Il 18 giugno 2025, alle ore 16,30, presso la sala convegni D’Arezzo dell’Ospedale A. Tortora di Pagani, si è svolta la cerimonia conclusiva del progetto “Cuore d’argilla”.

Il progetto, promosso dal reparto di Ematologia in collaborazione con l’Associazione Nasi Rossi Clown Therapy e con il sostegno del Rotary International – Distretto 2101 e dei Club: Nocera Inferiore – Sarno, Apudmontem e Scafati Angri Realvalle Centenario, e della Locanda di Almayer di Rita Romano, ha coinvolto pazienti ed ex degenti in laboratori artistici che hanno trasformato l’esperienza della malattia in un percorso creativo e relazionale. Hanno portato i saluti istituzionali il Sindaco di Pagani, Raffaele Prisco, la Direttrice sanitaria per il DEA di Nocera-Pagani-Scafati, Dott.ssa Rosalba Santarpia, il Presidente dell’associazione Locanda di Almayer di Rita Romano, avv. Francesco Romando, il dott. Antonio Brando, Governatore del Rotary International – Distretto 2101, e i rappresentanti dei club Nocera Inferiore – Sarno, Apudmontem e Scafati Angri Realvalle Centenario.Ha magistralmente coordinato il prof. Franco Bruno Vitolo.Hanno allietato l’evento con brani musicali il Maestro Laura Belvisi, al pianoforte, e il Maestro Serena Della Monica, alla fisarmonica.Il prof. Franco Bruno Vitolo, nella sua introduzione, ha sottolineato che la scelta del “cuore dell’argilla”, come filo conduttore dell’iniziativa e dei lavori di quest’anno affidati ai pazienti e agli ex degenti, è stata emozionante. L’argilla… quel materiale di manipolazione che, insieme con il segno e il graffito sulla pietra e sul legno, più ci ricollega alla notte dei tempi ed alle origini dell’uomo e della civiltà. L’argilla è la Terra sulla quale l’uomo ha camminato e vissuto, la terra che ha imparato a manipolare per costruire utensili utili e necessari e poi anche a scopo decorativo. E la sua lavorazione ci ricollega suggestivamente agli elementi primordiali, la terra e l’acqua che la compongono, l’aria che le asciuga, il fuoco che la consolida: è la poesia del cosmo che si fa concreta davanti ai nostri occhi e tra le nostre mani. I metodi, in tanti millenni, sono cambiati poco o niente, e le forme nascono dal cuore e dalle emozioni di chi la lavora…..Attraverso la creatività, e, quindi, nel nostro caso, attraverso l’uso delle mani, l’argilla riesce a dare forma e sfogo proprio al personale disagio, rappresentandolo col contestuale riconoscimento e condivisione della sua condizione emotiva. Lavorando in gruppo, il soggetto stabilisce un ulteriore contatto con persone che hanno avuto o hanno le sue stesse problematiche, creando un’osmosi benefica, come succede ogni volta che si scopre nell’altro una parte di se stesso e si offre all’altro una parte di se stesso. Infine, toccando con mano il frutto del proprio lavoro e avendo l’opportunità di mostrarlo e lasciarlo in vista, il paziente stesso sente in sé la forza della vita proprio nel momento in cui si deve difendere dalla paura di perderla. Per questo, l’esperienza dell’Arteterapia ha valore soprattutto per il percorso, che porta alla soddisfazione e al protagonismo del prodotto finale e della mostra con la stessa ricchezza di un fiume che sfocia nel mare ma dopo aver alimentato feconde distese di boschi e coltivazioni. Il risultato finale è comunque affascinante, come il mare dopo l’arricchimento del fiume: persone con sorrisi almeno rasserenanti tra le rughe della tempesta, e i corridoi di un ospedale, tradizionalmente freddi e grigi, vivificati in permanenza dai colori della creatività e della vita.Nel suo intervento il Primario del reparto di Ematologia, prof. Catello Califano, ha evidenziato che l’Arte è l’intelligenza dell’anima, la capacità di esprimere il proprio sentire creando, vivendo e trasferendo emozioni. Oggi, sempre di più, si trasferisce arte nel mondo della medicina: pareti di ospedali non più anonime ma dipinte, musica come terapia, tutto in un percorso emozionale che deve diventare parte integrante del percorso di cura. E se provassimo a spostare in cura, da semplici spettatori d’arte in attesa di emozioni, ad artisti emozionati della loro opera? Il progetto “arte che cura”, un viaggio attraverso i cinque sensi, ha sviluppato questo obiettivo: il paziente diventa egli stesso artista e, nella tappa del viaggio dei sensi, il tatto, attraverso un laboratorio di ceramica, crea