Dal Alife a Sydney. Dal silenzio delle radici al trionfo planetario. La storia di un uomo che ha fatto della sua vita un impasto di coraggio, famiglia e verità.
«Non sono partito per fuggire. Sono partito per scoprirmi.»
Dietro questa frase semplice, limpida e tagliente, si cela un mondo…
Il mondo di Simone Zullo, 35 anni, originario di San Michele, una piccola frazione di Alife, nel cuore del Parco del Matese, in provincia di Caserta. Un luogo che non ha bisogno di folla per essere pieno, che parla con il vento e racconta storie a chi ha il coraggio di ascoltarle.
Simone parte da lì. Da una famiglia indivisibile, radicata nei valori, nel lavoro, nell’amore autentico. Non parte per cercare fortuna, ma per cercare se stesso. E il mondo, come spesso accade con chi ha un destino segnato dal fuoco, lo mette alla prova.
Ha dormito per strada, ha perso tutto e ha ricominciato da niente. Ma non era solo… Al suo fianco c’era il fratello Alessio, con cui ha costruito una visione: prima un carrello da pizza, poi un food truck, infine Fratelli Pulcinella, un ristorante su tre piani con un giardino incantato a Sydney.
Oggi quel luogo è molto più di un locale. È un abbraccio. Un pezzo d’Italia piantato in terra australiana. Un racconto di appartenenza, sacrificio e bellezza condivisa.
E poi, nel 2025, la consacrazione:

Campione del Mondo di Pizza Classica – Trofeo Caputo, Napoli.
Ma il premio più grande Simone lo ha ricevuto quando ha guardato suo figlio Enry riaprire gli occhi dopo un coma. Un incidente straziante, accaduto durante il Covid. Un colpo al cuore di un padre. Eppure, Simone non si è arreso. Ha superato ogni barriera, ogni legge, ogni distanza. Lo ha raggiunto, gli ha parlato, lo ha toccato. Gli ha trasmesso vita.
«Quando Enry si è risvegliato, sono rinato anch’io.»
Oggi nulla è più solo lavoro. È vita, è famiglia, è missione.
Con Enry e Cristian, ossia i suoi due figli, Simone ha ritrovato il senso pieno di ogni gesto. Ha saputo trasformare il dolore in forza. Il pane in speranza. Il forno in altare.
E sempre con lui:
una madre che è tempesta e rifugio
un padre che ha costruito con la testa e col cuore
due fratelli (Alessio ed Erik) che non hanno mai smesso di crederci
Sono una famiglia indivisibile. Più forte del tempo, delle distanze, del destino.
E Simone Zullo ne è il cuore pulsante.
MediaVox Magazine ha avuto il piacere chiacchierare con Simone per raccogliere emozioni, sogni e riflessioni in un’intervista esclusiva.
L’INTERVISTA
Simone, qual è stato il momento esatto in cui ha capito che ce l’aveva fatta? Credo che il momento esatto sia arrivato quando ho vinto il Campionato Mondiale e ho capito che grazie a quella vittoria potevo ottenere il visto per tornare da mio fratello, in Australia, e vedere finalmente con i miei occhi il sogno che avevamo costruito insieme. Ma il percorso per arrivarci è stato tutto fuorché semplice. Ho iniziato a fare il pizzaiolo a 17 anni. Mio zio mi portò a un campionato, e nel 2010 presentai una pizza ispirata alla carbonara, con tuorlo d’uovo, pecorino e peperoncino. La chiamai Orgasmo. Mio zio non approvò il nome, ma io sono sempre stato un tipo fuori dagli schemi. Accettai poco dopo un lavoro in Australia, ma le cose non andarono come previsto: dopo alcuni problemi con la direzione della pizzeria, mi ritrovai letteralmente in strada, con solo 200 euro in tasca. In ostello mi rubarono pure il passaporto. A salvarmi fu la breakdance: iniziai a fare spettacoli e performance di pizza freestyle. Trovai poi lavoro in un quartiere italiano, e lì mi raggiunse mio fratello, che aveva lasciato il lavoro da animatore. Non riusciva a stare lontano da me. Si