Giovanni Baglioni. “Vorrei bastasse”…

Foto di Alfonso Papa


Strumentista raffinato, poco incline alla sovraesposizione.
Un cognome ingombrante che ha dato e tolto, ma mai determinato.
Misurato, riflessivo e sensibile al senso di giustizia e a una certa spiritualità.
La strada da solista della chitarra acustica gli assomiglia o, almeno, gli ha assomigliato finora, perché ha interpretato, anche nelle esibizioni live, la sua innata riservatezza e la decisa delicatezza.
Dotato di un carisma naturale, non ricercato e quasi certamente inconsapevole, Giovanni Baglioni ha attraversato gli anni della consapevolezza affidandosi alla ricerca musicale e allo studio dello strumento – la chitarra – che fa vivere nella sua interezza. La tecnica del tapping gli permette infatti di fare abitare anime diverse nella sua musica offrendo a chi ascolta, ma anche a chi lo guarda suonare, un’esperienza che “riempie” e soddisfa buona parte della sfera emozionale.
Perché nel suo caso, “ascoltare” e “vedere” sono due momenti che si eguagliano per la sensazione di meraviglia che si prova.
È un artista puro, dove la parola purezza assume esattamente il significato di non artificiale, non contaminato. Non costretto dalla smania di imporsi sul mercato, piuttosto richiamato dall’urgenza di esprimersi, con la volontà di arrivare a chi ascolta per il solo tramite dell’opera prodotta.
Da qui il titolo “Vorrei bastasse” scelto per il suo secondo disco, uscito il 24 marzo nei negozi – dove è disponibile in cd e in vinile – e negli store digitali, arrivato dopo quattordici anni da “Anima meccanica”, il suo disco di esordio. Anche la copertina rispecchia lo stesso concetto: Baglioni raffigurato all’interno di una bottiglia in mezzo al mare, come nei più classici dei messaggi che “approdano” miracolosamente accanto a chi era lì in attesa, magari senza rendersene conto.


LA COPERTINA DEL CD

È stato un momento molto interessante quello della scelta della copertina – spiega Baglioni – che ho condiviso fin dall’origine con Alessandro Dobici (fotografo che ha ritratto molte star italiane ndr.), con il quale c’è stata un’intesa perfetta, soprattutto grazie alla sua indole di artista. Lo è nell’approccio e nell’intenzione. C’è sempre un pensiero, un percorso sia cerebrale sia emotivo alla base di un progetto. Siamo arrivati al risultato finale dopo un vero e proprio flusso di coscienza. È l’opera che dovrebbe dare valore all’artista e non l’inverso. L’opera dovrebbe bastare, appunto, per veicolare chi l’ha generata. Non il contrario. Così, idealmente, arriva l’arte, proprio come un messaggio nella bottiglia, pronta a essere fruita da chiunque abbia voglia di raccoglierla. Un’offerta discreta, dunque, non urlata.



L’INTERVISTA

Ci sono delle anime alle quali, più di altre, vorresti arrivasse il tuo messaggio? Be’, sì. Mi piacerebbe, come spesso accade, che ci fosse una sorta di affinità elettiva. Quella che ti fa emozionare dalle stesse cose; che ti rende sensibile dalla stessa forma di bellezza; ti fa ridere della stessa forma di umorismo. Ci si sente confortati dalla sensazione di compatibilità con gli altri, è quello che ci scalda di più. È quello cioè che ci fa sentire meno soli. La speranza quindi è che la stessa emozione che ho provato io a suonare, soprattutto alcuni brani, attraversi anche chi ha voglia di ascoltare.

C’è un brano in particolare al quale rivolgi un’attenzione diversa dagli altri? “Il giro del giorno in ottanta mondi” è forse il brano più ambizioso dal punto di vista compositivo. È un po’ quello che fu “L’insonne” nel disco precedente, quello che vivo più emotivamente, quello che, ascoltandolo, può portare più lontano. È il brano col quale si può ambire alla connessione più profonda.

