UNO #SGUARDO SUL #MONDO | Intervista allo scrittore Salvatore D’Avino

Riceviamo e pubblichiamo l’intervista di Anna Ferrentino (AF-F)

La società odierna è in continua trasformazione e con essa la nostra percezione del mondo e di noi stessi.

Uno #sguardo sul #mondo” è un tentativo di raccontare, mostrare, trasmettere il modo in cui è cambiata la “percezione visiva” di chi fa delle arti e dei mezzi di comunicazione uno strumento per dare “vita” e “potere” al nuovo senso dell’umanità

Per l’occasione abbiamo voluto incontrare in vista del nuovo anno l’Autore Salvatore D’Avino, reduce dal successo della sua prima pubblicazione, Eretica edizioni, “Mani in alto pollo”, un giallo natalizio. Un libro che cattura non solo per la sua leggerezza ma anche per la sua singolare visione del mondo. Un “giallo surreale” che esplora attraverso i personaggi del presepe “le intriganti particolarità umane”. Ha intrapreso gli studi come “tecnico del suono” a Roma dove ha dato inizio la sua carriera. Tra gli esordi “In ogni storia”, per ToSky records, mentre la sua passione per la scrittura nasce nei luoghi della Wojtek Libreria. Salvatore, inoltre, non si cimenta solo con la penna è anche un compositore e musicista Jazz, con una sua “armoniosa” visione della realtà. Del resto, anche egli rientra tra gli allievi del “Conservatorio di Musica Giuseppe Martucci” di Salerno; un esempio di grande realtà musicale. Il suo ultimo album “La Marcia dello stupido”, racchiude in sé temi d’amore cantautorale immersi in un’atmosfera spaghetti western.

D’Avino, essendo iscritto all’albo degli insegnanti di canto della VOICEtoTEACH, è lui stesso che oggi forma le nuove generazioni.


L’INTERVISTA

“Mani in alto pollo”, è un libro con un’altra visione del simbolo del Natale, il Presepe.

Il Suo “giallo natalizio” ha un’ambientazione decisamente singolare, una località remota in cui viene organizzato un presepe vivente. Da dove nasce questa sua idea originale? L’idea nasce da un fatto vero. Almeno in parte, ovviamente. È vero per esempio il paesino, luogo in cui spesso mi ritiro per ritagliarmi un momento di pace. Luogo che tengo segreto, però mi diverte molto lanciare degli indizi, in modo che chi c’è stato possa individuarlo. Il “giallo?”, anche quello ha un fondo di verità. Tempo fa mi sono trovato – era durante uno dei miei ritiri – nella situazione di dover manomettere una cassetta delle offerte in una chiesa. Mi dispiace, chiedo scusa, è una bassezza, ma la chiesa era sconsacrata, e io credevo che per far accendere le luci di un presepe meccanico, che era lì, abbandonato, bisognasse mettere una moneta nella cassetta. Scoperto invece che il modellino meccanico del presepe avrebbe funzionato lo stesso, anche senza offerta, ho cercato di riprendermi i soldi. Ho desistito, precisiamo, ma l’idea di quel furto, e del prete che arrabbiato avrebbe chiamato la polizia e che da lì sarebbe partita una caccia all’uomo, quell’idea ha continuato a fermentare nella mia testa fino a questo racconto.

I personaggi del racconto hanno nomi e caratteristiche piuttosto atipici, sembra che Lei abbia dedicato una particolare cura in questa scelta, ma soprattutto uno di essi può essere associato ad uno dei personaggi del nostro contemporaneo? Sono convinto che per chiunque si cimenti a scrivere una storia, difronte a un personaggio nuovo o addirittura “al personaggio” del proprio racconto o romanzo che sia, la domanda nasca spontanea: come lo chiamo? Io almeno me la faccio, e dato che sono un amante delle storie brevi, dove hai poco spazio, e i fatti devono succedere a un ritmo più serrato, allora affido ai nomi un piccolo ruolo narrativo che mi aiuti a stilare la storia, oppure che mi aiuti a comprendere questi personaggi, nonostante il breve tempo che molti di loro hanno a disposizione. Ad esempio, molti di essi hanno il nome di un pastore del presepe, e spesso, il semplice abitante del paesino o il pastore stesso, con la sua storia centenaria si “confonderanno”… Ma non dirò altro. Inoltre, credo che in ogni personaggio che ho descritto possiamo trovare il suo “alter ego” nei protagonisti reali dei giorni nostri. Ad esempio Suzanne, un’adolescente che fin da subito è costretta a sostituire la mamma nel suo ruolo di genitore. Lascio ai lettori la curiosità di scoprire chi tra i protagonisti si associa al nostro contemporaneo.

Il tono del racconto è piuttosto incline a divagazioni umoristiche e paradossali, peraltro la lettura è sempre briosa e piacevole. Sebbene la scrittura sia sempre un processo personale, ci sono autori che, almeno in parte, hanno influenzato il suo stile? Credo che il mio stile sia in ampia parte frutto di tanti autori. Essendo anche un musicista, ho imparato bene la “regola aurea” di chi si affaccia al processo creativo: impara a copiare dagli altri. Scherzo, non so se sia un consiglio giusto, ma nel mio caso ha funzionato così. Ad esempio, leggendo Raymond Carver ho appreso l’importanza della velocità dei racconti e l’efficacia che può avere anche solo un dialogo di due battute. I gialli? Non ci crederete, è una passione che ho ereditato dallo scrittore Isaac Asimov. Inoltre è inutile dirLe che ci sono stati tanti scrittori che mi hanno folgorato e da cui, con impegno, ho cercato di rubare qualcosa, ma in assoluto lo scrittore a cui sono più debitore e Daniel Pennac. Ricordo quando lo lessi per la prima volta, e ogni periodo lo dovevo rileggere più volte, perché continuavo a chiedermi: come ha fatto a fare questo? Del resto, tornando al discorso dei nomi, “Lenida Capénna è uno dei protagonisti…”, provate a giocare con le lettere del suo nome!

Salvatore è il riflesso di chi attraverso la lettura di tanti autori ha maturato quella volontà di approfondire il mistero dell’uomo e i suoi intrighi, realizzando un suo stile e una sua personale interpretazione della realtà tutta da scoprire nella sua arte.



Intervista di Anna Ferrentino (AF-F)


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