La linea verticale | La fiction

Foto tratta dal web


La linea verticale significa lo stare in piedi e aggrapparsi alla vita con tutte le forze, la malattia è vista come crisi ma anche come occasione di crescita e di riscatto | Mattia Torre


Trai i sentimenti che mi ha suscitato la visione della serie televisiva La linea verticale, prodotta dalla Rai ed ora in onda con grande consenso anche su Netflix, sottolineo quello del rispetto. E’ inusuale, ma considerando l’argomento trattato, forse no.

Una fiction scritta e diretta dal compianto Matteo Torre, in onda inizialmente nel 2018 (lui muore l’anno successivo), testo autobiografico letterario ancor prima che cinematografico (edito Baldini e Castoldi il libro omonimo, 2017).

L’autore romano racconta il momento più buio della sua vita mettendo al servizio degli altri la sua storia: fu ricoverato al Regina Elena per una malattia tumorale.
Temi cardine dello sceneggiato: la normalità, la malattia, l’ospedale oncologico.
Il protagonista Valerio Mastandrea, attore di eccellenza in tutte le sue performance e sicuramente qui in uno dei ruoli più significativi della sua carriera, ci rappresenta le storia di Luigi, uomo straordinariamente normale, che in un giorno qualsiasi, pur non avvertendo alcun sintomo, scopre di avere il più subdolo dei mali: un cancro. La sua vita, quella della moglie Elena incinta di otto mesi (l’attrice Greta Scarano), e di conseguenza anche della figlia di appena sei anni, ne risulteranno sconvolte.

A guidarci lungo le corsie e le stanze del nosocomio (l’Ospedale del mare di Napoli), i suoi occhi smarriti (quasi una doppia recitazione), e la sua voce narrante (che si fa corale) in campo e fuori campo, con le sue pacate considerazioni. In questa narrazione infatti non emergono nei malati sentimenti di astio o aggressività. Questo vale soprattutto per Luigi, che riesce a trovare in un’esperienza così dolorosa come quella della grave malattia, un’occasione di crescita ed anche per ridisegnare, avendone l’opportunità, la sua vita e quella della sua famiglia.

Uno storytelling, ambientato in un luogo che può esser preso come metafora della nostra società.

Narra, in otto puntate di circa 25 minuti, di eccellenze, ma anche di bizzarrie ospedaliere, in quanto l’autore usa il grottesco per raccontare in chiave ironica, talvolta surreale, il cinismo di medici incancreniti nel ruolo che più non sentono e forse non hanno mai sentito, nonché l’assuefazione al dolore dei pazienti. Si instaura invece una piccola comunità provvisoria tra i compagni di stanza, fatta di amicizia e solidarietà.

In camera con Luigi, Ahmed (l’attore Babak Karimi), un iraniano malato oncologico in recidiva, che nonostante tutto si sente protetto da quell’ambiente ormai familiare e quando viene dimesso ha addirittura paura di uscire. A combattere solitudine e paure, da un letto all’altro si tendono la mano ed ognuno sceglie di vedere la tv dell’amico e non la propria.

A Luigi, Ahmed recita il suo mantra: Devi vivere centrato, in asse, come su una linea verticale, in piedi”.

Peppe (Gianfelice Imparato), anche lui vecchia conoscenza dell’ospedale, ma ogni volta nessuno se ne ricorda. E poi c’è Marcello (Giorgio Tirabassi), che la lunga frequentazione ospedaliera ha talmente indottrinato che si industria per dare il suo contributo ai malati quasi fosse anche lui un sanitario.

Momento caustico della serie, quello in cui l’arido cappellano Don Costa (l’attore Paolo Calabresi) scopre di avere anche lui un tumore per cui dovrà essere operato. La malattia sarà il banco di prova della sua inesistente vocazione. L’affronterà con viltà e nessun senso di empatia per i compagni di sventura.
Bella la scena in cui Luigi, preso da un forte desiderio di normalità, decide di voler scendere al bar, a piano terra. Faticosamente si alza dal letto e cammina senza fiato sino ad arrivare giù. Peccato che lì non potrà consumare niente perché al momento tutto gli è negato, deve accontentarsi di comprare il caffè da portare agli infermieri, ma va bene così.

Intensa e felicemente addentrata nel racconto la colonna sonora, di Giuliano Taviani e Carmelo Travia.

Struggente e piena di simbolismi, la scena finale dello sceneggiato, in cui il protagonista, debole ma col cuore colmo di speranza, sorretto dalla moglie lascia l’ospedale per intraprendere un altro percorso di incognite, quello delle cure mediche. Ancora un pezzo di strada, come gli hanno ripetuto tutti sino alla nausea, tutti quelli che non avevano parole sufficienti a incoraggiarlo, perché non ne trovavano, o semplicemente perché non ce n’erano.
In ascensore l’abbraccio della moglie e quello immaginario di un’altra persona per lui molto importante, importante davvero, ma non dico chi è.

Devi vivere in verticale, in orizzontale sei morto.”


Medico Pediatra, scrittrice, editor, giornalista pubblicista. Da anni si occupa della parola, con un percorso trasversale che va dalla poesia alla narrativa, drammaturgia, saggistica. Ha al suo attivo numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio Solinas per il suo fantasy ‘Una magica magia’. Ha pubblicato, ‘Il mio primo sole’, edito Oèdipus, che narra la sua storia e quella del suo paese. Il suo ultimo volume è 'Arminio&Arminio' (Marlin Editore), la narrazione del poeta italiano contemporaneo più letto. www.normadalessio.it