Se fossi tu l’avventore che si imbatte nel messaggio di “Vorrei bastasse”, che cosa ci troveresti? In fondo, immagino che, arrivando dopo molti anni dal primo disco, i brani siano stati pensati e suonati in un tempo diverso dal presente. Sono rimasti gli stessi, riascoltandoli? Credo siano invecchiati meno o, comunque, meglio rispetto a quello che mi sarei aspettato. Tanto è vero che il disco ha rischiato più volte di non uscire proprio perché io lo avvertivo ormai passato. Certo, lo era per me, non per chi si sarebbe apprestato ad ascoltarlo, ma era comunque un elemento da considerare, poiché, nonostante io fossi uno rispetto a tutti gli altri, ero quell’uno che doveva crederci di più. Alla fine ha vinto lui, con la speranza che assolva al compito di aver liberato il canale che si era ostruito proprio per il disagio di non aver ancora portato a compimento questo lavoro.

Racconti che per diverso tempo hai avuto un blocco: emotivo, personale e di conseguenza artistico. Insomma, il motore si era inceppato e faceva fatica a ripartire. Come sei arrivato a girare di nuovo la chiave per rimettere tutto in moto? La chiave devi girarla tu. Per quanto ci sia il più spassionato, intenso e amorevole sostegno di chi ti vuole bene, devi volere essere aiutato, altrimenti non c’è forza benefica che tenga. Questo ovviamente non vuol dire che non siano importanti e preziosi l’incoraggiamento e le carezze e l’amore di chi da vicino ci prova, ma paradossalmente ci sono momenti, soprattutto quelli di maggiore sconforto, in cui non ci si sente neanche degni destinatari di tanto bene.

Mentre la vivevi, eri consapevole della tua condizione? In parte sì, ma la consapevolezza, benché sia un passaggio sicuramente necessario, non è sufficiente per maturare la volontà e l’intenzione di cambiare qualcosa. Vorresti quasi che le cose cambiassero senza doverlo decidere. Ti manca proprio la forza per prendere una decisione. Non so esattamente che cosa sia scattato a un certo punto. Rispetto al disco e alla sua uscita, per esempio, ci sono stati diversi tentativi che da soli forse non erano del tutto convinti e dunque definitivi, ma insieme hanno probabilmente contribuito a dare la spinta che ha portato al compimento del lavoro.

Com’è il tuo rapporto con l’imperfezione? Quando ti rendi conto che avresti potuto fare meglio, tendi a lasciare o a rifare? Sono abbastanza chirurgico. Tendo a non lasciare l’imperfezione mantenendo però sempre soluzioni plausibili. Non c’è mai nulla di aggiunto che non avrei potuto fare in una sola esecuzione. L’unico pezzo che sul disco è un’esecuzione unica è proprio “Il giro dei giorni in ottanta mondi”. È un brano con un’interpretazione talmente libera che sarebbe stato difficile mettere insieme diverse esecuzioni. Infatti, all’interno ci sono un paio di piccole imperfezioni delle quali mi rammarico puntualmente quando le ascolto (ridiamo, ndr).

L’artista, una volta composta, lascia la sua opera a chi ne fruirà e, generalmente, chi ne gode ci trova ciò di cui ha bisogno. Esiste una chiave di lettura per “Vorrei bastasse”? Non c’è una vera e propria chiave di lettura. A me piace che ci sia equilibrio tra quanto un’opera è spiegata ed esplicita e quanto invece c’è, non dico di misterioso, ma di libera interpretazione.
È una caratteristica che apprezzo anche in altre tipologie di espressioni artistiche, per esempio cinematografiche o letterarie; preferisco quelle dove non sei né completamente abbandonato né portato per mano; dove ti viene indicata una direzione ma devi sentirti coinvolto e metterci del tuo per completarla.

Per una persona poco incline al protagonismo, come te, il momento del live non deve essere semplice. Come lo vivi tu? Non mi sono mai del tutto abituato e, comunque, non è mai la stessa cosa. C’è stato un periodo in cui vivevo proprio un dolore emotivo prima di esibirmi, ma è stato un momento specifico. Oggi non è più così. Mi capita di provare un po’ di paura nell’affrontare l’esecuzione, di dover fare i conti con qualche titubanza, ma c’è anche piacere. È il modo con il quale vengono affrontate le emozioni a fare la differenza. Spesso, la stessa paura è più frutto dell’aver paura di provarla. Rassegnarsi al fatto che ci sia fa meno danni che volerla a tutti i costi evitare.

