Ci sono dischi che non si limitano a uscire: accadono. “dJazz (volume 1)” è uno di questi.
Dal 13 giugno 2025, il nuovo album firmato Gabbo è disponibile su tutte le piattaforme digitali, ma è molto più di una semplice pubblicazione: è l’inizio di un viaggio che intreccia identità, memoria e visione. Un’opera che osa, che ascolta, che dialoga.
Jazz e hip hop, due mondi solo in apparenza distanti, si abbracciano in una narrazione sonora coraggiosa e profondamente autentica, guidata da un basso che non accompagna: racconta.
Con il tocco inconfondibile di Rugbeats alla produzione e un parterre di ospiti d’eccezione – da Massimo Moriconi a DJ Baro, da DJ Craim a DJ Myke, fino a DJ Stile, DJ Double S e molti altri – “dJazz (volume 1)” è un tributo e insieme una rinascita: un ponte musicale costruito con rispetto, passione e visione.

MediaVox Magazine ha avuto il privilegio di entrare nel cuore di questo progetto, dialogando con Gabbo in un’intervista esclusiva che ci ha condotto alle radici della sua ispirazione, nel punto esatto in cui la musica non è più solo suono, ma scelta, verità e libertà.
L’INTERVISTA
“dJazz (volume 1)” fonde due mondi solo in apparenza lontani: il jazz e l’hip hop. Qual è stata la scintilla iniziale che ti ha spinto a costruire questo ponte sonoro? Più che pensare alle differenze, ho seguito ciò che mi rappresenta in profondità. Entrambi i generi vivono in me: l’hip hop è parte del mio sangue da anni, grazie ai Cor Veleno, con cui ho condiviso un cammino artistico che dura da sempre. Il jazz, invece, è stato un incontro più accademico, più intimo: l’ho studiato, l’ho respirato in casa grazie a mio padre, che è un trombettista. Il ponte tra i due mondi era già dentro di me, dovevo solo dargli voce.
Nel disco collaborano figure storiche dell’hip hop italiano e icone del jazz. Com’è stato per te riuscire a creare un dialogo autentico tra queste due dimensioni? È stato naturale, quasi spontaneo. Conosco bene entrambi gli ambienti e ho grande familiarità con i professionisti di ciascun genere. Il DJ, figura centrale dell’hip hop, e la componente jazzistica si sono intrecciati senza forzature. Il jazz, in fondo, è il ponte che unisce, il collante invisibile tra groove e improvvisazione. È lì che i due mondi si sono incontrati davvero.
Hai citato Massimo Moriconi come una delle tue più grandi fonti d’ispirazione. Cosa ti ha trasmesso nel corso degli anni e che cosa ha significato per te averlo nel disco? Massimo è una figura fondamentale nella mia vita. Da bambino ascoltavo i suoi dischi con ammirazione e rispetto, ed è grazie a lui se ho scelto il basso elettrico come strumento del cuore. Quando l’ho conosciuto, ero poco più che un adolescente, ma tra noi c’è stata subito una comprensione silenziosa, profonda. Oggi siamo amici, oltre che collaboratori. La sua presenza nel disco è per me un onore e una conferma di quanto la musica sappia unire oltre ogni barriera.
Se dovessi raccontare “dJazz (volume 1)” a un giovane che si avvicina per la prima volta alla musica, quali parole useresti per invitarlo all’ascolto? Gli direi che questo disco è un viaggio. Troverà l’anima autentica del jazz e, allo stesso tempo, sonorità familiari come quelle dell’hip hop. È un ponte generazionale e culturale, dove le armonie sono più ricche e profonde rispetto a quelle a cui è forse abituato. Dentro ci sono brani che rispettano la tradizione ma che parlano la lingua della contemporaneità. È un incontro, non una lezione.