opere. Le opere diventano non solo un risultato di occupazione di tempo di vita ma il collante emozionale tra percorso di cura e voglia di vivere: spinti e sorretti dallo slancio entusiasmante di essere non più ammalati che subiscono cure, ma protagonisti attivi e partecipi di creazioni nonostante le cure. L’arte diventa energia vitale a sostegno del percorso di cura.La dott. ssa Carmela Trezza, coordinatrice del reparto di Ematologia, con tono emozionante ha sottolineato che “nei silenzi di una stanza d’ospedale, dove la malattia e la sofferenza sembrano dominare, può nascere qualcosa di straordinario: la creatività. Il progetto “Curare con l’arte” ha portato la luce della creatività in un reparto di ematologia, dove i pazienti hanno scoperto il potere terapeutico dell’argilla e della ceramica. In quei pomeriggi ha visto qualcosa che le ha toccato profondamente il cuore. I suoi pazienti, persone che ogni giorno lottano contro le loro battaglie, hanno creato qualcosa di straordinario nei laboratori di ceramica dell’ospedale. Hanno plasmato l’argilla con le loro mani, imprimendo le loro emozioni in ogni forma, in ogni colore, in ogni dettaglio. E ciò che è nato da quelle mani è stato qualcosa di incredibilmente bello. Ha visto la speranza nelle curve delicate di un fiore, la gioia nei colori vivaci di una scultura a forma di cuore, di farfalla, la serenità nelle linee morbide di una nuvola, la sinuosità di un pesciolino, la paura in un vulcano che vuole eruttare, la voglia di evasione in una macchinina rossa, la speranza in un albero ricco di fiori. Ogni manufatto è un riflesso dell’anima di chi l’ha creato, un’espressione pura e autentica delle emozioni che hanno attraversato la mente di tutti in quei momenti. In quei laboratori ha visto persone, che spesso si sentono fragili e vulnerabili, trovare la forza di creare qualcosa di meraviglioso. Ha visto la resilienza, la creatività e la bellezza umana emergere da un momento di difficoltà. Ha visto i loro occhi brillare come quelli dei bambini alla scoperta del mondo. Ha visto le persone cambiare, ha visto attimi di magia, ha visto la cura, la cura del cuore. Plasmare l’argilla, creando pezzi unici e personali, ha permesso ad ognuno di esprimere le proprie emozioni, di trovare un senso di controllo e di libertà in un momento di grande vulnerabilità. L’arte della ceramica ha trasformato lo spazio sterile dell’ospedale in un luogo di creatività e di speranza. E, in quel momento, ha capito che è proprio questa la vera essenza dell’amore: vedere la bellezza nelle imperfezioni, trovare la speranza nelle difficoltà, amare senza condizioni.”La dott. ssa Francesca Colombo , nel suo intervento accalorato, ha evidenziato che il lavoro con l’argilla radica, pone l’attenzione, direziona, comunica: “Tu senti, dunque io esisto. Io esisto, dunque Tu sei.” Tutto è in costante movimento come una danza delle mani, finché non si sceglie una forma permanente. Dedicare momenti a questo corpo trasformabile è come prendersi cura di sé: l’interno prende vita dall’esterno. Si crea una dimensione nuova dove rifugiarsi e riemergere. Si entra nella materia mentre la materia entra nel soggetto, si fa pelle, si trasforma. Racconta qualcosa di sé, del passato, del presente, del futuro. L’argilla è presenza tangibile, è un corpo che assorbe emozioni, rimettendolo al mondo. L’argilla diviene, grazie alla sua potenzialità plastica, uno strumento prezioso di narrazione della persona. È una materia che, possedendo un grande potere evocativo, attinge ai miti della creazione e ai quattro elementi naturali; composta da terra e acqua, si asciuga all’aria e si consolida nel tempo grazie al fuoco. La concretezza della sua materia amplifica la rappresentazione del nostro mondo interiore, veicolando la fluidità delle emozioni, intrecciandosi con le sensazioni fisiche in un percorso affascinante di sperimentazione che coinvolge innanzitutto la nostra sensibilità tattile e sensoriale che, nel rispecchiare le nostre modalità di contatto, ci dischiude orizzonti di lettura delle nostre capacità relazionali e modelli operativi interni.La prof. ssa Antonella Nigro nel suo intervento critico, pubblicato nel libro Cuore d’argilla, ha precisato che “Il binomio arte-guarigione trova nella lavorazione della creta qualcosa di magico e profondamente pertinente: modellare l’argilla è, da sempre, legato