innamorò del mio sogno e cominciammo a lavorare 17 ore al giorno, sette giorni su sette. Nel frattempo la mia compagna, incinta dei nostri figli, tornò dalla madre e non rientrò più. Ma preferisco non entrare nei dettagli della mia vita privata. Ci buttammo su un locale in centro, in una zona a prevalenza asiatica. Dopo un anno non eravamo in rosso, ma eravamo esausti. Mio fratello, per un attimo, mollò tutto. Lo convinsi a crederci ancora. Poi nacquero i miei figli, ma al mio rientro in Australia fui fermato e trattenuto in un centro di detenzione. Mi diedero un blocco di tre anni. Intanto mio fratello, da solo, realizzò una pizzeria “apri e smonta” in un parcheggio molto frequentato. All’inizio vendevamo 2 o 3 pizze al giorno, poi ne facemmo 150. Ma appena le cose sembravano andare per il meglio, ci costrinsero a lasciare quella location. Trovammo una casa-rudere da ristrutturare e la trasformammo nel nostro nuovo punto vendita. Andavamo fortissimo, ma anche lì tentarono di farci chiudere. Fortunatamente, grazie ad alcuni cavilli legali, riuscimmo a resistere. Con un prestito creammo una linea di prodotti 100% italiani, ma io ero ancora fuori dallo Stato. Allora mi dissi: “Se vinco il campionato mondiale, posso tornare”. E così è stato. Quello è stato il momento in cui ho capito che ce l’avevamo fatta.
Cosa c’è nella sua pizza che viene davvero dalla sua storia personale? Tutto. Ogni pizza è un frammento della mia vita, delle mie emozioni, delle mie cadute e delle mie risalite. La più richiesta? Si chiama Amore Tossico. L’ho dedicata a una ragazza che ho amato profondamente, ma che mi ha fatto male. Era bellissima, irresistibile… e tossica. La pizza è a doppio strato: deliziosa ma un po’ pesante. Come lei. Il nostro menù è pieno di nomi che raccontano storie, emozioni, tradizioni e messaggi motivazionali. Credo che la pizza sia più di un piatto: è un modo per raccontarsi, per ispirare, per trasmettere amore. E io nell’amore, nonostante tutto, continuo a crederci.
Ha vissuto la notte più buia con suo figlio… Cosa l’ha tenuta in piedi? Era il compleanno di mia madre. Eravamo tutti insieme, stavamo festeggiando, c’era un’atmosfera serena… Poi squilla il telefono. Era la mia ex compagna. Con voce spezzata mi dice solo questo: “Tuo figlio è in elicottero, non so se è vivo o morto”. Poi chiude la chiamata. Il mondo mi è crollato addosso in un istante. Io e mio padre siamo partiti subito, senza pensarci, verso la Svizzera, dove si trovavano. Quando siamo arrivati, ci hanno detto che le possibilità che si salvasse erano minime. Ma mio figlio ha lottato. Ha sorpreso tutti. Contro ogni previsione, ce l’ha fatta. Quello che mi ha tenuto in piedi? L’amore. L’amore viscerale per mio figlio, la forza che ti viene solo quando ami qualcuno più di te stesso. In quei momenti capisci davvero chi sei. E finché c’è anche solo una possibilità, tu non smetti di sperare.
Cosa direbbe oggi al ragazzo che dormiva per strada con un sogno nel cuore? Gli direi di non smettere mai di crederci. Anche quando tutto sembra andare storto, anche quando la notte è più lunga e fredda. Gli direi di stringere i denti, di camminare a testa alta, perché la forza e l’amore della famiglia saranno la sua ancora. Gli direi che arriverà il giorno della rivalsa. Che quel sogno custodito tra le mani e il cuore lo porterà lontano, nei luoghi più belli e insperati, come il Festival del Cinema di Venezia, o in una realtà costruita con il fratello, mattone dopo mattone: i Fratelli Pulcinella. Gli direi che nulla nasce per caso, e che anche il dolore, un giorno, avrà un senso. Basta continuare a sognare, anche quando si dorme per terra.