C’è stato un tempo in cui la generazione dei Millenials scandiva l’arrivo del periodo estivo con l’inizio del Festivalbar. Il fortunato evento, in diretta televisiva dalle piazze italiane, trasmetteva tormentoni estivi che sin subito diventavano la colonna sonora delle nostre lunghe estati in spiaggia.
Oggi, invece, complice l’assenza di un festival di tale portata e in grado di restituire quella stessa magia di un tempo, assistiamo a un fenomeno nuovo: il rinnovato entusiasmo per i concerti dal vivo, capaci di spingere migliaia di persone, accomunate dall’interesse di ascoltare i propri idoli dal vivo, a recarsi presso stadi, ippodromi o luoghi di celebre fama architettonica e paesaggistica.
Così, come ormai faccio già da qualche anno, anche questa volta ho ceduto e ho scelto di partecipare al Firenze Rocks presso l’Ippodromo delle Cascine, regalandomi i biglietti dei Guns N’ Roses, la rock band di Los Angeles che, proprio quest’anno, ha raggiunto i 40 anni di attività.

Il 12 giugno, però, a Firenze è già piena estate: i termometri segnano 33 gradi e il traffico è congestionato da strade chiuse e motociclisti impazziti, tutti alla ricerca di un parcheggio che non sia troppo lontano dagli ingressi di Visarno Arena.
La folla dei fan si disperde tra i vari accessi segnalati sul biglietto, ma in Viale degli Olmi si respira già un’atmosfera di trepidante attesa: mentre ci dirigiamo all’ingresso dell’ippodromo, in lontananza si odono le inconfondibili note di Patience, suonate da un artista di strada con la sua chitarra acustica.
I controlli all’ingresso fluiscono velocemente, e in men che non si dica ci dirigiamo tutti al palco centrale. Sono quasi le 17.00 e la line up del primo giorno prevede la band californiana “Rival Sons”, che si esibisce subito dopo il trio messicano “The Warning”. I Rival Sons sono per me una piacevole conferma, in quanto avevo già avuto modo di ascoltarli al Montreux Jazz Festival in apertura al concerto di Slash e Myles Kennedy. Ma a stupire il pubblico con una performance incendiaria sono i Falling In Reverse, capitanati dal carismatico Ronnie Radke. L’esibizione è un mix letale di melodie pop, rock, rap e hardcore, in cui a stupire è la capacità di Ronnie di passare con disinvoltura da un timbro di voce melodico, a uno più cupo e decisamente growl.

Alle 20.45 l’attesa per i Guns N’Roses cresce: sul palco si susseguono le immagini del logo della band attraversata da croci, pistole e rose rosse. Finalmente il brusio dei fan viene interrotto dall’ingresso di Slash, che sale sul palco e intona con decisione le note di Welcome to the Jungle: il boato entusiasta dei fan è incontenibile, ed è la miccia che accende l’atmosfera e l’incredibile energia di Axl Rose.
Il sessantatreenne Axl, almeno fisicamente, è più in forma che mai e dimostra di avere ancora la stessa grinta di quarant’anni fa, anche se la voce non è più (e non sarà mai più) quella che è stata un tempo. Pagare lo scotto di una vita di eccessi è il destino di tutte le rockstar più ribelli. Tuttavia, sostenere un concerto di 180 minuti, senza pause, correndo da una parte all’altra del palco senza fermarsi mai, non è cosa da poco; anzi, rivela che il temperamento di Axl non è mai invecchiato.

Dall’inizio alla fine del concerto è inarrestabile e, piuttosto che cantare in playback, preferisce ancora esibirsi dal vivo, cantando 29 su 30 canzoni senza interruzioni di alcun tipo. E quando le luci si abbassano per creare un’atmosfera pacata per le ballad più celebri del gruppo, Axl prende posto al pianoforte e suona la celebre November Rain, rubando la scena al tastierista Dizzy Reed per il tempo di una canzone. Finalmente la voce emozionata di Axl ritrova la sua dimensione, intrecciandosi perfettamente a quella del bassista, Duff McKagan, e a quella della talentuosa tastierista Melissa Reese. Entrambi dimostrano di essere due componenti fondamentali, in grado di sostenere con la voce il loro leader per tutta la durata del concerto.
Ma la vera anima dei Guns N’ Roses è lui, Slash, il chitarrista con il cilindro e le dita d’amianto. I lunghi assoli di chitarra insieme al collega Richard Fortus sono la parte più apprezzata della serata e coinvolgono tutto il pubblico.
Mi guardo intorno e noto con piacere che al concerto sono presenti migliaia di persone. Purtroppo non ho la visione d’insieme, ma mi piace soffermarmi sullo sguardo dei presenti intorno a me, soprattutto quando è il turno dell’inno Knockin’On Heaven’ s Door. Ci sono ragazze giovanissime che ballano al ritmo della chitarra di Slash ma anche persone adulte che cantano a memoria i testi di alcune canzoni; riconosco anche i giovani volti dei fan stranieri, che indossano le magliette della band con la stampa di un vecchio tour; infine, la scena più bella, quella che cerco sempre quando vado a un concerto. Un papà che ha sulle spalle la sua piccola, una bambina sui 5 anni bionda e con i codini. Ha lo zaino di Spider Man, delle cuffie verdi e una maglietta lilla. La bimba ruba la mia attenzione mentre, con le braccia rivolte al cielo, muove ritmicamente la mano destra mostrando l’iconico gesto rock delle corna, rivolgendosi proprio ai Guns N’ Roses che sul palco suonano Paradise City.
È sicuramente questa, la splendida chiusura di un concerto che, probabilmente, quella bambina bionda ricorderà per sempre.