Un meraviglioso viaggio in sette tappe. Un gioiello poetico, raffinato a livello linguistico, capace di catturare il lettore con il suo profondo fascino.
Il volume “Le lune di Pierrot” (in 3 sezioni: “Le lune dell’amore”, “Le lune della vita” e “Le lune dell’eros”) di Lorenzo Basile, che campeggia dinanzi al lettore, in maniera austera e forte, dolce e suadente, autorevole e possente, reca un titolo molto affascinante, che deriva dalla favola di Pierrot, innamorato della Luna, che lo riama, anche se solo in sogno. Pierrot e Luna sono due nomi entrambi misteriosi: il primo è una maschera fondata naturalmente sulla mutazione; il secondo indica il satellite della Terra ed è il simbolo dello scorrere del tempo e dei ritmi della vita. L’opera è un viaggio dentro i cinque sensi e, al tempo stesso, dentro i significati che la ricerca dell’autore evidenzia e squaderna. Dal canto nostro cercheremo di inerpicarci lungo gli stessi sentieri che segnano l’anima dell’autore. In realtà, Basile, invece di “segnare”, si avvale, nel corso della raccolta, del verbo “graffiare” (i Greci hanno inventato la voce verbale gràpho”, che indica -mediante l’idea del “graffio”- l’atto dello scrivere). La prima tappa del percorso di Basile è segnata dalla lirica-manifesto (che è in posizione di ouverture), dal titolo “Una voce delicata”: al v. 2 si legge dei “silenzi che fanno rumore”. Parole, queste, che creano un forte e raffinato ossimoro, il quale pervade l’intera lirica e dà il tono all’intera raccolta, rivelando l’importanza di questa apparente contraddizione, che esprime la complessità dell’umana esistenza. Dalla succitata sensazione scaturisce la capacità di sentire l’“agro sapore della notte” (sensazione negativa) a cui si contrappone “il calore delle parole” (sensazione positiva). La positività (seconda tappa) è manifestata, nella lirica “La cenere degli anni”, dagli occhi che dispiegano la “porta del cuore”. Si tratta di un’analogia (un paragone senza il come”) liminare: gli occhi, simili a una “porta del cuore”, danno vita infatti all’immagine di una soglia-varco che si dispiega come soluzione improvvisa di contro alle difficoltà del viaggio. L’ottica liminare riemerge anche nel componimento “L’altra riva” che recita questa sentenza: “Lo spirito vive/ oltre il confine della quieta stanza”. La speranza (terza tappa) di affermare i grandi Valori (e, primo fra tutti, quello della pace) ora prende la mano del poeta, che -con un processo di personificazione- si augura (in “Germogli la pace”) che il sangue dei bambini possa seminare la pace, un valore che nasce sulla Terra e dalla Terra: l’autore descrive in tal modo una Natura viva che alimenta speranze. Poi si accampa (come quarta tappa che si replica nell’Opera più volte) l’uso raffinato dell’enjambement, secondo cui la coesione unitaria del verso viene spezzata e viene prolungata al verso successivo. Questo tropo rende maestosamente l’idea di una poesia che si spezza e si ricompone, seguendo il ritmo della vita che ora si frange ora si ricostruisce. Ciò è evidente in “Un palpito di luce”, dove si legge “L’amore è un flebile” e poi daccapo “respiro”. Questa frattura è percepibile mediante la pronuncia delle parole in questione (la “f” dà l’idea del lieve soffio e la “r” rende il roteare del respiro affannoso). L’effetto di questo tropo è visibile anche nella lirica “Il filo spezzato”, dove si legge “Il cuore è un filo” e nel rigo dopo “spezzato nel petto”: nel participio si privilegia la doppia “zeta” che rende perfettamente l’atto del tagliare carne viva e sofferente: il dolore è percepito attraverso il senso del tatto, sede del dolore fisico. Passiamo alla quinta tappa del poetico viaggio di Basile: troviamo la sineddoche (parte per il tutto). Questo tropo trionfa in maniera fiammeggiante nel titolo e nel testo della lirica: “Le mani forate/ pregano la madre/ con un flebile canto.” Le mani forate richiamano una parte del corpo di Cristo altamente sofferenti, perché è nelle mani che sono entrati i chiodi della Croce, quella Croce che prima della morte di Cristo era simbolo di infamia (perché venivano crocifissi i malfattori) e poi con la morte di Cristo diventa un simbolo bello e nobile (perché l’Innocente per eccellenza sulla Croce soffre e dalla Croce risorge). La Croce ritorna nella poesia “Il chicco del campo” con il verso “La terra scuote la croce dell’albero”. Fortemente collegati (sesta tappa) sono i due sostantivi “Croce” ed “Albero” perché la Croce è lignea e l’albero-legno diventa una ierofania (manifestazione del Sacro attraverso il profano, secondo Eliade). Un’altra ierofania, quella del fuoco purificatore, emerge nella poesia “L’ombra del fuoco”, la cui conclusione chiude il testo con un anelito di investigazione sul Mistero per eccellenza (Dov’è Dio?). A livello di analisi testuale emerge, infine, nella settima e ultima tappa il tropo più audace, quello della sinestesia, che è l’unione di due espressioni relative a due sensi diversi. L’esempio è “nel dolce abisso” (sinestesia gusto-vista) espressione con cui si chiude la poesia “Dolce precipizio”. Una serie di valori fonico-timbrici delle vocali e delle consonanti impreziosisce il “dolce abisso” dei sensi: la “o” indica la rotondità dell’orlo dell’abisso, la “e” ne esprime la bellezza, la “s” ricorda la forma serpentina dell’abisso ed “a” indica la meraviglia di fronte alla dolcezza dell’abisso. Quello che abbiamo delineato è solo uno dei percorsi possibili per questo volume altamente metaforico e profondamente polisenso, che sicuramente catturerà il lettore amante dei sottili richiami e delle misteriose allusioni con cui l’autore ha ricamato questo originale e toccante testo.
Laureato in Lettere classiche e in Sociologia, docente di Italiano e Latino al Liceo Classico di Sarno, giornalista pubblicista, ha insegnato “Linguaggio giornalistico” all’Università di Salerno. E’ autore, tra l’altro, di due storie della letteratura italiana e de “Il Labirinto e l’Ordine” (Commento integrale alla “Divina Commedia”), di testi teatrali e saggi sulle tradizioni popolari. Il suo manuale “Le tecniche della scrittura giornalistica” (Ed. Simone) è citato nella Bibliografia della voce della Enciclopedia Treccani “Giornalismo”, appendice VII – 2007. Ha scritto una trilogia sulla Campania misteriosa che comprende: "la città che urla segreti", il thriller storico ambientato nella Napoli misteriosa (Guida Editori); "le ombre non mentono", il thriller storico ambientato nella Salerno misteriosa (Guida Editori); "che ora è dea notte?", il thriller storico ambientato tra i misteri di Ischia e Procida (Guida Editori).
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