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What does “dumpster diving” means and why is so widespread
Dumpster diving è un termine anglofono che significa “immergersi nei cassonetti”. Coniato in riferimento al recupero di oggetti inutilizzati, oggi lo si utilizza, nello specifico, per la ricerca di cibo scartato in gran parte dai supermercati, ma ancora commestibile o in buone condizioni. Un modo per fargli evitare la discarica e realizzare un’azione di sostenibilità ambientale.
Corrono gli anni ’90 quando negli Stati Uniti inizia a diffondersi uno stile di vita anti-capitalista e anti-conformista, di cui il dumpster diving diventa ben presto espressione. In principio coinvolge perlopiù i giovani, per maggiore sensibilità ai temi ambientali e esigenza di risparmio.
Muovendosi velocemente verso l’Europa, assume le sembianze di una pratica anche collettiva. I freegan, coloro che si nutrono del cibo presente nei bidoni, cominciano a creare associazioni che, attraverso video-testimonianze, s’impegnano a denunciare il problema. Nel 2000, la documentarista Agnès Varda ne parla in uno dei suoi film più amati e premiati, La vita è un raccolto.
Come ogni organizzazione ben predisposta, i raccoglitori hanno regole da rispettare, quali ad esempio non prendere tutto il cibo ancora buono, ma lasciarne un po’ anche per gli altri, o non prelevare scarti che hanno toccato lati o fondo del cassonetto.
È stata praticata a lungo per motivi di necessità, al fine di ottenere un risparmio notevole. Successivamente, con l’aumentare dei rischi e della sensibilità rispetto all’ambiente, il dumpster diving ha assunto connotati etici, diventando una forma di attivismo.
Su VICE leggiamo che nel 2019 sono stati scartati 931 milioni di tonnellate di rifiuti alimentari, di cui il 10% prodotto dal settore retail. Inoltre, il 17% dei beni coltivati finisce in discarica. Il risultato è il massacro della biodiversità e l’inquinamento ambientale.
Anche la FAO si è espressa a riguardo. Ogni anno viene sprecato circa un terzo del cibo prodotto. In un mondo con un’altissima soglia di povertà, la questione è gigantesca da ogni punto di vista. Persone e ambiente sono la cassa di risonanza dell’enormità del problema. A questo aggiungiamo che lo spreco di acqua potabile è ai massimi storici e non solo per la produzione della carne, ma anche per gli sprechi nel settore agricolo.
Alcuni iniziano a praticare il dumpster diving per “gioco” e scoprono che frutta e verdura si trovano nei cassonetti perché non sono conformi agli stereotipi di bellezza richiesti dal cliente finale. Ci sono anche prodotti ancora imballati.
I responsabili sono molteplici: non solo i rivenditori ma anche i produttori che scartano i prodotti ancor prima di immetterli nella grande distribuzione. L’estetica tiene banco, pertanto anche quelli che risultano danneggiati poiché toccati ripetutamente dagli avventori finiscono per avere lo stesso destino a fine giornata.
Ogni nazione ha le sue regole, per esempio negli Stati Uniti è una pratica legale ovunque. In Europa, è considerata un’attività anti-spreco e di risparmio economico. In Italia non è vietata, ma i cassonetti sono spesso posizionati in zone “private”, quindi chi ne recupera il contenuto potrebbe risultare perseguibile secondo la legge. Una norma del 2023 consente ai commercianti di ricevere incentivi quando donano gli avanzi alimentari, ma non vige l’unanimità sul tema degli sprechi. Inoltre nei bidoni non è rintracciabile solo cibo, ma anche un’enorme quantità di documenti personali, che negli anni sono stati la miccia per molteplici furti di identità.
Attualmente, alcune app come ‘To good to go” stanno facendo un ottimo lavoro di sensibilizzazione, ma non sono ancora diffuse al punto da massimizzare il consumo dei resti per ridurre spazzatura e impatto ambientale.
C’è ancora molto da fare per connettere al meglio il mondo della distribuzione con la clientela, ad esempio valorizzare la stagionalità o la produzione autonoma.
In conclusione, la pratica del dumpster diving ha una sua storia, un’ideologia di base e una rete attiva e geograficamente diffusa. Nasce come forma di denuncia individuale e collettiva, ma anche come necessità inequivocabile per sopravvivere. Spesso è archiviata nei dibattiti gruppali come attività inattuale, facendo storcere il naso in un esercizio di distanza e non di focalizzazione sulle problematiche che intercetta.
La “pesca” dai cassonetti getta luce sulle coscienze per farci riflettere su quanto facciamo, singolarmente e come comunità, per ridurre gli sprechi e impattare meno sull’ambiente. Le catastrofi naturali all’ordine del giorno e le quantità di cibo e acqua dissipate sono due degli esempi di una scarsa adattabilità ai tempi che corrono, che richiedono qualcosa in più rispetto ai comportamenti di cui siamo capaci.