Un vero pellegrinaggio è quello che compiono, intonando arcaici canti, i fedeli di Sarno il 12 settembre, a chiusura della festa della Madonna di Montevergine, tradizionalmente chiamata Madonna Greca e venerata nella Chiesa di San Matteo, sita sul Monte Saretto.
Alcuni affermano che la Chiesa fu eretta da Indolfo, conte di Sarno dal 962, altri che la realizzazione della Chiesa sarebbe stata opera di Roberto il Guiscardo. Tuttavia è incerto se Roberto avesse curato in prima persona i lavori o avesse solamente esortato i Sarnesi ad erigerla.
L’opera d’arte più preziosa in essa custodita è un’effigie della Vergine, posta nella navata sinistra della Chiesa di San Matteo. Stando al tipo di iconografia, esso appare orientale: si tratta infatti di quello della Odigitria, cioè “Colei che indica la via”. Il Bambino è eccezionalmente è poggiato sul braccio destro della Vergine, anziché su quello sinistro, per cui la Madonna fu chiamata Acheropìta, cioè “fatta non da mano umana”. Tale qualificazione fu assegnata al suddetto tipo iconografico dai monaci di Costantinopoli, i quali, nel riprodurre l’immagine mariana in modo contrario alla tradizione, sostennero che si trattava di un intervento divino e prodigioso.
In onore di questa Madonna si verifica l’evento finale della festa: l’esecuzione di canti, tramandati oralmente, che, dalle 18 alle 24 del giorno 12, sono eseguiti ogni anno nell’ascesa e nella discesa dalla montagna.
I canti iniziano con la richiesta alla Vergine di consentire l’accesso alla zona sacra, mediante l’apertura del “portone”. “O Maronna mia Schiavona/ vienim’ arape stu portone./ E si nun me lo vuo’ rapì/ Maronna mia famme murì”. Maria è qui popolarmente indicata come Schiavona, cioè “Nera” (“schiavo” in molti dialetti del Salernitano significa “scuro di pelle”): il nero qui richiama la “terra nera” del Vangelo, in cui il grano germina e si prepara rigogliosamente a fiorire. Il “portone” è invece la porta della salvezza. La Madonna è la Salvatrice per eccellenza. Ella salva nell’Aldiquà: come recita un altro canto, attraverso una lettera caduta miracolosamente dal cielo, salva un giovane dall’accusa di aver ucciso un uomo. Ma soprattutto salva in riferimento all’Aldilà: “E si nun ci virimmo ca/ nci virimmo all’Eternità”. Così cantano, in chiusura di serata, i fedeli di Sarno, una comunità che proietta sulla dimensione del Sacro la sua esigenza di rinascita, ma rimarca al tempo stesso la necessità di pregare insieme, recuperando dunque fortemente il senso della collettività. Questi sono valori che non possono morire. Perciò salvare San Matteo e il Borgo Terravecchia significa salvare l’identità della Città.