al concetto di rinascita. Concorrono, infatti, alla fattura stessa dell’opera d’arte ceramica tutti gli elementi primordiali della vita, ovvero fuoco, acqua, terra: un’arte cosmica volta non solo alla bellezza, ma in ascolto d’una totalità silenziosa e della sua perfetta armonia. “Cuore d’Argilla” si presenta come feconda occasione per affrontare una riflessione anche sul valore e il ruolo dell’Arte nella sua funzione sociale. In una contemporaneità dominata dall’affermarsi di tecnologie omologanti che mirano sempre più alla quantità che non alla qualità, l’atto creativo diventa un forte punto di riferimento per riaffermare l’espressione umana nelle sue caratteristiche di unicità e irripetibilità. La dimensione immaginativa ed inventiva, infatti, consente di uscire dal mediocre conformismo, dall’ordinaria ripetitività delle azioni, dalla banalità del giudizio fine a se stesso, giungendo in un ambito carico di liricità e pathos, dove conta l’uomo col suo genio e la sua creatività. Gli elaborati artistici sono inestimabili interpretazioni del mondo e dei sentimenti attraverso la visione intima del proprio autore, plasmati applicando canoni e priorità personali, giungendo alla concreta realizzazione dell’idea, fondendo l’inconscia ispirazione e la consapevolezza del contingente. Ogni opera d’arte rappresenta un delicato e potente desiderio di libera affermazione, di rara autonomia, di affrancata ricerca e anche di svincolata comunicazione. L’indagine di ogni partecipante è preziosa, poiché canta la natura, la nostalgia, a volte il dolore, personale o universale, ma, anche in quest’ultimo campo semantico, ne promuove una reinterpretazione e una sublimazione, esprimendolo attraverso la meraviglia del colore o della forma e, analizzando l’animo umano, anela e suggerisce la meditazione, l’azione, la catarsi.”La dott. ssa Valentina Basile nel suo intervento critico, pubblicato nel libro Cuore d’argilla, ha sottolineato che “il laboratorio di ceramica dal titolo “Cuore d’argilla” si inserisce nel più ampio progetto “Arte che cura”, il quale si propone di creare un progetto sensoriale per aiutare i pazienti nel percorso di guarigione, terapia spirituale che affianca e incentiva le cure ospedaliere, migliorando l’umore dei pazienti e restituendo ad essi il ruolo di parte attiva in un momento, quello della malattia, in cui le cure si ricevono, si “subiscono”. È invece importante e potente avere la possibilità di agire, di creare in prima persona, di essere partecipi di un progetto che unisce persone con un vissuto diverso ma simile, nonché di poter fare Arte. La ceramica allora appare la tecnica artistica perfetta. Coinvolge il tatto, uno dei cinque sensi di cui parlavamo prima e consente di mettere le mani in pasta. Di entrare a contatto diretto con l’argilla con cui ci si sporcherà le mani. Si potrà modellarla, plasmarla, affondandoci le dita. Può essere un atto sensuale, energico, vigoroso oppure delicato, vellutato, liscio. A ogni paziente viene data la possibilità della scelta. Ognuno può creare assecondando l’impeto del momento. E non c’è nulla di più potente della possibilità. A seguire i pazienti nei laboratori sono stati chiamati dei ceramisti professionisti, ciascuno caratterizzato da un proprio stile. Elementi marittimi e ricordi ancestrali, ad esempio, sembrano pervadere le ceramiche del maestro Sergio Scognamiglio. Una personale interpretazione della figura umana e animale che trova i suoi antenati nelle sculture africane o, ancora più indietro, nelle pitture rupestri. La figura umana è stilizzata, allungata, distorta, e dialoga con il paesaggio nel quale viene a collocarsi, simulacro di divinità che si fanno uomini. Anche gli animali si fondono, creando creature fantasiose, colorate: materiale per la mitologia. La figura umana è anche al centro del discorso artistico della ceramista Annamaria Panariello, il cui linguaggio tende a deformare, unire, incastrare, troncare i corpi, plasmandoli al fine di restituirli allo spettatore nella loro veste più cruda, grottesca. Le figure non hanno occhi, bocche, volti. Sono ombre, anime, essenze. C’è una notevole varietà sia nell’utilizzo dei materiali che dei colori, ma il tormento che a volte si evince in alcune pose contorte e turbanti delle figure è in netto contrasto con il materiale liscissimo della superficie, luminosissimo, a volte quasi