“LILIANA” REGIA DI RUGGERO GABBA

Articolo e foto di Anna Ferrentino (AF-F)


Un “numero: 75190” che ha segnato un’esistenza


Liliana” il docufilm diretto da Ruggero Gabbai, 2024, distribuito dalla Rai presentato in questi giorni nella sezione Special Screenings alla Festa del Cinema di Roma.

E’ una testimonianza della vita della Senatrice Liliana Segre che ha vissuto una delle pagine più crudeli della storia contemporanea. Un lungometraggio con un “assemblaggio” di testimonianze e con intervalli della stessa Liliana Segre che spaziano dalla sua giovinezza ad oggi. La Senatrice si racconta come aveva tenuto in sé il dolore di ciò che aveva vissuto per circa quarant’anni; un bisogno “inevitabile” che la spinse a raccontare i disperati momenti vissuti non solo da lei ma dall’intera comunità ebraica residente in Italia. “La famiglia Segre, ebrea, ma in sostanza agnostica, vive a Milano da almeno due generazioni, quando il Governo fascista emana le famigerate leggi razziali. Liliana ha solo tredici anni e non riesce a capire del tutto cosa sta succedendo. Sente però, in maniera molto sofferente, un senso di esclusione da una comunità percepita, prima d’allora, come casa…”. Liliana presente in sala, avvolta dal calore di tanti, ha potuto rivedere ciò che aveva reso la sua vita una “testimonianza singolare” e che forse dopo Primo Levi fa ancora rumore nella mente di coloro che a volte trascurano il valore della libertà dell’individuo: “Avevo bisogno di parlare e disimparai a piangere”. Il regista cultore dei racconti e delle testimonianze di questo genere, lascia che sia Lei a rappresentare i fatti, ed esordisce: “Io ricordo”. Il pubblico in sala ha cercato di rammentare in 85 minuti ciò che si è letto della Shoah ma la sua testimonianza diretta ha lasciato un senso di “partecipazione” ai fatti: “Nessun delitto commesso; l’unica colpa, quella di essere nati ebrei…”. Una sopravvivenza conquistata a caro prezzo con tanto dolore: “La separazione dal padre e la morte dei nonni, anziani e malati, fatti prigionieri. Dopo tanto orrore, il 27 gennaio 1945, le truppe dell’Armata Rossa arrivano ad Auschwitz. I tedeschi sono scappati, lasciando dietro di loro solo distruzione e morte e ai soldati russi e al mondo intero, non resta che stupirsi del mal altrui, per usare le parole di Primo Levi”. Il documentarista con un montaggio dinamico riesce a cogliere le sensazioni trasmesse tra un’immagine e l’altra ma in sintonia con il linguaggio e il tono della Segre. Una sinergia che raggiunge un obiettivo fondamentale che è quello di trasmettere una “verità a volte dimenticata”. Un lavoro minuzioso che riesce ad entrare nell’inconscio di una “vittima” che cerca di ricordare i dettagli di una storia che forse, solo ad oggi, riesce ad elaborare diventando “archivio vivente” di quegli avvenimenti. A testimoniare ciò che è “stata Liliana”, negli anni successivi, sono stati i figli e i nipoti ereditieri di un peso che fa male ma che al contempo inevitabilmente li coinvolge. Infatti hanno conosciuto l’orrore vissuto dalla mamma, dalla nonna, nel giusto tempo, per poi rispettare un trauma di una “sopravvissuta” che si è messa al servizio della comunità.

A narrare sono anche le voci dei personaggi pubblici: Ferruccio De Bortoli, Mario Monti, Geppi Cucciari, Fabio Fazio, Enrico Mentana, i carabinieri della scorta. Sono diversi i punti di vista dei fatti che lasciano che la mente penetri nel “buco creato da questo massacro”.

Questo memoriale è un collage di racconti di persone che con le loro voci tratteggiano un percorso di vita tra passato, presente e futuro. Un numero “75190” quello presente sul braccio della narratrice che segna un confine che non dobbiamo dimenticare.


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