Roma – Ministero dell’Istruzione e del Merito. Nella solennità della Sala Aldo Moro, per un pomeriggio denso di parole e silenzi condivisi, la letteratura ha incontrato il coraggio, e le istituzioni si sono fatte cassa di risonanza di una delle fragilità più profonde e taciute della contemporaneità.
È qui che ha preso vita la presentazione del libro Post-it ad altezza vomito, firmato dalle docenti casertane Lucia Cerullo e Alessandra Vigliotti. Un titolo che urla verità, senza filtri, portando alla luce il dramma sommerso dei disturbi del comportamento alimentare. L’occasione non è stata una semplice presentazione letteraria, ma un momento di consapevolezza collettiva, inserito nel convegno voluto dal sottosegretario all’Istruzione Paola Frassinetti, da sempre attenta al tema del benessere psicologico nelle scuole.
A rendere questo evento unico è stata la presenza attenta e partecipe delle studentesse e degli studenti delle scuole medie e superiori di Roma, protagonisti di un confronto aperto, autentico, commovente. Hanno ascoltato, riflettuto, posto domande. Hanno trovato, forse per la prima volta, uno spazio sicuro in cui riconoscersi.
Post-it ad altezza vomito non è un libro da leggere: è un libro da accogliere. È una sequenza di pensieri crudi, scomodi, veri. Parole appuntate, come foglietti incollati all’anima, da chi ha conosciuto da vicino il dolore sottile e persistente dell’anoressia, della bulimia, delle ossessioni legate al corpo e al controllo. Nessuna morale, nessuna ricetta salvifica: solo uno sguardo lucido e umano che invita alla prevenzione, alla libertà, alla consapevolezza.
Protagonista silenziosa ma imprescindibile dell’incontro è stata l’Associazione Donna Donna Onlus, guidata dalla determinazione luminosa di Nadia Accetti, ideatrice del progetto “Gustiamo insieme la vita, per vivere in armonia il rapporto con cibo, corpo, emozioni”, che ha donato a questa iniziativa una prospettiva concreta, educativa, di rinascita possibile.
A coordinare con grazia e autorevolezza l’intero incontro, Giovanni Russo, capo della segreteria del sottosegretario Frassinetti, che ha saputo intrecciare i fili della cultura, della scuola, dell’ascolto, in un dialogo che lascia il segno.
In un tempo in cui il corpo è spesso teatro di insicurezze e silenzi, Post-it ad altezza vomito diventa voce. Voce per chi non ce l’ha, per chi non riesce a raccontarsi, per chi ha bisogno di essere guardato oltre l’apparenza.
Perché l’educazione, quella vera, nasce anche da qui: dal riconoscere il dolore e trasformarlo in consapevolezza.
MediaVox Magazine ha avuto il piacere di intervistare le due coautrici Lucia Cerullo e Alessandra Vigliotti per scoprire il motore di questo libro edito da Casa Sanremo Edizioni e già presentato nel Salotto Culturale di Casa Sanremo Writers.


L’INTERVISTA
LUCIA CERULLO
Il titolo del libro è spiazzante, diretto, quasi viscerale. Post-it ad altezza vomito è un’immagine che resta addosso. Come nasce questa scelta così potente e che tipo di reazioni avete incontrato nel proporla? Il titolo è stato scelto con piena consapevolezza e determinazione come provocazione: volevamo che fosse scomodo, che colpisse, che rompesse quel muro di imbarazzo e silenzio che ancora oggi circonda i disturbi del comportamento alimentare. Post-it ad altezza vomito è un’immagine forte, ma profondamente reale. Richiama quei segnali silenziosi, quasi invisibili, che chi soffre lascia dietro di sé sperando che qualcuno li raccolga.
Non sempre è stato capito. In alcuni casi ha suscitato perplessità o rifiuto. Ma è proprio questa reazione a confermare quanto fosse necessario. Non possiamo più permetterci un linguaggio neutro quando parliamo di un dolore così profondo e diffuso.
La nostra intenzione era, e resta, quella di accendere i riflettori su un problema che riguarda migliaia di giovani e che ancora oggi resta troppo spesso ai margini del dibattito educativo.
Lei e la coautrice Alessandra Vigliotti avete deciso di rompere un silenzio collettivo su un tema che spesso resta ai margini, soprattutto nel mondo scolastico. Quando avete capito che questo libro doveva nascere, e perché proprio ora? Il libro è nato da un’urgenza educativa e sociale, ma anche da un’amicizia e una visione condivisa.