Intanto, la prossima prova è a brevissimo. Mercoledì 12 aprile, alle ore 18, a Roma, alla Feltrinelli (via Appia Nuova 427), ci sarà la presentazione di “Vorrei bastasse”, durante la quale sono previsto un breve show-case e un firmacopie. Hai già deciso quali brani eseguire? Non ancora, ci sto pensando. Trovo che questo tipo di incontri offra una condizione ideale. Poter associare le parole alla musica è stimolante, oltre a ritenerlo adeguato alla musica che propongo che, per sua natura, parole non ne contiene. E poi, in fondo, a me parlare piace (ridiamo, ndr).

Foto di Alfonso Papa


L’INVITO



LA TRACKLIST E IL VIDEO DI “EMISFERI”

La track list del disco: “Tea Lemon Mummy”, “Toro Seduto Ascendente Leone”, “Miraggio”, “Roots”, “Il Giro del Giorno in 80 Mondi”, “SkArpeggio”, “Il Rischio dell’Emozione”, “Emisferi”.

Guarda il videoclip di EMISFERI

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BIOGRAFIA | GIOVANNI BAGLIONI | Sorprendente talento della chitarra acustica contemporanea. Giovanni Baglioni è uno dei nomi più interessanti ed originali nel panorama della chitarra acustica solista contemporanea. Virtuoso dello strumento, si approccia alla chitarra in maniera spettacolare spaziando dal sapiente utilizzo del tapping, all’impiego di accordature alternative, agli armonici artificiali, all’utilizzo percussivo dello strumento, e ad una minuziosa ricerca polifonica e timbrica. A partire dal 2006 ha iniziato ad esibirsi dal vivo attingendo al repertorio di importanti esponenti della chitarra acustica solista quali Tommy Emmanuel, Michael Hedges, Pierre Bensusan, Erik Mongrain, Preston Reed, Andy McKee, Maneli Jamal, Justin King e conquistando presto un proprio appuntamento fisso nello storico The Place di Roma. Ha partecipato ai più importanti festival italiani di chitarra acustica (Soave, Sarzana) e al Canadian Guitar Festival. Nel 2009 ha pubblicato il suo primo disco dal titolo Anima Meccanica, cui hanno fatto seguito diversi tour di successo e grande consenso sul territorio italiano. Si è esibito in numerosi concerti da solista in locali, teatri, auditorium, jazz club tra i più prestigiosi (Blue Notedi Milano, Salone Margherita, Alexanderplatz a Roma, FolkClub di Torino, teatro Geox di Padova). Ha collaborato in diversi progetti musicali con importanti artisti: guest star di Mario Biondi nel disco If, e in “Spazio Tempo Tour”; ospite solista e arrangiatore in numerosi tour di Claudio Baglioni; ha incrociato la chitarra con il sassofono di Stefano Di Battista; ha registrato un proprio brano con il pluripremiato chitarrista classico Flavio Sala nel disco “De la Buena Onda”. Ha partecipato al progetto Da Manhattan a Cefalù del pianista jazz Santi Scarcella. Ha condiviso il palco con Nicola Piovani, Simone Cristicchi, Mario Venuti, Pier Cortese, Filippo Graziani. Ha intrecciato la sua musica anche con altre forme d’arte, il teatro, la danza, la scrittura fra i quali: lo spettacolo Tra Schiaffo e Carezza – intrecci di parole e musica con il compianto scrittore Pino Roveredo, il progetto Arrivederci Fratello Mare di Erri De Luca, lo spettacolo METAmorfosi, commistione di arti, con Vinicio Marchioni e Walter Savelli, lo spettacolo Note di Cioccolata con Paolo Triestino. È attualmente in uscita il suo ultimo lavoro discografico Vorrei Bastasse che ha richiesto un lungo periodo di riflessione e gestazione. 



È Vice Presidente di Gruppo Eventi, la società che produce alcuni tra gli eventi più importanti di Italia, tra cui Casa Sanremo, l’area hospitality del Festival della Canzone Italiana. È giornalista e autore tv. È Responsabile dell’Academy di Gruppo Eventi, dopo una lunga esperienza nel campo della formazione.