L’A-venire dell’alterità, frammenti di etica

L’A-venire dell’alterità, frammenti di etica come filosofia prima, è la recente opera di Kris Michele Bello dedicata al pensiero del filosofo Emmanuel Levinas

La presentazione del libro è un altro tassello dell’ampia offerta culturale del progetto Territorio Letterario. Anche questo evento è stato presentato presso la libreria Spazio Amore Mio.

L’autore compie una riflessione articolata sul pensiero di Levinas affiancando il discorso prettamente filosofico alla lettura ed interpretazione della Bibbia. Lo studio della filosofia e dei testi sacri rappresentano per Bello una forte motivazione nei suoi studi; elementi che ritroviamo congiunti e ben armonizzati nel libro.

L’A-venire dell’alterità è edito da Tau editrice con la prefazione di Monsignor Gianrico Nuzza. L’autore è docente di Filosofia e Scienze Umane e fin da giovane ha mostrato grande propensione per la tematica filosofica. Gli abbiamo rivolto qualche domanda per conoscere meglio il contenuto del suo recente lavoro…

L’INTERVISTA

Gentile Professore, nei suoi studi Lei ha unito l’interesse per la filosofia all’approfondimento dei testi biblici. Talvolta la religione e la filosofia appaiono distanti: qual è il filo conduttore tra le due discipline che Lei ha individuato? Le distanze tra la sapienza filosofica e la sapienza biblica appaiono, secondo la logica delle distanze, contraddittorie, in un tempo vicine e allo stesso tempo lontane. Occorre, a mio avviso parafrasando la scrittura di Emmanuel Levinas, ragionare al di là di riflessioni “concilianti” tra le due sapienze. La Filosofia e la Bibbia (parlo non a caso di Bibbia e non di religione) sono in sintonia perché, come asserisce il filosofo lituano, “il pensiero filosofico riposa sempre su esperienze pre filosofiche”. La Bibbia, in quanto libro della vita e dell’uomo, è l’esperienza fondante dell’essere umano sulla quale la filosofia ha diritto di parola.

Parliamo della sua opera: vuole spiegare ai lettori il significato del titolo L’A-venire dell’Alterità? Nel presente evanescente, che è tempo di godimento e anticipazione dell’avvenire, si fa strada in modo ricorrente questo “brusio anonimo”, questa “veglia inspiegata e senza senso” nel quale l’essere più che pensare, viene pensato. In questa esperienza ricorrente dell’impersonale, l’essere si pone come “sovrano”, soggetto di potere e sapere sulle cose nella Totalità, Io imperante e dominatore il cui sguardo sulle cose del mondo è sempre solipsistico. L’essere vive, quindi, in una Totalità da esistente con la convinzione di trovare nel presente l’equivalente dell’avvenire. l’a – venire è la metafora della morte, “potere di non potere” sull’imprevedibile e imprevisto incontro con il volto dell’altro. L’a – venire è l’esperienza terribile della relazione faccia a faccia con l’altro, su cui io non posso più pormi ma de-pormi. Questa è l’alterità. deposizione del proprio potere di soggetto che vive di interesse e mai di disinteresse. L’alterità è disinteresse.

