Cristian Cicci Bagnoli: con “Ritratto” la chitarra diventa emozione viva

Dopo cinque album da solista e una carriera costellata di collaborazioni con i più grandi nomi della musica italiana e internazionale, Cristian Cicci Bagnoli torna con un nuovo lavoro che è molto più di un disco: è una dichiarazione d’intenti, un affresco sonoro, un viaggio interiore.

Disponibile dal 6 giugno 2025 per Irma Records, “Ritratto” è un album concepito e registrato in analogico, dove la chitarra — vera protagonista — si muove tra blues, prog e fusion, sostenuta da arrangiamenti raffinati e dalla direzione orchestrale della Rimini Classica, curata da Loris Ceroni, anche co-produttore del progetto.

Un lavoro viscerale e raffinato, che unisce la forza tecnica alla delicatezza del pensiero musicale. In scaletta anche un omaggio sentito a Ivan Graziani, l’unico tributo presente nel disco, come un filo che unisce radici e futuro.

Tra i musicisti coinvolti figurano nomi eccellenti come Tommy GrazianiMarco DiraniMecco GuidiAlberto LinariDavide Vicari, insieme a un quartetto d’archi che conferisce al progetto un respiro sinfonico ed emotivo.

«Mi piace guardare la musica come uno sfogo e un appoggio morbido su cui rilassarsi e fantasticare» racconta Bagnoli, e in questa frase c’è tutta la filosofia di un album nato per suonare vero, per accompagnare l’ascoltatore in uno spazio sospeso tra tecnica e anima.

MediaVox Magazine ha intervistato Cristian Cicci Bagnoli per scoprire che cosa si nasconde dietro questo nuovo “ritratto” musicale.

L’INTERVISTA

“Ritratto” è un titolo che evoca intimità, identità, introspezione. Che tipo di “ritratto” hai voluto disegnare con questo disco e che cosa rappresenta oggi per te nella tua evoluzione artistica? Con “Ritratto” ho voluto fermarmi un attimo e restituire un’immagine sincera di ciò che sono oggi. Non un autoritratto costruito a tavolino, ma uno specchio fedele, che riflette il mio presente musicale ed emotivo. Volevo dedicarmi completamente a un album che fosse autentico, libero da sovrastrutture, capace di raccontarmi senza filtri. Dopo anni di ascolti, esperienze, incontri, sentivo l’urgenza di mettere tutto questo in musica. Ogni brano è un frammento, un dettaglio, una sfumatura del mio cammino. È un disco che mi assomiglia, che suona come me adesso, e che forse un giorno racconterà anche a me stesso chi sono diventato.

Il suono dell’album è fortemente identitario: analogico, caldo, autentico. Perché questa scelta e quanto è importante oggi, in un mondo digitale, tornare a un suono più “vero”? Viviamo un’epoca in cui la musica è spesso filtrata, compressa, trattata fino a perdere il contatto con la pelle. Eppure, il suono, quello vero, vivo, imperfetto, è un linguaggio che arriva dritto al cuore. Ho scelto di registrare in analogico perché volevo restituire al suono la sua dimensione materica, umana. Uno strumento suonato dal vivo vibra, respira, dialoga. Oggi molte canzoni sono concepite per durare pochi secondi, per rincorrere un algoritmo. Ma io credo che la musica debba resistere, lasciare traccia. Curare il suono, l’estetica, l’emozione: questa è la mia idea di sinergia tra tecnica e cuore. “Ritratto” è nato così, con questa visione.

In un progetto così raffinato c’è anche un unico omaggio, quello a Ivan Graziani. Cosa rappresenta per te questo artista e perché hai scelto proprio lui per questo tributo? Ivan Graziani è stato uno dei primi artisti che mi ha colpito da bambino. Andavo a vederlo dal vivo, ascoltavo le sue canzoni e ne restavo incantato. Aveva una personalità unica, un modo di scrivere e suonare che mi ha sempre affascinato per autenticità e originalità. Quando ho deciso di inserire un omaggio all’interno dell’album, il pensiero è andato subito a lui. Ma la vita, a volte, ti sorprende con i suoi intrecci meravigliosi: Tommy Graziani, suo figlio, è il batterista del brano e collaboriamo ormai da dieci anni. Poter rendere omaggio a Ivan con il contributo di Tommy è stato un momento di grande emozione, quasi un cerchio che si chiude, o forse, si apre a nuova memoria.

Hai collaborato con grandi musicisti, sei stato nella Steve Rogers Band e hai calcato palchi importanti. Che cosa ti emoziona ancora oggi quando imbracci la tua chitarra e sali sul palco con il tuo CC Quartet? La verità è che ogni palco, grande o piccolo che sia, ha una sua anima. E ogni volta che salgo, succede qualcosa di unico. È un’emozione che non si consuma, anzi si rinnova. La chitarra per me è una compagna di viaggio, un’estensione della mia voce e del mio pensiero. Quando suono con il CC Quartet, tutto si allinea: la tecnica, la passione, l’energia del pubblico. La musica è il mio lavoro dei sogni, ma anche qualcosa che mi aiuta a vivere, a restare in equilibrio. Finché proverò questo brivido, questa verità, vorrà dire che sto facendo la cosa giusta. Spero non finisca mai, perché suonare e condividere emozioni è la cosa più autentica che conosco.

Inguaribile e testardo sognatore, si è laureato in Lettere Moderne presso l’Università degli studi di Salerno e frequenta la magistrale di Filologia Moderna nello stesso Ateneo. Vive l’Arte in simbiosi con la sua vita ed è sempre in cerca di nuove storie da vivere e scrivere per emozionarsi e far emozionare. Ama il mondo dello sport, in particolare quello del calcio e della palestra, seguendoli e praticandoli entrambi. Il viaggio è il suo stimolo per conoscere, imparare e avere tutto ciò che ogni cultura ha da offrirgli, in pratica usa gli occhi per guardare e i sogni per guardare oltre.