NINJA BABY: perché non perdersi la visione del nuovo film di Yngvild Sve Flikke


Dalla nostra inviata negli Stati Uniti d’America

Ninja Baby is the last original, pleasant and touching movie signed by the Norwegian director Yngvild Sve Flikke arrived on MUBI a short time ago. A story about a young woman and her trip into difficult decisions about maternity that is impossible not to appreciate.


Nei suoi Diari, Susan Sontag afferma che “o si é puri o si é saggi”.
Nelle mie giornate in solitaria qui negli States, scelgo accuratamente cosa vedere, leggere, ascoltare. Talvolta la fomo mi attanaglia, sapete, la fear of missing out, letteralmente “la paura di essere lasciati fuori”, e sento che come voce fuori dal coro si cammina lungo i margini, non si sta nelle conversazioni della maggioranza, che sarebbe utile per anticipare le direzioni, eppure quella “destinazione ostinata e contraria”, oltre a farti sentire libero di vivere “con il tuo marchio speciale di speciale disperazione”, non é realmente una scelta, l’appartenenza ad una minoranza spesso coincide con un non poterne fare a meno, un’inequivocabile constatazione di fedeltà a se stessi. Riflessioni filosofiche a parte, tendenzialmente seguo un elenco da me stilato di prodotti artistici che mi interesserebbe approfondire, con la sorpresa di interromperne il flusso qua e là grazie all’incursione di qualcosa che distoglie l’attenzione dai miei piani, in breve le mie scelte cinematografiche sono una sintesi di pianificazione e istinto.
Come molti cinefili, oltre a frequentare il cinema, sono abbonata al maggior numero di piattaforme possibili e mi piace alternarle. In queste settimane sono stata molto fortunata, perché le visioni a cui ho assistito hanno contribuito ad accrescere la mia curiosità cinematografica, e per motivazioni tutt’altro che prevedibili: mi entusiasmo quando mi trovo dinanzi a film che non confermano, ma aggiungono, trasformano, differiscono. Da cosa? Dal mio gusto, dalla mia personalità, da quello che direi o farei se fossi nei panni dei personaggi. Insomma, una delle cose più belle del cinema é scoprire persone e mondi differenti, e sorprendersi ad evitare l’immedesimazione come meccanismo che porta il prodotto cinematografico su di te e non te sul prodotto cinematografico, che come potete immaginare richiede uno sforzo maggiore. Cerco consapevolmente un pó di fatica dopo la visione, non ricorro al cinema per distrarmi.
Uno dei temi più discussi ultimamente é la maternità, o meglio la narrazione della stessa, quella storicamente accompagnata da un filtro patinato che non ammette contrapposizioni. Che sia voluta o meno, la maternità deve essere riconosciuta come una delle esperienze più significative in accezione positiva, innanzitutto per la donna e poi per il suo nucleo di riferimento; tuttavia, il proliferare di storie di cronaca distanti da questo dogma sta gettando luce su vissuti che lo mettono concretamente in discussione. È infatti in questa culla di dissonanze che si colloca la pellicola norvegese di Sve Flikke atterrata di recente su MUBI, che ha come protagonista una giovane donna presumibilmente alla soglia dei trent’anni – ma della cui età non siamo certi – che scopre di essere incinta in uno stato avanzato della gravidanza, quando ogni decisione possibile esclude l’aborto. Il film si staglia sin dal principio come una pellicola dal sapore nordico, e quindi nel mio immaginario é la sua matrice geografica a configurarla essenziale, visiva negli spazi concessi dalla scrittura, sentimentale nel modo più sussurrato, silenzioso e misterioso del termine. La sceneggiatura, infatti, si percepisce varia e al contempo sobria ma non mappa tutto, e quel dippiù é una dichiarazione d’amore al cinema e allo spettatore, a cui richiede un ruolo attivo. NINJA BABY si presenta in gergo tecnico come film character driven, il che significa che la pellicola é tenuta in piedi dai suoi personaggi, in