“Racconti di fantasia partenopea” di Alfredo Salucci (Albatros Edizioni).
Storie originali e ammalianti.
Un mirabile “mélange” di trasformazioni e sorprese, di contaminazioni e sperimentazioni, di insegnamenti realistici e surrealistici dettagli.
Il racconto è un genere letterario di non facile realizzazione, perché esso presuppone la compresenza di più elementi, tra cui emergono la narrazione affabulatoria (con cui catturare l’attenzione del lettore), la sintesi (che coniuga brevità e incisività), l’icasticità (che consente al lettore di vedere vivida, con lo sguardo dell’immaginazione, la scena descritta). In genere, si trascurano la struttura e la composizione del testo (che spesso è la molla segreta che tiene avvinto il lettore alla storia). Del resto, l’etimologia del termine “racconto” ci richiama il verbo latino “computare”, che significa “calcolare”. Come tale, perciò, è la formula stessa del racconto a porre l’esegeta di fronte alla macchina del testo per ricostruire il meccanismo con cui l’Autore ha confezionato il prodotto.
Per ottenere questo fine, dopo aver letto con grandissimo interesse lo splendido testo “Racconti di fantasia partenopea” (Albatros Edizioni) del dott. Alfredo Salucci, non potevo non ispirarmi a metodologie critiche specifiche che aiutano a entrare nell’officina dello scrittore e a comprendere quali sono gli strumenti di cui egli si è avvalso per confezionare, nella fattispecie, questi racconti, fantastici e immaginari, eppur grondanti di verità.
Io ho rintracciato due critici che si sono occupati della costruzione del testo: uno è Viktor Šklovskij, che elaborò più di 100 anni fa il concetto di “straniamento” o “spaesamento” o “spiazzamento”, inteso come il processo che rende strano e sorprendente per il lettore ciò che è usuale e quotidiano, presentandolo in una nuova luce, dunque trasformandolo in oggetto poetico. Il secondo critico è Algirdas Julien Greimas che ha studiato le azioni dei personaggi, i loro rapporti e le modalità attraverso cui i personaggi si trasformano diventando l’opposto di quel che erano prima. Per condurre questa operazione, ho selezionato alcuni racconti, che meglio si prestano alla mia lettura strutturale.
Cominciamo dal racconto “Gennaro Esposito, detto Tiresia”, il quale non sa che a Napoli si è diffusa la paura di un’eruzione del Vesuvio (“straniamento” interiore per il protagonista). Don Gennaro si sbilancia negando che possa esserci tale evento, per cui la gente -quando riscontra il non avvenimento della catastrofe- finisce per credere più a don Gennaro che a San Gennaro, anche se don Gennaro-Tiresia nel suo intimo scopre di non essere per niente affatto un indovino.
Procedendo, ci imbattiamo in due racconti surrealisti: “Il manifesto” e “Il miracolo”. Nel primo, Casimiro apprende -con un’incalzante sequenza di tipo pirandelliano- da un manifesto affisso per strada che egli è morto. E siccome il funereo testo lascia capire che il “deceduto” si è comportato male con gli altri, egli decide -visto che è ancora vivo- di dedicarsi ad opere di bene (mutamento del protagonista). Avrà un effetto questa metamorfosi? Certamente sì.
Nell’altro racconto, il miracolo si è già verificato: Felice (“nomen est omen”) lascia la sedia a rotelle su cui è stato costretto a vivere per anni e si mette a camminare come una persona sana (vivendo una metamorfosi insperata). Di qui deriva l’intreccio di eventi che Salucci costruisce con fine sapienza narrativa.
E se vogliamo continuare per racconti che si richiamano strutturalmente, possiamo andare a indagare due bellissimi testi incentrati sulla Filosofia: “Don Felice Saputo” e “La sedia sapiente”. Nel primo, un artigiano autodidatta sorprende e spiazza tutti quelli che vengono a contatto con lui e noi stessi lettori, perché conosce la Filosofia a menadito, riesce a farla capire ai non dotti e determina anche effetti psicologici positivi negli ascoltatori. Dopo che ha tenuto una “Lectio magistralis” a Castel dell’Ovo, compie un gesto che nessuno si aspetta e che graffia il cuore del lettore.
Filosofo coltissimo è anche Antonio Amedeo Sigismondo di Partenope, protagonista del racconto “La sedia sapiente”, il quale, colto da amnesia, scopre surrealisticamente che una sedia è in grado di suggerirgli tutto quello che eventualmente gli sfugga. L’elemento originale è la visione del mondo sottesa a questi due testi: la teoria del “dèmone” (p. 40 e p. 247) che alberga dentro di noi e fa emergere le capacità di ognuno di noi, sostenendo la persona nei momenti difficili.
Una sorta di “summa” di tutti i temi trattati è il racconto finale “Una storia sepolta a Pompei” (che è anche il più ampio, il più suggestivo e il più articolato al punto da sembrare un romanzo breve). E’ un mirabile tuffo nel Passato (la storia si svolge nell’antica Pompei fino alla sua distruzione), Passato che al tempo stesso contiene norme per vivere bene nel presente e nel futuro. Si incardina intorno al protagonista Lentulo e ai suoi schiavi giovani e meno giovani (Menenzio, Betula e Odisseo) e a una giovanissima Livia, bella e dolce. Il padrone di casa, espressione dell’humanitas terenziano-ciceroniana, li considera come amici facenti parte della sua famiglia. Il tema della trasformazione riguarda Livia che, diventando grande da bambina che era, diviene ancor più bella (il suo incedere epifanico è simile a quello di una nobile o addirittura di una sovrana). Ma cattura anche Cratilo, che si innamora di lei (per farne però pur sempre una schiava, mentre Lentulo dà la libertà ai 4 amici ex-schiavi). Lentulo ha capito il piano di Cratilo; e Salucci, con grande finezza narrativa, anticipa ciò attraverso uno squarcio di monologo interiore sotto forma interrogativa del tipo “Quali intenzioni aveva Cratilo?” detto fra sé e sé, senza il ricorso al “verbum dicendi”.
Per questo l’altra trasformazione riguarda proprio Cratilo, che si rivela un falso amico-aiutante del padrone di casa: egli organizza anche un rapimento della fanciulla, innescando una serie di elementi cinematografici tipici del film di azione, che si protraggono fino alla fine. E proprio alla fine, nell’ultima pagina, l’Autore stesso pone un interrogativo non risolto sulla sorte di alcuni dei personaggi.
Ma qualunque sia la sorte di essi, l’unica cosa certa è che noi lettori conserveremo nella nostra mente e nel nostro cuore il ricordo di essi e del magnifico dono di una lettura profonda eppur leggera al tempo stesso, enigmatica eppur rivelatrice, popolare eppur indicativa della grandissima cultura dell’Autore.