INTERVISTA ALLO SCRITTORE DI NOIR DIEGO LAMA
Attraverso la sua scrittura asciutta ed essenziale, Diego Lama ci restituisce l’immagine storica della Belle Époque, fatta di bellezza, spensieratezza e ottimismo, che però riguarda prevalentemente la media e l’alta borghesia, senza però dimenticarsi di descrivere anche il rovescio della medaglia fatta di miseria e di povertà assoluta della popolazione. E’ come se Napoli si impadronisse della bella penna dello scrittore per vivere e pulsare in tutto il suo fascino, nel bene e nel male.
L’autore non riesce tuttora a comprendere alla pubblicazione del suo sesto romanzo il grande successo di pubblico che riscuote lo “scorbutico” commissario Veneruso. Forse perché i lettori attraverso di lui sentono la spinta a compiere un viaggio entro se stessi, per conoscersi profondamente e sinceramente, e rivelarsi agli altri senza ipocrisie.
“Il commissario si sentì più leggero, più disteso, più sereno. Poi fu preso da un desiderio e da una voglia che non riusciva a spiegarsi e che diventavano sempre più feroci, attimo dopo attimo: la maledetta voglia di vivere.” Da “Il mostro di Capri” (Mondadori).
L’INTERVISTA
La penna ha sempre accompagnato la sua vita: prima come architetto e poi come scrittore: Come si è avvicinato al mondo della scrittura? Da piccolo volevo fare fumetti poi, per tanti motivi, ho fatto l’architetto, però ho sempre torturato i miei amici con racconti e romanzi. Dopo vent’anni di tentativi vani ho pubblicato il mio primo libro: La collera di Napoli, che ha vinto il Premio Tedeschi e che è stato edito e riedito per tre volte, sempre da Mondadori. L’ultima versione è uscita da pochi giorni in libreria: è un libro cui tengo moltissimo.
Qual è il processo creativo che porta alla nascita dei suoi libri? Ansie, angosce, paure: cose brutte dalle quali mi devo liberare… Ad esempio, la genesi del libro in uscita, La collera di Napoli, racconta un’indagine svolta ai tempi del colera del 1884, durante la quale morirono alcuni importanti membri della mia famiglia. Quell’epidemia è sempre stata tramandata in famiglia di generazione in generazione terrorizzando la mia infanzia per anni e anni. L’ansia, l’angoscia, la paura del contagio del colera, con tutte le sue conseguenze, mi hanno portato a pesarci, a ripensarci, a leggere, a studiare il colera di fine ottocento a Napoli… E poi mi hanno spinto a raccontarlo sotto forma d’indagine.
Il commissario Veneruso è scorbutico, incline alla solitudine allora come si spiega il grande successo che riscuote presso i suoi lettori? Veneruso è scorbutico, invidioso, sporco, cattivello, problematico, complessato e pieno di sensi di colpa, ma è anche l’opposto di tutto ciò. Tutti noi siamo fatti così: siamo un po’ puliti e un po’ sporchi, un po’ buoni e un po’ cattivi, un po’ risolti e un po’ irrisolti, per questo forse Veneruso piace: ciascuno si riconosce nei suoi pregi e – spero – anche nei suoi difetti.
Lei ha ambientato le vicende del commissario Veneruso nel 1884 quando Napoli fu devastata da una violenta epidemia di colera e allora quali sono le fonti storiche che utilizza per scrivere i suoi libri? Ho studiato su documenti dell’epoca, ma soprattutto ho utilizzato i racconti di famiglia. L’ho già detto altre volte e quasi mi imbarazza scriverlo, ma la mia famiglia deve moltissimo all’epidemia del 1884: senza contagio, senza morte, io, i miei figli, i miei fratelli, mia madre, mio zio, mia nonna e tanti prozii, non sarebbero mai nati. Circa vent’anni dopo l’Unità d’Italia, Napoli fu colpita da una violentissima epidemia di colera che giunse dal nord, che attraversò tutta l’Italia e che in Campania – forse per il clima, le condizioni igieniche della città, la miseria – trovò terreno particolarmente fertile per diffondersi. Iniziò a propagarsi alla fine dell’agosto del 1884 nei quartieri poveri, vicino al porto, ma dopo qualche giorno raggiunse anche quelli borghesi: tutta la città fu colpita dal morbo nell’arco di poche settimane. Alla prima onda epidemica seguirono altri contagi negli anni successivi, fino al 1887: in città e provincia morirono forse più di 10.000 persone, e se ne ammalarono 50.000.
Tra questi morti vi fu anche una signora che abitava nei pressi di via Foria a Napoli. Era la sorella della mia bisnonna e si chiamava Angela Corcione. Fu colpita dal morbo nel 1886 e probabilmente venne sepolta nel Cimitero delle 366 fosse o in quello adiacente, chiamato dei Colerosi. Angela lasciò, oltre ai cinque figli, anche un marito, Francesco Carusio, funzionario del Banco di Napoli, il quale si risposò con la sorella più giovane di Angela che si chiamava Giuseppina. Non fu un matrimonio felice. Non credo: Giuseppina a 28 anni era considerata già una strana zitella cui dare in fretta un marito, mentre Francesco – che aveva oltre 50 anni – doveva essere ormai un vecchio vedovo. Fu un’unione d’opportunità che convenne un po’ a tutti. Dai racconti di famiglia sembra però che Giuseppina provasse gran ripugnanza per quel cognato–marito del quale non avrebbe mai potuto innamorarsi e che mai desiderò. Ciò nonostante con lui fece cinque figli… La primogenita di questa seconda progenie – che fu chiamata Angela in onore della zia morta di colera – fu proprio mia nonna.
I suoi noir sono dei viaggi entro se stessi? Viaggio sempre dentro me stesso quando scrivo, come tutti, anche in questa intervista. Però a pensarci bene, cerco me stesso anche quando non scrivo: lo faccio in continuazione. Il guaio è che non trovo mai ciò che vorrei, cioè me stesso, trovo un tizio diverso da me. Ancora mi ci devo abituare. Pazienza.
Che cosa desidera resti ai suoi lettori dopo la lettura del suoi libri? Piacere. Voglia di leggere. Ricordi. Emozioni. Di un libro in realtà dopo qualche mese ricordiamo pochissimo: le atmosfere, i personaggi, il linguaggio. La trama invece è una di quelle cose che dimentichiamo quasi subito, anche se è la cosa su cui uno scrittore si affanna parecchio…
Lei ama molto disegnare. Si sente un fumettista mancato? Sì, sono un bravissimo fumettista mancato. Anzi: sono il più bravo fumettista italiano, mancato.
Chi è Diego Lama oltre la scrittura? Un architetto, giornalista, pittore, collezionista, padre, figlio, napoletano.