Io e Alessandra siamo entrambe docenti ed educatrici, impegnate da anni nella prevenzione e nella promozione del psicologico. Ogni giorno entriamo in classe, ascoltiamo, osserviamo, e ci rendiamo conto di quanto tantissime problematiche compresi i disturbi alimentari siano presenti, anche se spesso invisibili. Discutendo dei tanti progetti formativi che arrivano nelle scuole, ci siamo accorte che quello sui DCA è un tema ancora troppo poco trattato nel nostro Paese, mentre all’estero la sensibilizzazione e la prevenzione sono già parte integrante dei programmi educativi. Così abbiamo sentito l’urgenza di agire. Ma non volevamo un libro teorico. Volevamo uno strumento concreto, utile, vivo.
Ogni capitolo si chiude infatti con spunti di riflessione e attività didattiche, pensati per coinvolgere le scuole, aprire dialoghi, favorire l’ascolto. Perché siamo convinte che la promozione del benessere psicologico debba andare di pari passo con la cura e la prevenzione dei disturbi alimentari. Non esiste salute senza salute mentale, e la scuola ha un ruolo cruciale nel riconoscerlo.
Se potesse lasciare un ultimo “post-it” simbolico, un messaggio da attaccare idealmente nel cuore di ogni lettore, quale sarebbe? “Il disagio non si pesa. Si ascolta. E si accompagna.” Viviamo in una società che misura tutto: il peso, le performance, l’immagine. Ma ci dimentichiamo che il dolore non si vede con gli occhi, si sente con il cuore.
I disturbi alimentari non sono una moda, né un capriccio. Sono una forma di sopravvivenza silenziosa, una richiesta di aiuto che passa per il corpo. Vorremmo che ogni lettore, soprattutto chi vive il mondo della scuola, si sentisse parte attiva di questo cambiamento culturale. Che capisse che educare al rispetto di sé e degli altri significa anche saper riconoscere i segnali del malessere, dare valore all’ascolto, favorire ambienti empatici e accoglienti. Un solo post-it, se messo nel punto giusto, può cambiare la traiettoria di una vita. E noi, con questo libro, abbiamo provato a scriverlo.
ALESSANDRA VIGLIOTTI
Nel libro si intrecciano frammenti, testimonianze, confessioni. C’è un passaggio che per lei è stato particolarmente difficile scrivere o rileggere? Uno di quelli che ha toccato corde profonde, anche personali? Sono sempre stata molto restia nel raccontare la mia esperienza… Perché ci ho messo tempo ad elaborarla. Perché appartiene ad anni ormai passati le cui dinamiche forse è difficile comprendere ancora oggi . Perché affronto un periodo della mia vita che ha visto al mio fianco persone che non ci sono più e che pure continuano ad esserci. Non c’è stata una frase o una parola difficile. È stato difficile raccontarmi e raccontare, ma ne sono felice. Era il momento giusto per farlo.
L’incontro con le studentesse e gli studenti al Ministero è stato intenso, autentico, partecipato. Che cosa le è rimasto impresso di questa esperienza? Incontrare giovani studenti al Ministero è stato, credo, un momento irripetibile. Per la sacralità educativa del luogo e per l’importanza emotiva dell’evento. In quella circostanza, già carica di emozioni e di parole non dette, ciò che mi ha profondamente commossa sono state le lacrime dei Docenti presenti, mentre guardavano i loro alunni. Sembrava una comunicazione in codice, la cui chiave di lettura eravamo state io e Lucia. Indimenticabile.
Lei è coautrice insieme a Lucia Cerullo di questo libro intenso e necessario, la vostra scrittura appare come un ponte tra la ferita e la possibilità di guarigione. Quanto di personale c’è nelle parole che ha scelto di affidare alle pagine, e quanto è stato difficile trasformare il dolore in racconto condiviso? Di personale, in questo libro, c’è tutto. Ci sono vent’anni di vita e di dolore. Vent’anni di guerre interiori e di sofferenze. Vent’anni di jeans larghi e specchi coperti. Ma ci sono anche vent’anni di resilienza. Di battaglie silenziose. Di forza e coraggio. Questo libro è personale in ogni virgola. Lo è per me. Lo è per Lucia. Lo è per la sacralità con cui abbiamo custodito e raccontato le esperienze che ci sono state affidate. Non smetterò mai di ringraziare Lucia, amica e sorella, per avermi dato l’opportunità di raccontarmi. È stata anche la sua fiducia a cementare quel percorso di guarigione interiore che è lungo, ma possibile! E noi, ne siamo testimonianza viva!