Il filosofo Emmanuel Levinas è un autore impegnativo e molti studiosi si sono soffermati sul senso della sua riflessione filosofica. Nel suo libro ha spiegato che il filosofo ha introdotto ’’La filosofia del faccia a faccia. Relazione con altri, senza intermediario’’, riportando alcuni suoi scritti. Nella nostra società sembra venire meno l’importanza del concetto di relazione. Qual è l’insegnamento che possiamo apprendere dalle riflessioni di Levinas per riscoprirlo? La nostra società politica è tutta riversa (direttamente attraverso il coinvolgimento di eserciti e interessi di dominio e indirettamente attraverso l’indifferenza) nelle guerre di controllo/dominio sull’altro. Oggi le direi che il maestro Levinas abbia in qualche modo profetizzato il pericolo di uno smarrimento dell’essere nell’essere. L’essere, così come la politica e lo Stato, sono diventati idola di sé stessi. Ognuno di essi permane nel proprio di spazio di realtà, fuggendo da una qualsiasi tentazione di andare al di là di se stessi. L’al di là del proprio sé, sia che si parli di un singolo soggetto che di una istituzione politica, equivale a scavare nella realtà, vivere la realtà più conoscerla. Levinas ci ha da sempre detto che umanizzare vuol dire aprirsi all’incontro epifenomenico con il volto dell’altro, che non viene a noi mai come anticipazione e su cui noi in realtà non abbiamo alcun potere di morte. Cosa ancor più importante è ricordarsi che l’etica è anche politica. L’altro che con il suo volto ci visita, con il suo volto parla, ci ordina di “servirlo” in quanto creatura e alla quale io devo rispondere in virtù della mia elezione a essere umano. A cosa devo rispondere? non ricordate che la prima parola del volto che appare a me è “non ucciderai”. Ecco, L’assenza di relazione che noi oggi viviamo è molto più di una mancanza di dialogo tra Ego e Alter. In realtà noi oggi viviamo in questa assenza di dialogo l’esperienza della simmetria, io sono responsabile di te solo se, quanto tanto, tu lo sei di me. Questo è il terrore più grande: la simmetria delle relazioni etiche. Levinas, invece, ci ha sempre indicato la strada giusta. Il suo insegnamento ricordiamolo è quello della Bibbia ebraica del Talmud, che in sintesi possiamo definire come il libro delle esperienze dell’asimmetria: io sono responsabile di te prima che tu lo sei di me.

Nel libro Lei illustra due figure storiche, Ulisse e Abramo, che Levinas ha posto in contrapposizione. Riportiamo alcune sue citazioni: ’’Nel soddisfare i propri bisogni Ulisse cerca ovunque vada conferme alla propria identità, senza che questa venga mai messa in discussione e nega violentemente la presenza dell’Altro’’. Nel descrivere Abramo ha scritto: ’’Abramo dinanzi alla chiamata di Dio ad uscire dalla terra di Ur risponde Eccomi, scegliendo la strada alternativa alla filosofia dell’Io, una strada che conduce dal sé all’altro’’. Secondo Lei l’uomo, attualmente, è simile ad Ulisse, concentrato solo sui suoi desideri? Pur avendo una simpatia con la figura di Abramo, le posso dire che nell’uomo esiste, perchè questo non lo potrei certamente negare, un desiderio di alterità, che è desiderio di infinito. Tale desiderio, che ha attraversato il cuore e la mente di Abramo, in poche circostanze viene espresso nella sua naturale forma: l’esteriore. L’uomo desidera l’infinito soltanto quando incontra il volto dell’altro. Ricordiamo però che questo desiderio non riempie la nostra fame o la nostra sete, questo desiderio ci svuota, ci disorienta. L’uomo è fin troppo orientato, disciplinato, autodiretto per vivere fino in fondo il desiderio di alterità. Se manca questo desiderio, manca nell’uomo l’esperienza errante dell’uscita dal proprio sé. Stare dentro di sé vuol dire godere e non desiderare l’infinito. Non desiderare l’infinito vuol dire uccidere senza guardare l’altro.

Qual è il filosofo di cui vorrebbe scrivere nel suo prossimo libro? Le mie intenzioni sono di proseguire su Levinas per andare anche oltre Levinas. Questo è certamente un compito arduo, ma non impossibile, perché si ricordi che per la filosofia l’oltrepassamento di un pensiero è una della facoltà dell’intelletto. Il Levinas che si è occupato del linguaggio in questo momento sta catturando le mie attenzioni, ma per far sì che ci sia un reale oltrepassamento del pensiero levinassiano mi servirò dell’epistemologia di Ricoeur e lo studio critico e in parte fenomenologico di Derrida. Al di là delle intenzioni, mi affiderò all’ispirazione.



Laureata in sociologia presso l’Università degli studi di Salerno, ha collaborato con diverse testate giornalistiche. Ha avuto un rapporto di collaborazione con il Comune di Sarno, presso l’Assessorato alle Attività Produttive. Attualmente è Docente Specializzato per le Attività di Sostegno Didattico e da sempre segue con attenzione le tematiche sociali e culturali. Per quanto riguarda la sfera dell’impegno sociale svolge attività di volontariato.