C’è una linea sottile e luminosa che collega la musica alla memoria, il canto all’anima, la parola all’amore. È su questa linea che si muove Manù Squillante, cantautore, poeta e performer originario di Salerno, che con “Tra la mano, l’occhio e il cuore” dà voce a un progetto musicale e visivo di straordinaria intensità emotiva.
Disponibile dall’11 luglio 2025 sulle piattaforme digitali e in rotazione radiofonica, il brano è il cuore pulsante dell’omonimo maxi-single e racchiude la poetica di un artista che ha scelto di essere nudo, essenziale, autentico. In un impianto sonoro acustico e caldo, Squillante racconta la possibilità di rinascere attraverso lo sguardo: come un luogo dell’anima che, visitato di nuovo, appare diverso se lo si guarda con altri occhi, con un amore nuovo.
Il videoclip diretto da Luca Landi, girato su una spiaggia con un divano simbolico posato sulla sabbia, è un’opera d’arte sospesa tra Magritte e il Mediterraneo, tra sogno e intimità. Con “Alma”, “Piccole quote d’amore” e il nuovo libro “Trentatré pensieri andarono al vento”, Manù Squillante conferma una visione d’autore che abbraccia musica, poesia e teatro come linguaggi della libertà.

MediaVox Magazine ha avuto il piacere di intervistarlo, per entrare nel cuore di questo progetto delicato e coraggioso.
L’INTERVISTA
“Tra la mano, l’occhio e il cuore è un titolo che sembra contenere già un’intera visione artistica. Da dove nasce questa immagine e che cosa rappresenta per te nel rapporto tra autore, canzone e ascoltatore? È un titolo che sento profondamente mio, perché racchiude l’essenza stessa del mio modo di creare e vivere la musica. L’immagine nasce anche da un incontro, da una suggestione poetica di Livia Candiani, una poetessa che amo molto e che spesso richiama, nei suoi versi, la mano, gli occhi e il cuore come strumenti di scoperta del mondo. Ho sentito che queste tre parole, messe in fila, custodivano qualcosa di ancestrale ma anche estremamente contemporaneo: la mano che scrive e suona, l’occhio che guarda e immagina, il cuore che sente e custodisce. Per me, questo titolo rappresenta una sorta di evoluzione del mio percorso musicale. È come se la scrittura, in questo momento, avesse preso una nuova direzione: più essenziale, più consapevole. E credo che anche per chi ascolta ci sia un invito a rallentare, ad abitare le parole, a guardare la canzone come si guarda un paesaggio familiare, ma con occhi nuovi.
Il brano gioca con l’idea che anche ciò che suona familiare possa rinascere attraverso uno sguardo diverso. In un tempo in cui tutto cerca di essere originale, che cosa significa per te accogliere l’eco del già sentito e farne qualcosa di nuovo? Viviamo in un tempo affollato, saturo. Ogni giorno escono centinaia di nuovi brani, e spesso si confonde la quantità con la profondità. L’originalità, oggi, è diventata quasi una corsa, ma io credo che la vera novità risieda nello sguardo. Non mi spaventa il “già sentito”. Al contrario: credo che la bellezza possa risorgere anche da armonie antiche, se vissute con sincerità e con un sentimento autentico. Il problema non è la somiglianza, ma la superficialità. La categoria dell’artista va protetta, oggi più che mai. In un mondo in cui l’accesso alla produzione musicale è diventato semplice e immediato, per certi versi è una ricchezza democratica ma fondamentale però bisogna distinguere chi fa arte per vocazione da chi si limita a replicare formule. L’arte vera nasce da un’urgenza interiore, non da un algoritmo.
Il videoclip, diretto da Luca Landi, è un’opera sospesa tra pittura e racconto, con richiami evidenti a Magritte. Come hai costruito questa narrazione visiva e che ruolo ha l’immagine nel tuo processo creativo? L’immagine per me è tutto. Vengo dal teatro, e per questo quando scrivo canzoni, vedo prima scene, ambienti, volti. Ogni parola, ogni nota è come un gesto sul palcoscenico. Il videoclip di “Tra la mano, l’occhio e il cuore” è nato con questa idea: raccontare qualcosa che fosse semplice ma carico di significati, quasi una tela sospesa tra sogno e verità. Il divano sulla spiaggia è un simbolo. È il nostro salotto emotivo che si apre al mondo, un luogo intimo messo a nudo di fronte al mare. Gli elementi ispirati a Magritte – le maschere, la sospensione, l’enigma – ci ricordano che ogni immagine è anche illusione, domanda, attesa. Mi piace che ci sia curiosità nello spettatore, che si senta attratto da qualcosa che non può del tutto spiegare. È lì che, per me, l’arte diventa viva: quando non ti dà tutte le risposte, ma ti invita a restare.
“Tra la mano, l’occhio e il cuore” è anche il titolo dell’Extended Play che contiene “Alma” e “Piccole quote d’amore”. Tre canzoni, tre stagioni della tua scrittura. Che cosa le unisce e che cosa raccontano oggi di te come uomo e artista? Sono brani nati in momenti diversi, ma che oggi sento come tappe ravvicinate di una stessa traiettoria emotiva. Alma è forse il brano più nostalgico, è l’eco di un amore che non si compie, ma che resta. Piccole quote d’amore è la mia scrittura più quotidiana, intima, è una dichiarazione d’amore ai dettagli, ai gesti silenziosi che tengono in piedi un legame. “Tra la mano, l’occhio e il cuore” è il brano più consapevole, quello che sintetizza la mia visione attuale. Oggi sento che, sia il mio percorso artistico sia il mio percorso umano, si muovono tra tempo, amore e caos, ma con una chiarezza nuova. Non ho la pretesa di avere risposte, ma ho imparato ad abitare meglio le mie domande. E questo lavoro musicale racconta proprio questo: un artista che non cerca di arrivare, ma di restare fedele a sé stesso, fedele e vero, tra la parola e la musica.