questo caso dalla sua protagonista alla quale la scrittura si inchina deliziosamente. Il tema della maternità é raccontato in modo originale, anche qui lontano dal coro, che possa piacere o meno, di sicuro è impossibile non rifletterne o parlarne. Nella pellicola si avvicendano sequenze ben riprese, con un’alternanza piuttosto coerente e godibile di registri diversi, dalla tragedia alla commedia al tenore grottesco, ma la pellicola é a mio parere il dramma di una donna tratteggiata da colori differenti, confusione, insicurezza, forza, tenerezza, e ancora e ancora, come spesso accade in un mix tensivo tra caratteristiche individuali e dinamiche sociali ereditate e introiettate, che cerca tenacemente di riappacificarsi o abbandonarsi a se stessa in uno spazio negato dal tempo, un luogo non sempre visibile che sfugge alla protagonista cosi come si sottrae allo spettatore. Che questo perimetro fisico si riduca e si allarghi come una fisarmonica, volontà e potere individuale si impongono alla giovane donna, il cui dramma appare sublimato dalla scelta registica di affiancare alla protagonista un personaggio immaginario in versione fumettistica denominato Ninja baby, il suo bambino non ancora nato e generato dalle sue creazioni: la protagonista Rakel, difatti, é un’ottima disegnatrice, che é tuttavia incapace di portare il gesto riflessivo del disegno nel suo processo decisionale. L’aspetto più interessante di Ninja Baby concerne il fatto che pur essendo una creazione della protagonista non é totalmente controllabile da lei: poco importa che il personaggio immaginario rappresenti letteralmente un’anticipazione di suo figlio o la ripresa metaforica di qualcos’altro, Ninja baby simboleggia in ogni caso un’eccedenza di senso, ovvero quello che potrebbe essere o meno come conseguenza delle decisioni che Rakel dovrà prendere, oppure le parole o le occasioni che lo spettatore si attenderebbe e che non si verificano nella trama narrativa, ad esempio la mancata e non giustificata presenza dei genitori di Rakel. Passano, difatti, in rassegna sullo schermo altri rapporti non originariamente sanguigni ma fortemente carnali, dal buffo futuro padre del nascituro, all’instancabile migliore amica, all’uomo dolce e squisitamente connesso dal punto di vista emotivo a Rakel e goffamente travestito da one night stand man, alla fine ció che convince é che questo circolo di sconclusionati personifica in maniera credibile gli attuali young adult nella loro tristissima incapacità di immaginare il futuro, quel tempo non ancora realizzato che le generazioni precedenti continuano a considerare fruttifero e che tuttavia hanno contribuito ad estinguere. Questo manipolo di giovani inattuali e stanchi perdura dunque a fluttuare in un presente scandito dal mantra del “qui e ora”, che tuttavia afferrano solo in parte. Lo spettatore potrebbe incorrere erroneamente nell’attesa del disvelamento della decisione della protagonista come linea destinale del film e sbaglierebbe, non solo perché il finale non ha la funzione di risolvere la pellicola – non ci troviamo davanti alle categorie del giallo o del thriller – ma anche perché ci si perderebbe qualcosa del rocambolesco seppur normalissimo viaggio di questa ragazza dentro la sfera delle decisioni difficili, che lo sono sempre quando implicano la rinuncia a qualcosa, uno scenario possibile, una versione mai più realizzabile di se stessi.


Le locandine pubblicate in questo articolo sono tutte tratte dal web


Diletta Ciociano, laureata magistrale in filosofia, masterizzata ed esperta di management delle risorse umane, professionalmente si occupa della gestione di progetti in ambito sociosanitario, pubblico e privato. Da sempre grande divoratrice di libri e film, ma appassionata di linguaggi culturali in generale, legge e dispensa consigli su cinema, letteratura, podcast e musica. Di recente trasferita negli Stati Uniti, vive a New Haven, Connecticut