che comunque ci sarebbe stato, data la modalità di fruizione dei film dell’epoca – ad esclusione di pochissimi ed illuminati esempi quali alcuni trailer di Hitchcock, Psycho più di tutti, in cui lo stesso cineasta commenta il film e conduce lo spettatore sul set. E’ cosa poco nota ma intuibile che i registi non amino firmare i trailer e che creazione e produzione degli stessi sia affidata a società che se ne occupano appositamente, generando un possibile tradimento dell’essenza del film che é un rischio sempre dietro l’angolo nell’opera di traduzione.

Progressivamente nei trailer, l’accezione sostanziale di promessa é stata soppiantata dall’idea di proporre una versione accorciata del film – specchio dell’impazienza e del calo del desiderio tipici della contemporaneità? – mentre la forma dei “filmini” ha osservato un’evoluzione considerevole, passando dal contenere i frammenti ritenuti più significativi e la presentazione dei protagonisti, dalla semplicità e dai guizzi dei tentativi operati ai tempi del cinema muto, a recipienti sperimentali e all’attuale ahinoi standardizzazione del prodotto in quel che il New York Times ha sintetizzato magnificamente:
«nella prima parte vengono introdotti personaggi e contesto; seguono poi le prime complicazioni presenti nella trama, e poi un terzo atto che fa intuire una possibile soluzione e poi, quasi per gioco, una scena finale spiritosa. Titoli di coda. La loro enfasi varia, ma generalmente rielaborano il film in una catena di frammenti particolarmente rivelatori, brandelli di canzoni pop, improvvisi colpi di scena e suoni predefiniti. Questa è la narrativa dei trailer».

L’accelerazione operata dai media quali la televisione, il web and i social, ha comportato innanzitutto l’abbandono definitivo della trasmissione del trailer alla fine dei film e in seconda battuta il rilascio, da parte dell’industria cinematografica, degli investimenti maggiori verso questi strumenti di marketing di forte traino popolare. Straboccando in primis su youtube e poi in tv, il trailer perde senza possibilità di ritorno la sua accezione originaria perché non ha più necessità di un film che lo rimorchi.

Per giunta negli ultimi dieci anni, complice l’incapacità dello spettatore di attendere, i produttori cinematografici hanno cavalcato l’onda del successo dello strumento pubblicitario creando e promuovendo non solo diverse versioni del prodotto, ma anche alternandole con i teaser -brevi adattamenti dei trailer – al fine di aumentare ulteriormente l’hype intorno ad una nuova uscita. Il fenomeno ha dunque contribuito a svilire l’effetto sorpresa poiché la molteplicità delle forme pubblicitarie tende a svelare il film nella sua interezza oppure, in maniera più dannosa, a mostrarlo diverso da com’é, più bello o più brutto, incidendo significativamente sulle sorti della pellicola dal momento della sua diffusione.
Frequentemente vado al cinema senza aver visto il trailer.


Due considerazioni a riguardo. Attualmente nelle sale cinematografiche i trailer sono inframezzati da spot pubblicitari di ampia natura che disincentivano lo spettatore a porre attenzione ai trailer, ma é anche vero che chi va al cinema spesso è incline a saltarli e a recarsi in sala giusto al momento di lancio del film. Probabilmente stimolato dalla pluralità di questi prodotti pubblicitari, lo spettatore arriva al cinema già saturo, con la svagataggine di chi nel migliore dei casi attende una conferma di quanto anticipato in teaser e trailer, ma é anche lo stesso che sui titoli di coda ha la fretta di abbandonare quella sala, senza attenzione all’atto del congedarsi, che richiede spazio e premura, nonché rispetto e curiosità per chi quell’opera ha concorso a realizzarla.
Forse il problema siamo noi, non i trailer.
Se da una parte l’industria cinematografica avrebbe bisogno di tornare in officina per trovare modi nuovi di invogliare le persone ad andare al cinema, dall’altra noi dovremmo trovare strade alternative ai mezzi di promozione per godere dell’attesa e tenere vivo il desiderio. Non a caso, Mark Wollen della Mark Wollen & Associates, che ha realizzato i trailer di alcuni dei film più amati degli ultimi anni quali The Social Network, Dallas Buyers Club, Dodici anni schiavo, é tra coloro che stanno contribuendo in maniera determinante alla trasformazione di questo mezzo pubblicitario, poiché i trailer da lui firmati rispecchiano il lavoro dei registi in un modo che trasmette la cifra emotiva delle loro storie senza rivelarla, offrendo una versione di recupero del significato originario del trailer con il supporto degli strumenti tecnici attuali. Per quanto riguarda noi, gli addetti ai lavori, quindi cineasti, sceneggiatori, direttori della fotografia, maestranze comunicano secondi mezzi diversi che potrebbe essere interessante leggere, ascoltare e vedere, e lo fanno relativamente al campo audiovisivo soprattutto attraverso le loro opere precedenti. Sarebbe bello tornare in sala senza sapere cosa ci aspetta, con tanta fiducia verso il cinema e con la consapevolezza che verremo sorpresi.



Diletta Ciociano, laureata magistrale in filosofia, masterizzata ed esperta di management delle risorse umane, professionalmente si occupa della gestione di progetti in ambito sociosanitario, pubblico e privato. Da sempre grande divoratrice di libri e film, ma appassionata di linguaggi culturali in generale, legge e dispensa consigli su cinema, letteratura, podcast e musica. Di recente trasferita negli Stati Uniti, vive a New Haven, Connecticut