In occasione dell’imminente prima visione del film Libro delle ombre – Hiroshima, 80 anni dopo, incontriamo il regista Giuseppe Carrieri per una conversazione che attraversa memoria, silenzio e responsabilità.

Prodotto da Natia Docufilm in collaborazione con Tv2000 e sostenuto con i fondi dell’Otto per Mille dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, il film è un’opera di contemplazione che si allontana dal racconto storico convenzionale per interrogare il presente attraverso un’ombra sopravvissuta all’esplosione nucleare.

Girato con la partecipazione attiva degli studenti del Corso di Laurea Magistrale in Televisione, Cinema e New Media dell’Università IULM di Milano — protagonisti silenziosi e appassionati di questo viaggio — Libro delle ombre è anche un film sull’ascolto e sulla trasmissione della memoria.

In questa intervista, Carrieri ci guida tra le pieghe del film e del suo sguardo autoriale, condividendo riflessioni sul cinema, sulla Storia e sul mistero che resta.

L’INTERVISTA
Hai raccontato la strage di Srebrenica con un documentario candidato ai David, sei stato in Ruanda per parlare di un altro genocidio con un film che ha fatto il giro del mondo e hai lavorato sulla Shoah con un cortometraggio arrivato ai Nastri d’Argento. Il tema della Storia attraversa costantemente la tua cinematografia. In che cosa Hiroshima e questo film rappresentano per te qualcosa di unico o diverso? Sì, il tema della Storia, soprattutto nella sua dimensione più tragica, ha sempre attraversato i miei film. Ma con Hiroshima è stato diverso. Non perché il dolore sia più grande — ogni genocidio, ogni strage, è assoluto nel suo orrore — ma perché qui mi sono trovato di fronte a qualcosa che appartiene a tutti, anche a chi non lo sa. L’ombra impressa sulla scalinata della Sumitomo Bank, da cui nasce questo film, non è solo il segno di una persona scomparsa. È una traccia che ci riguarda intimamente: è il corpo che non c’è più, ma che continua a dire qualcosa. E allora mi sono chiesto: cosa resta davvero dopo una deflagrazione? Resta il silenzio, resta il vuoto… ma resta anche il mistero.In questo senso Libro delle ombre non è un film che cerca spiegazioni. È un percorso di contemplazione, un gesto di ascolto. Non ho voluto raccontare cos’è successo, ma che forma ha oggi quell’assenza. E forse questo è ciò che lo rende, per me, un film diverso: non un’indagine sul passato, ma una riflessione su ciò che continua a tremare dentro il presente.
In Libro delle ombre – Hiroshima, 80 anni dopo scegli di partire da un’ombra anonima incisa su una scalinata. Quanto conta per te, nel raccontare la Storia, partire da un dettaglio e non dal grande evento? Per me è fondamentale. Credo che la Storia, quella con la “S” maiuscola, diventi davvero percepibile solo quando passa attraverso qualcosa di minimo, di concreto, di intimo. Un dettaglio, un frammento, una traccia anonima — come quell’ombra sulla scalinata — può dire molto di più di una data o di un numero. Quell’ombra, in particolare, non ha nome né volto. Eppure è rimasta. Ha resistito più della persona che l’ha generata. In un certo senso, è diventata una memoria senza identità, che ci interpella proprio perché non la possiamo collocare con precisione. Raccontare la Storia partendo da lì significa restituirle complessità, ma anche delicatezza. Non gridare, ma sussurrare. E lasciare spazio allo spettatore, perché possa riempire quel vuoto con il proprio sguardo, la propria inquietudine, magari anche il proprio silenzio.
Il film non è solo un’indagine sul passato, ma sembra interrogare anche il nostro presente e i suoi pericoli. In che modo Hiroshima continua a parlarci oggi? Hiroshima continua a parlarci oggi perché non è mai davvero finita. Non è solo un luogo della memoria, ma una ferita ancora aperta dentro il nostro immaginario. È l’origine di un nuovo modo di concepire il potere, la distruzione, la paura. Viviamo in un’epoca in cui la minaccia atomica — anche se non sempre visibile — è tornata ad abitare il linguaggio della politica, i notiziari, i gesti dei leader. Hiroshima ci ricorda che l’annientamento non è un’astrazione, ma qualcosa che è già accaduto. E che può accadere ancora. