Dalla nostra inviata negli Stati Uniti d’America
Why the American screenwriters are going on strike and what consequences we have to expect
C’era da aspettarselo.
Lo scorso 2 maggio è iniziato lo sciopero degli sceneggiatori americani
Si tratta della conseguenza prevedibile di un contratto collettivo scaduto e di trattative estenuanti e insoddisfacenti con i produttori cinematografici e televisivi (AMPTP) e con le principali piattaforme di streaming per elaborare un nuovo contratto e le retribuzioni di base. Lo sciopero è stato favorito dalla quasi interezza dei 9mila sceneggiatori (98 per cento) rappresentati dalla Writers Guild of America (WGA), l’associazione di categoria di Hollywood.
Le motivazioni dello sciopero dipendono dal modo in cui gli show sono cambiati. Gli sceneggiatori lavorano diversamente e la valutazione dell’apprezzamento dei prodotti e il calcolo degli introiti provenienti dal diritto d’autore sono stati ugualmente interessati da trasformazioni. Gli scrittori lamentano di partecipare solo parzialmente al successo delle produzioni, ma questo ha a che fare soprattutto con un’industria dell’intrattenimento in cui risulta molto più complesso stabilire la riuscita di un prodotto.
Il lavoro degli sceneggiatori è attualmente precario e retribuito indegnamente, non consentendo agli stessi di affrontare i costi di città come Los Angeles e New York, che in generi sono altissimi
L’ultimo sciopero degli sceneggiatori americani è avvenuto 15 anni fa, a causa dell’impero delle vendite e dei noleggi dei DVD
Durò a lungo con conseguenze inevitabili e scomode per tutto il mondo televisivo e cinematografico. Ritardi e cancellazioni furono all’ordine del giorno e il rischio che l’entertainment abbia una nuova battuta d’arresto in linea con i picchi pandemici è realisticamente possibile. All’epoca lo sciopero costò 2 miliardi di dollari all’industria dell’intrattenimento di Los Angeles.
Gli effetti dello sciopero sono già visibili a partire dall’interruzione dei talk show americani, mentre quelli su TV series e lungometraggi seguiranno in base alla durata delle contestazioni. Le case di produzione potrebbero appellarsi alla clausola denominata Force Majeure, annullando i contratti di produzione per cause di forza maggiore. Un escamotage che consentirebbe alle aziende di liberarsi di produzioni inefficaci, infruttuose o meno convincenti senza l’ingente pagamento di penali.
Che cosa chiedono gli sceneggiatori?
Oggi le piattaforme di streaming regnano sovrane, fungendo sia da distributori che da produttori degli show. Questo ha richiesto agli studios tradizionali una revisione delle proprie “regole” sulla base dei nuovi modelli, senza un riarrangiamento complessivo delle condizioni retributive e di ingaggio degli sceneggiatori.
Nel passato, gli scrittori guadagnavano molto dai cosiddetti “residuals”, ovvero i “compensi derivanti dal diritto d’autore per sfruttamenti successivi al primo”. Parliamo di introiti conteggiati in base al numero di repliche del prodotto, che generavano la necessità di un nuovo acquisto dei diritti d’autore. Un sistema assai vecchio, poiché film e serie restano attualmente a lungo disponibili sulle piattaforme e non bisogna più ricomprarli. Inoltre le grandi aziende di streaming non consentono la divulgazione dei propri dati, quindi risulta difficile calcolare il successo del prodotto sulla base di frequenza e riproduzione da parte degli abbonati.
Le società che si occupano di verificare l’indice di gradimento degli show sono le stesse che devono poi retribuire gli sceneggiatori. Un grande conflitto di interesse, per cui tra l’altro il singolo sceneggiatore guadagna in media poche centinaia di euro l’anno, a fronte dei 100-200.000 complessivi prima delle piattaforme. Questa fonte di reddito ha garantito a molti, in passato, una vita agiata e felice in virtù anche di un solo successo.
Ciononostante, il problema principale riguarda la retribuzione di base. Se un tempo una serie era costituita da 22 episodi per stagione, con un minutaggio stabilito in base al tenore del prodotto (dramma o commedia), uno sceneggiatore riusciva a mantenersi con un unico ingaggio in esclusiva per un anno intero. Adesso le serie su piattaforma hanno un numero dimezzato di episodi, che significa certamente retribuzioni ridotte, ma con il vincolo contrattuale dell’esclusività che resta. Inoltre, gli scrittori devono frequentemente lavorare all’intera serie prima dell’approvazione e in tempi strettissimi.
Un altro tema è quello delle riscritture, molteplici e non retribuite extra, poiché le piattaforme pagano per obiettivi e non settimanalmente
Tempo, attività e modalità differenti non sono dunque conteggiate nella retribuzione base.
Il grosso lavoro di preparazione richiesto agli sceneggiatori dipende anche dalla forte competizione attualmente vigente tra i servizi di streaming, per cui un solo prodotto può servire ad accaparrarsi più abbonati. Queste considerazioni rivelano uno svilimento del lavoro di ideazione, retribuito meno anche se maggiormente articolato.
L’associazione che rappresenta i produttori e i distributori cinematografici e televisivi più influenti, l’Alliance of Motion Picture and Television Producers, si è dichiarata aperta alla negoziazione sul contratto collettivo e disponibile per un aumento considerevole dei salari. L’AMPTP comprende, ad esempio, Warner Bros, Disney, Universal e Sony Columbia, ma anche piattaforme di streaming come Prime Video e Netflix.
Uno degli elementi più complessi nella trattativa concerne il fatto che molte case di produzione e servizi streaming stanno ancora cercando di recuperare quanto perso durante la pandemia
Di recente Warner Bros è stata acquistata da Discovery con un debito di 600 milioni di dollari. Queste aziende gestiscono costantemente riduzione o stallo degli abbonamenti, concorrenza in crescita, cancellazione degli show e in generale l’abbondare dei debiti.
Inoltre, per risparmiare gli Studios stanno ricorrendo spesso alle mini-room, ovvero gruppi ristretti di creativi aventi il compito di scrivere in tempi ristretti una serie ancor prima della decisione o meno di produrla. Su Twitter abbondano le recriminazioni di sceneggiatori di prodotti di successo, in cui raccontano di faticare a pagarsi l’assicurazione sanitaria, oppure di “rubare” alla mensa di Netflix per economizzare sulla spesa.
La ciliegina sulla torta riguarda l’intelligenza artificiale, di cui le produzioni potrebbero servirsi in futuro per sostituire gli sceneggiatori nella scrittura degli show
Gli scrittori hanno infatti minacciato di rivelare i finali delle serie più seguite ma non ancora giunte a conclusione, qualora non si arrivasse ad un compromesso favorevole per la categoria.
A causa dello sciopero: scenari futuri
La pandemia ha consentito una scrittura prolifica a fronte di una scarsa possibilità di girare. Per questo lo sciopero non è stato anticipato da un’accelerazione sulla chiusura delle serie in produzione, avendo un grosso bacino da cui attingere, ma non sempre di qualità. Lo sciopero sta fornendo alle piattaforme la possibilità di rallentare e scegliere quali prodotti sponsorizzare maggiormente. Posticipando le produzioni del 2024 al 2025 e lavorando sulla pubblicizzazione di quelle del 2023 in ritardo, gli effetti sulle piattaforme dovrebbero risultare minimi.
In aggiunta Ted Sarandos, co-CEO di Netflix, ha fatto sapere che se lo sciopero dovesse prolungarsi, punterebbe su contenuti non americani, che stanno generando un grande seguito negli ultimi anni. Basti pensare al successo de “La casa di carta” o “Squid game” per afferrarne l’intuizione. L’avanzata degli sceneggiatori di tutto il mondo potrebbe avere una spinta e giovare di un evento sfavorevole per il mercato dell’intrattenimento americano, il quale si prepara ad un’ulteriore negoziazione con attori e registi, che stanno osservando la vicenda con grande attenzione.