RECENSIONE | Anamìa. Dalla Bulimìa alla luce di Sonia D’Alessio


Articolo di Franco Salerno, scrittore, saggista e giornalista


Un affascinante inno all’Amore. Una scrittura creativa che entra in maniera originale e sapiente nella mente del personaggio.

Ci sono dei libri che non dimenticherai, poiché le sue pagine, le sue invettive, le sue denunce rimarranno incise a lettere di fuoco nel tuo immaginario ad accompagnare i tuoi sogni ma anche le tue delusioni.

Questi libri sono detentori di una nuova visio mundi, che “affascina”, nel senso letterale del termine, cioè che ammanta di fascino, di incanto e charme. Che schiude alla nostra vista, spesso annebbiata, nuovi territori di indagine e getta il lettore in una situazione di straniamento e di spiazzamento: cioè egli deve trovarsi in una condizione tale da dire a sé stesso: “Questo mondo lo sto vedendo per la prima volta”. Tale groviglio di sensazioni è ciò che si prova leggendo le profonde e rivelatrici pagine del romanzo Anamìa. Dalla bulimia alla luce di Sonia D’Alessio (edizioni Indipendently Publisher). L’Autrice è una raffinata e originale scrittrice e saggista, vincitrice di vari e importanti Premi Letterari.

L’Opera è stata presentata, a inizio dicembre, davanti a un pubblico folto e qualificato, nel Salotto letterario della Scuola Media “G. Amendola” di Sarno, da due eccezionali relatori: la Dott.ssa Carmela Filosa (che ha analizzato brillantemente a livello psicologico e filosofico i problemi posti dal testo in questione) e il Dott. Mimmo Cassano (che ha analizzato il testo con una straordinaria conoscenza della tematica da un punto di vista neurologico e psicoanalitico).


L’ANALISI DEL TESTO

Il romanzo si presta anche ad un’analisi testuale che va alla ricerca del messaggio esplicito e denotativo e del messaggio implicito e connotativo. Diamo così inizio all’analisi del testo. Cominciamo dal pre-testo, costituito da una canzone di Fabrizio De André in cui egli scrive: “Puoi sentir piangere/ anche il vento e il mare”. Parole che toccano e lasciano il segno, con il loro richiamo alla Natura, coinvolta in una sorta di dolore, ma anche di amore cosmico. Passiamo all’incipit da considerarsi in medias res, in quanto proietta il lettore “immediatamente in mezzo alla realtà” e squaderna uno squarcio di vita, sofferta e dilacerata. Esso è eccezionalmente costituito da una sola parola ripetuta due volte: “Toc toc”, segno onomatopeico che contiene nel suo interno la vocale “o” -la quale esprime la meraviglia del lettore coinvolto nella scena- e le due consonanti “t” e “c, che ben rendono il suono del colpo deciso. Insomma, con finezza Sonia D’Alessio convoca il lector in fabula e lascia a lui il compito di avviare le sensazioni. La scena incipitaria si poggia su due personaggi: madre e figlia. La quale, affetta e afflitta da bulimia, si è rifugiata nella toilette come in una fortezza e si è impossessata di 50 euro, destinati alla domestica. Queste due azioni sono descritte con la tecnica della focalizzazione interna (detta più semplicemente “la modalità critica di entrare nella testa dei personaggi”). Si veda a inizio pag. 15 la fraseOdio il cibo e lei non sa parlare d’altro, macina tra i denti la ladra”: la prima parte in azzurro è riferita alla figlia, mentre la seconda parte ribadisce con il termine “ladra” l’eventuale giudizio della madre o della domestica, così proferito se conoscessero la verità sul furto. Ci spostiamo al secondo capitolo intitolato “Vite parallele”, che instaura una lettura dualistica del testo: non si tratta, naturalmente, degli eroi greci e romani di Plutarco, ma (con una originale transcodificazione) degli anti-eroi del Ventesimo secolo, che, sconfitti dal denaro e dal successo sociale, si sono lasciati andare alla deriva fino ad incontrare la Nera Signora con la falce e con la clessidra nei luoghi dove non manca il dualismo della città: la Napoli da un lato piena di bellezza che narra fiabe ai suoi visitatori e la Napoli dall’altro con le sue anti-fiabe raccontate a chi la Storia non la fa, ma la subisce. Questi ultimi si accontentano di poco: i rifiuti dei cibi a loro bastano. Anche il contesto è toccato dalle vicende di queste persone, per cui lo spazio è antropomorfizzato: “Sul retro del Vesuvio, -scrive a p. 18 l’Autrice- il cielo di aprile si desta lentamente, sbadigliando fumi lievi, che si alzano sulla città”. Audace soprattutto la metafora antropomorficasbadigliando”, che regge finemente il complemento oggetto + attributo “fumi lievi” (nesso sinestetico fra “fumi”-olfatto e “lievi”-tatto). Uno dei luoghi magici che D’Alessio ha ammantato di fascino è la casa di Fraccistracci, che Nuccia contempla metaforicamente “acquattata proprio come lo è la sua anima”. La caratteristica di questo passo è la sua costruzione sintattica, realizzata da un susseguirsi (già solo 17 nel secondo capoverso a pp. 62-63) di proposizioni principali e coordinate tra loro, che garantiscono un ritmo dinamico nell’identificarsi con la Natura, fluida e passeggera com’è la vita stessa, simile anche a quella dell’anguilla. In questa casa della verità due personaggi, Nuccia e l’amica, leggono (p. 65) il puzzle di una lettera strappata, in cui troviamo frasi affascinanti come “Le tue sbarre mi segano l’anima”, una potente sentenza, riprodotta 8 righe dopo con una variatio nell’espressione “mi attanaglia l’anima”. Il capitolo 30 ripresenta il personaggio Fraccistracci mentre si sveglia di soprassalto: “Dalle finestre un colore di fango…E’ un’alba cupa…Il sole…pare scioperare”. Una nuova modalità per affermare l’identificazione Uomo-Natura. Amici e fratelli fra loro, ma anche talvolta nemici. Non a caso la pagina seguente si apre con un forte registro icastico e metaforico: “Piove. Piove da molte ore… Un cielo ceruleo velato di nubi gonfie di lacrime sovrasta il corteo funebre.” Siamo così arrivati alla fine dell’Opera. Gli anti-eroi di Sonia D’Alessio vivono isolati nel loro microcosmo e qui attendono la rivelazione di una nuova visione del mondo, incentrata -più che sulla lotta- sull’Amore non solo sentimentale, ma anche e soprattutto sociale, totale, universale.



Laureato in Lettere classiche e in Sociologia, docente di Italiano e Latino al Liceo Classico di Sarno, giornalista pubblicista, ha insegnato “Linguaggio giornalistico” all’Università di Salerno. E’ autore, tra l’altro, di due storie della letteratura italiana e de “Il Labirinto e l’Ordine” (Commento integrale alla “Divina Commedia”), di testi teatrali e saggi sulle tradizioni popolari. Il suo manuale “Le tecniche della scrittura giornalistica” (Ed. Simone) è citato nella Bibliografia della voce della Enciclopedia Treccani “Giornalismo”, appendice VII – 2007. Ha scritto una trilogia sulla Campania misteriosa che comprende: "la città che urla segreti", il thriller storico ambientato nella Napoli misteriosa (Guida Editori); "le ombre non mentono", il thriller storico ambientato nella Salerno misteriosa (Guida Editori); "che ora è dea notte?", il thriller storico ambientato tra i misteri di Ischia e Procida (Guida Editori).