Novembre, la fredda estate dei morti

TRADIZIONI/Il ritorno dei defunti sulla Terra

 

 I morti ritornano. Non è il titolo di un raccapricciante film dell’horror, bensì la sconvolgente credenza  -tuttora viva nei contesti rurali dell’Agro nocerino-sarnese e a Sarno in modo particolare-  secondo cui il periodo che va dalla notte fra il 1 e il 2 novembre a quella del 6 gennaio è considerato come una fase lunga e tremenda: è durante questo periodo che si verifica il ritorno ciclico dei morti.

Innanzitutto va ricordato che, nella mentalità popolare della nostra terra, la morte si pone come il momento di un passaggio graduale, nel senso che è necessario che passi un certo lasso di tempo (che può abbracciare anche l’arco di due anni) prima che il morto possa esser ritenuto veramente tale. Nel frattempo, fintanto che il defunto non è considerato definitivamente come un cittadino dell’Aldilà, esso non cessa di creare una situazione di paura per i parenti vivi, i quali temono che il trapassato diventi un   ritornante.

Una signora ottantenne di San Valentino Torio ci ha descritto tutto il meticoloso rituale con cui si attende il primo ritorno del morto. Secondo la sua credenza, che è poi la stessa di ampi strati popolari, infatti, l’anima del defunto ritorna nella propria casa 24 ore dopo la dipartita. Perciò a mezzanotte in punto, si deve porre una bacinella con l’acqua, il sapone e l’asciugamano: questo affinché il morto inizi il suo lungo processo di purificazione con un rito di lavacro.

Ma la cosa non finisce qui. Infatti, anche dopo che il defunto con il passar del tempo è stato per sempre acquisito alla dimensione del Soprannaturale, ricompare come presenza  immaginaria e ossessiva  nel periodo che ha inizio con l’entrar del mese di novembre.

Le anime dei morti, a partire da questa data fatidica, si aggirano -secondo le testimonianze popolari- intorno a quelle che furono le loro case. Perciò, a cominciare dalla sera del 2 novembre, nelle campagne dell’Agro si pongono sul tavolo della cucina un bicchier di vino, uno d’acqua, del pane ed un pezzo di baccalà. Segno evidente della necessità per il defunto di rifocillarsi dopo l’arrivo e prima della partenza dal Mondo, durante il loro lungo Viaggio.

Anzi la Vita e la Morte stesse diventano un lungo Viaggio, stancante e precario, come lo è l’esistenza sulla “faccia della Terra” di chi, come il contadino, si sente minacciato, oltre che dalle ossessioni dell’Aldilà, anche dalle miserie dell’Aldiquà, incarnate dal Dolore, dalla Malattia e dalla Dipartita.

Non manca chi aggiunge al “pranzo dei morti” anche una candela accesa. Si ritiene infatti che Dio dal 2 novembre, lasci liberi i defunti di raggiungere i propri cari, i quali devono tenere, dentro o fuori le case,  un cero acceso in segno di ospitalità.

Questo fatto spiega anche il senso di molte testimonianze da noi raccolte, in cui i nostri informatori ci narrano delle cosiddette “processioni dei morti” recanti in mano dei lumi. In un caso una signora, stando al suo racconto, aveva sottratto per errore la candela a uno di questi fantasmi, il quale l’aveva poi reclamata per “potere andare  -questa è la sua interpretazione-  definitivamente dinanzi a Dio”.

Ai morti che ritornano viene anche attribuito un detto: “Tutte ‘e ffeste vanne e vènene, sule ‘a Bbefania n’avessa mai vinì”. Di tale espressione un nostro anziano informatore di Sarno ci ha fornito anche la spiegazione: le anime esprimono, attraverso questa frase proverbiale, il loro dispiacere per il fatto che entro il 6 gennaio ” ‘ll’ aneme ri muorte s’hann’ arritirà”.

Un altro aspetto del tema del “ritorno ciclico dei morti” riguarda la credenza, diffusa a San Marzano sul Sarno, secondo cui nei pannolini dei bambini -che una volta si mettevano ad asciugare- potessero rifugiarsi le anime di persone morte, e più propriamente di bambini morti senza il battesimo, che nel tempo delle angosce novembrine sarebbero, più disperatamente del solito, alla ricerca di una “dimora” sulla Terra. Canonica è anche l’ora dei loro movimenti: prima del suono della campana delle 17 e 45.

La paura dei “ritornanti” era (ed in certi ambienti rurali lo è ancora) bilanciata da un’altra concezione del defunto, che,  rientrava nel Territorio delle Ombre, divenendo potenziale protettore e benefattore dopo questo tempo di novembre. Che  Pascoli ben chiamò l’ “estate fredda dei morti”, per dire che “Essi” sono freddi e lontani, eppur virtalmente presenti.

I morti infatti vengono invocati anche per far ritornare a casa una persona  cara; e così  la preghiera  per  un  ritorno desiderato viene rivolta -con atteggiamento di pacificazione- proprio a coloro che si voleva che “non tornassero più”.

 

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Laureato in Lettere classiche e in Sociologia, docente di Italiano e Latino al Liceo Classico di Sarno, giornalista pubblicista, ha insegnato “Linguaggio giornalistico” all’Università di Salerno. E’ autore, tra l’altro, di due storie della letteratura italiana e de “Il Labirinto e l’Ordine” (Commento integrale alla “Divina Commedia”), di testi teatrali e saggi sulle tradizioni popolari. Il suo manuale “Le tecniche della scrittura giornalistica” (Ed. Simone) è citato nella Bibliografia della voce della Enciclopedia Treccani “Giornalismo”, appendice VII – 2007. Ha scritto "la città che urla segreti", il thriller storico ambientato nella Napoli misteriosa (Guida Editori) e "le ombre non mentono", il thriller storico ambientato nella Salerno misteriosa (Guida Editori)