Con una carriera che attraversa decenni di ricerca musicale, concerti in tutta Europa e una scrittura capace di fondere melodia e introspezione, Sergio Giangaspero torna con un brano che scava nella memoria e la trasforma in emozione viva. “1965: Al di là del confine”, in rotazione radiofonica dal 18 luglio 2025, è un singolo intenso, tratto dal nuovo album “Favole e canzoni”, già disponibile su tutte le piattaforme digitali.
La canzone racconta il ritorno, dopo vent’anni, di un uomo nel luogo da cui era stato costretto ad allontanarsi: un racconto ispirato alla vicenda dell’esodo giuliano-dalmata, e in particolare alla storia della madre di Giangaspero, nata a Pola.
Scritto a soli diciannove anni, il brano è oggi più che mai attuale, grazie a una scrittura essenziale e sincera, che trova nel linguaggio del rock la forma ideale per fondere tensione storica, dolore e tenerezza.
“Favole e canzoni” è un disco che parla di radici, ma anche di rinascita. Dodici brani inediti, nati da vecchi appunti rielaborati con nuova consapevolezza. Tra folk, pop e testi riflessivi, Giangaspero mette a nudo la propria anima artistica, recuperando emozioni passate e trasformandole in una narrazione sonora lucida, attuale e necessaria.

MediaVox Magazine ha intervistato Sergio Giangaspero per approfondire il significato di questo progetto e capire come si possa fare musica con rispetto per il passato e sguardo sul presente.
L’INTERVISTA
“1965: Al di là del confine” è un titolo evocativo e profondo. Da dove nasce questo brano e cosa rappresenta per te oggi, a distanza di anni dalla sua scrittura? È il mio anno di nascita, ma anche un tempo che segna la fine della Seconda guerra mondiale. Racconta il ritorno degli italiani dalla Jugoslavia, un momento carico di memorie e tensioni. È un confine non solo geografico, ma anche umano, esistenziale.
Nel brano si percepisce una forte componente autobiografica, ma anche storica. Quanto è stato complesso, emotivamente e artisticamente, trasformare un vissuto familiare in una canzone? Non è stato difficile, perché mi sono lasciato guidare dai racconti di mia madre. Da Pola a Monfalcone, nelle sue parole c’era qualcosa che strideva rispetto al passato, un dolore sommesso che ho voluto restituire con rispetto e verità.
“Favole e canzoni” è un album che unisce brani scritti in gioventù e nuove consapevolezze. Com’è stato rileggere te stesso con gli occhi dell’oggi? Sorprendente, davvero. Durante gli anni della pandemia mi sono immerso in quelle parole di gioventù, scoprendo che ciò che scrivevo allora è ancora incredibilmente coerente con ciò che penso oggi. È stato come incontrare un vecchio amico e riconoscersi.
La tua carriera si è sviluppata tra jazz, classica, musica d’autore e festival in tutta Europa. In questo momento del tuo percorso, che cosa senti di voler raccontare ancora attraverso la tua musica? Chi è musicista non ha limiti anagrafici. Sono in forma, ho ancora tanto da dire e il desiderio vivo di continuare questo viaggio. Voglio restare fedele a me stesso e alla mia voce, portando avanti la mia musica con passione e libertà.