Nicola D’Alessio consegna alle stampe il suo amarcord
Hai cento lire?: un libro appassionato che attinge ai cunicoli delle reminiscenze per dare udienza al desiderio di raccontare i sogni di gioventù (quando anche una moneta da cento lire donata a un hippy per strada, apre il sipario del mondo), e insieme le sue gesta in seno alla rivoluzione creativa dei favolosi anni settanta.
Suffragato da una nitida memoria e da un cuore ancora fanciullo Nicola, che è anche mio fratello, non ha bisogno di scavare il passato. Tutto è lì, ogni immagine, ogni emozione, perché lui se n’è preso cura durante tutta la sua vita, ed ora che ha 65 anni usa la stessa cura nel maneggiare i ricordi con una scrittura genuina come il suo narrare.
Nelle pagine di questo libro rotolano le imprese da scugnizzi, le frasi dialettali, le botte prese dai genitori, i furtarelli, le bravate a scuola, le prime esperienze sessuali coi femminielli e poi le ragazze, gli anni d’oro della musica rock, le chitarrate, l’epico viaggio in autostop in giro per l’Italia come figli dei fiori che vogliono l’amore e non la guerra.
Il compagno con cui ci si taglia il braccio per scambiarsi il sangue diventerà fratello per sempre, lo scherzo del ‘cappotto’ inflitto all’insegnante non lo fa soffrire perché lui sa che gli studenti gli vogliono bene, i versi di Cecco Angiolieri sono i più adatti da recitare dopo una fumata comunitaria e prima di lanciarsi dal vuoto di una scogliera gridando Libertà!
Sono gli anni della rivoluzione socio economica e del primo pc, della contestazione giovanile, gli allunaggi su un altro pianeta, Andy Warrol che insegna un nuovo modo di comunicare. I giovani fanno presto ad elettrizzarsi ed anche Nicola è stato un giovane così, e così il protagonista del suo libro, Leo, che ha sete insaziabile di vivere ed esplorare.
La strage di Aldo Moro, il gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach.
Le scarpe con le zeppe, le camicie a fiori, i capelli lunghi, i pantaloni a zampa d’elefante. Anni in cui il colore la fa da padrone e il vento del nuovo sa spirare forte con l’entusiasmo in poppa.
Molti scrittori scrivono un memorial che fa i conti col passato e lo fa anche Nicola, che si ritrova, parlando di quegli anni, a tracciare lo spaccato di un’epoca.
Ma quanto conta ricordare la propria gioventù, e cosa incide sulla pietra della nostra vita? A qualcuno serve solo a deprimersi, ad impinguire la consapevolezza che certe cose belle sono solo alle spalle. Ad altri regala quella che identifico con una gioia invisibile, un sentimento che ci scalda da dentro e ci sorregge nei momenti bui.
Siamo stati giovani, vuol dirci Nicola, e siamo stati folli. Non tutti, ma alcuni di noi lo sono stati. Si voleva ardere al fuoco della giovinezza, che rende intemperanti, avidi, impetuosi, egoisti, provare tutta insieme l’ebbrezza dell’amicizia, il sesso, la musica, l’amore.
Ma anche questo, attenzione, può essere un buon percorso di formazione. Qualcuno si è perso, direbbe Venditti, ma molti altri hanno letto, studiato, viaggiato, ben operato nel mondo del lavoro, in famiglia e nella società.
Ed ora cosa è rimasto, cosa rimane, degli anni settanta, quegli anni che più di altri hanno saputo imprimere nei giovani creatività ed entusiasmo.
Anche di questo parla il libro, che descrive presente e passato in un significativo gioco di flashback. Ma bisogna scoprirlo leggendolo.

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