riflettente. Infine, elementi paesaggistici sono i protagonisti coloratissimi delle opere delle cosiddette Fate Fantastiche, nome d’arte di Maria Teresa Sgueglia e Annarita Basile. Questi elementi dialogano con gli emblemi del territorio Partenopeo, come la maschera di Pulcinella, l’iconico Vesuvio, la sirena Partenope. Il mito vive e rivive attraverso lo sguardo pop delle due ceramiste che alternano lavori su tela, dove la ceramica è elemento materico che fuoriesce dallo sfondo pittorico, a vere e proprie sculture in cui la tridimensionalità si riappropria del suo ruolo da protagonista. È il colore il trait d’union tra tecniche differenti e uno stile che sintetizza, mostra all’osservatore pochi elementi chiave e sfondi visionari e lo invita a immaginare il resto, a inventarsi una storia. Le attività laboratoriali sono state documentate, fissate nel tempo e restituite allo scorrere della vita tramite l’occhio attento della fotografia. C’è una valenza documentaria e antropologica insieme nel trascorrere del tempo coi pazienti al lavoro. Lo sguardo è attento, partecipe, ma la fotografia consente anche di creare una distanza tra ciò che avviene e ciò che la carta fotografica ha catturato attraverso la luce. Nelle foto siamo noi, ma anche altro da noi. È soltanto così che riusciamo a guardarci davvero. È soltanto così che l’aura artistica, spirituale, creativa che si è sprigionata negli incontri laboratoriali, può essere percepita anche da chi non vi ha partecipato. È lo sguardo della fotografa Any Ruggiero a catturarlo. La fotografia di Any Ruggiero predilige il bianco e nero. C’è soprattutto una attenzione al ritratto. Un voler guardare negli occhi il soggetto fotografato per restituirne non soltanto il volto ma l’intero paesaggio spirituale che in esso si cela. Non è un caso, infatti, che nella maggior parte delle foto, i soggetti non distolgano lo sguardo dalla fotocamera; è un invito a mettersi a nudo, un dialogare col fotografo prima e poi con lo spettatore che quello sguardo lo fruisce attraverso il tramite del fotografo e dell’immagine fotografata. È così che il progetto ha preso forma e, come albero fertilizzato, innaffiato e curato, ha restituito i suoi frutti. Non è un caso, infatti, che due delle opere finali dei laboratori di ceramica siano costituite proprio da alberi della vita. L’albero è simbolo di pazienza, di cura, di ciò che richiede lentezza. Al tempo stesso, però, è emblema della crescita: la leggiadria del fuscello si trasforma nella forza solida e silenziosa dei tronchi che svettano alti quasi fino al cielo. L’albero della vita è un simbolo iconografico ricorrente nell’arte (tra i più iconici quello di G. Klimt), nelle scritture filosofiche e religiose, interpretato come elemento d’unione tra cielo e terra, ma anche come immagine della vita che si rinnova. Elementi marittimi e fantasiosi rappresentano ancora altre opere elaborate dai pazienti durante i laboratori. Ciascuno ha sfidato se stesso, si è messo alla prova e quindi ha già vinto. Da questa esperienza i pazienti avranno imparato che l’arte della cura è un processo faticoso, lento; che ogni azione richiede tempo e che per ottenere dei risultati è necessario aver pazienza. Con tale bagaglio acquisito, essi potranno ritornare “pazienti che ricevono cure” avendo però acquistato una consapevolezza maggiore. Avendo avuto l’opportunità di creare e vivere la creazione. Avendo ricevuto in dono la possibilità di credere nell’arte e, grazie all’arte, dare una seconda possibilità alla vita.”I lavori realizzati nei laboratori che si sono tenuti a Vietri sul Mare, presso il Maestro Sergio Scognamiglio, a Cava dei Tirreni, presso l’artista e ceramista Annamaria Panariello, e a Scisciano, presso le ceramiste “Fate fantastiche” ( Maria Teresa Sgueglia e Annarita Basile), sono stati bellamente allestiti in forma permanente nei corridoi del reparto di Ematologia.Le bellissime foto, che raccontano diversi momenti dei vari laboratori e che sono state pubblicate nel libro Cuore d’argilla, sono state magistralmente effettuate dalla fotografa Any Ruggiero.A conclusione dell’evento, in segno di riconoscenza, sono stati consegnati dei cadeaux ad alcuni collaboratori del libro “Cuore d’argilla”: grafico Luigi Di Somma, editing Nicola Esposito, fotografa Any Ruggiero e alle critiche d’arte Antonella Nigro e Valentina Basile.








