#ROFF19 | UNO #SGUARDO SUL #MONDO: intervista al regista Saeid Shahparnia

Articolo e foto di Anna Ferrentino (AF-F)


La società odierna è in continua trasformazione e con essa la nostra percezione del mondo e di noi stessi. “Uno #sguardo sul #mondo” è un tentativo di raccogliere le testimonianze di coloro che fanno della propria vita un esempio. L’intento è di raccontare, mostrare, trasmettere il modo in cui è cambiata la “percezione visiva” di chi fa delle arti e dei mezzi di comunicazione uno strumento per dare “vita” e “potere” al nuovo senso dell’umanità. Del resto, i fatti più recenti hanno portato a vivere una realtà “oscurata” dove si è invertita la percezione del reale con il virtuale sottraendo l’individuo da una linfa emotiva. Tangibili cambiamenti che hanno spinto il mondo degli artisti, operatori delle arti e della comunicazione a catturare e a ricercare nel “buio” la forza e il coraggio di una società divorata. Per l’occasione abbiamo voluto incontrare durante la 19°Edizione Festa del cinema di Roma il Regista Saeid Shahparnia che ha presentato il suo documentario “Pietre e mattoni”, un parallelismo architettonico tra la sua città natale Qazvin, in Iran e Roma dove vive. L’autore Shahparnia con questo lavoro mostra agli occhi degli spettatori una versione più armonica e storica di due architetture distanti logisticamente ma vicine in molte caratteristiche. Un Ciak con due ego differenti, tra Occidente e Medio Oriente, che abbracciano culture e tradizioni senza tempo. Diviso tra due “stili di ripresa”, il regista, esalta la bellezza attonita e immortale di queste due architetture. Città millenarie raccontate nei dettagli dalle voci degli architetti: Massimiliano Fuksas, Ardeshir Shojai Kaveh, Mehdi Mojabi, Mehrzad Parhizkar e Alireza Khazaeli che amano e conoscono il parallelismo tra le due identità urbanistiche; con loro l’ex Assessore alla cultura del Comune di Roma, Umberto Croppi. “Pietre e mattoni”, è un insieme di elementi architettonici, scenografici, di luci, di suoni e costumi che definiscono l’ambiente storico, geografico e sociale in cui siamo immensi. Una delicatezza narrativa che emerge proprio dalla voce dello stesso documentarista, facendo da “connessione” tra i diversi architetti e interrompendo ogni tipo di confine. Un collage di fotogrammi che ti conducono nei “meandri culturali” che fanno ancora “rumore” e che le città conservano con pazienza per le generazioni future.


L’INTERVISTA | SAEID SHAHPARNIA, UN REGISTA IRANIANO CON IL CUORE ROMANO

Mi riservo un’osservazione: guardando le difficoltà che sta affrontando l’Iran, le complicazioni in atto, il regista in queste settimane era in Iran per girare un nuovo film, per arrivare a Roma e per essere ai nostri microfoni e presente alla première “Pietre e Mattoni” al MAXXI ha dovuto affrontare un viaggio di quattro giorni. “Ho dovuto attraversare l’impossibile perché potessi essere con voi”.

Da dove nasce la sua passione per il cinema ma soprattutto da dove è nato questo suo desiderio di dare forma a questo tipo di progetto cinematografico? L’amore per il cinema, più in generale per l’arte, ha sempre fatto parte di me. La storia è un universo di narrazioni, di vite, di eventi, è un po’ come immergersi in narrazioni senza fine. Del resto da sempre mi è piaciuto ascoltare e raccontare storie, e il cinema è stata la naturale continuazione di questo amore, una finestra visiva in cui le storie prendono forma davanti agli occhi. Da adolescente, quando ho iniziato a guardare film, ero affascinato da come i registi riuscissero a trasformare parole, emozioni e tempi diversi in immagini, rendendo ogni racconto vivo. Anche l’architettura ha avuto su di me un effetto simile. Nei luoghi storici, come i monumenti e i centri antichi delle città, posso immaginare le vite che li hanno attraversati, i suoni, i colori e le emozioni di chi è passato prima di noi. L’architettura, come il cinema, racconta storie, ma lo fa attraverso pietre, mattoni e spazi che contengono le tracce del passato. “Pietre e mattoni”, quindi, è nato proprio da questa doppia passione: cinema e architettura, narrazione e storia. In realtà, avevo iniziato a pensare a un film che esplorasse la vita di un giovane architetto, ma dovevo prima pensare ai sentimenti di questo personaggio, presto l’idea è diventata un tipo di documentario che sarebbe “Pietre e Mattoni”. Un confronto tra due città che per me rappresentano due mondi intrecciati: Roma la città che mi ha accolto per molti anni e Qazvin la mia città natale. Attraverso questo documentario, ho voluto dare vita a un dialogo visivo tra queste due culture, che mi hanno costruito e formato, raccontando l’importanza di preservare ciò che ci rende unici e ci lega al nostro passato.

Oggi, con l’avanzamento tecnologico digitale, come si è trasformato il suo rapporto nei confronti del cinema? È innegabile che il digitale sia diventato uno strumento imprescindibile, un linguaggio universale che ha aperto nuove frontiere creative. Tuttavia, negli ultimi anni, è emerso un nuovo protagonista di questa evoluzione: l’Intelligenza Artificiale. L’IA, con le sue capacità di apprendimento automatico e procreazione di contenuti, sta rivoluzionando nuovamente il modo in cui concepiamo il fare cinema. Le sue potenzialità sono enormi e offre agli artisti una cassetta degli attrezzi molto più economica, già questo aspetto è una grande cosa. Credo fermamente che gli artisti debbano abbracciare l’IA come un potente alleato, un nuovo strumento nella loro “paletta” creativa. Questa tecnologia può aiutarci a superare i limiti della nostra immaginazione che prima venivano autocensurati soprattutto per motivi economici, quindi serve a generare idee innovative e a realizzare progetti che prima erano impensabili. Per cui credo che gli artisti che sapranno sfruttare al meglio queste nuove tecnologie saranno i protagonisti di questa rivoluzione.

Siamo nel Paese che ha dato vita al Neorealismo, oggi come allora le difficoltà produttive sono evidenti. Lei che difficoltà ha incontrato ma soprattutto cosa crede che bisogna fare per i Registi emergenti? Anch’io, come molti, ho affrontato e continuo a vivere vari problemi legati alla produzione e alla distribuzione. Però, a differenza di chi crede che la questione sia solo italiana, io penso che, per il tipo di cinema che amo fare – un cinema indipendente, artistico – le difficoltà di trovare i fondi esistono in tutto il mondo. Realizzare film fuori dagli schemi commerciali è complicato ovunque, perché raramente si trova un produttore disposto a investire in un progetto di un giovane regista sconosciuto, soprattutto se quel progetto ha una vocazione fortemente artistica. Per chi vuole fare un cinema così, il sacrificio diventa parte del percorso. Bisogna rinunciare a tante cose e abbracciare una strada piena di incertezze e di ostacoli. Occorre avere una grande resistenza, una sorta di tenacia interiore che ti permetta di andare avanti, anche senza certe garanzie. Naturalmente, non è un consiglio che darei a qualcuno; non mi sento in grado di dare consigli su questo tema. Posso solo raccontare la mia esperienza e le mie sensazioni: fare cinema indipendente è difficile, richiede sacrifici, ma per chi sente di doverlo fare, è una scelta inevitabile.

Nella società odierna lo “sguardo umano” è cambiato. Come si è trasformato il suo modo di relazionarsi con le difficoltà e i disagi che stiamo vivendo? Credo che oggi sia fondamentale restare calmi e tenere gli occhi aperti per cogliere i cambiamenti attorno a noi. Personalmente, cerco di affrontare difficoltà e disagi con attenzione e lucidità, osservando per capire meglio la realtà in cui viviamo”. Il compito di un talento è quello di esprimere al massimo le sue idee, ma il talento è sentire, la disciplina è fare.

Lei ha studiato o crede che non serva per diventare Regista? Beh, è difficile rispondere a questa domanda. Chi è genio è genio, e forse con fare i film si può diventare un bravo regista, ma penso che studiare sia molto utile perché la disciplina che si sviluppa è fondamentale. Lo studio ci aiuta a capire meglio come analizzare i pensieri e a pensare in modo diverso. Tuttavia, non credo esista una formula precisa per diventare regista. Al momento io sono a favore dello studio, anche se magari in futuro potrei cambiare idea.

Saeid Shahparnia, oggi alla Festa del cinema di Roma, quale tipo di sogno o obiettivo ha nel cassetto ma soprattutto se avesse la possibilità di parlare ai giovani cosa consiglierebbe per vivere una vita emozionante fatta di libertà di espressione? Come ho detto prima, non sono una persona che dà consigli; sto ancora cercando la mia strada e non mi sento in grado di dare indicazioni agli altri. Ma se devo rispondere a questa domanda difficile, direi che nella mia vita ho imparato a guardare e sentire con una mente aperta. Solo questo posso dire.


BIOGRAFIA E FILMOGRAFIA | ShahparniaSaeid Shahparnia, è un Fotografo e Regista Iraniano che vive in Italia dal 2007. Nel 2002 si è laureato in ingegneria meccanica in Iran, ma il suo amore verso l’arte e il cinema lo hanno condotto in Italia dove ha studiato al DAMS, sezione cinema presso l’Università degli studi di Roma Tre. La sua carriera inizia nel 2011/2012 con le riprese del cortometraggio “L’immagine perduta 2012”. Negli anni successivi continua con altri corti, girati tra l’Iran e Italia, con riconoscimenti e premi: Il Peccatum, 2014; The Spectator, 2018; Subjective, 2020; Finché un giorno, 2024. Lavori che lo hanno condotto a partecipare alla Festa del Cinema di Roma con le sue ultime fatiche il documentario “Pietre e mattoni”, produzione di Own Air.


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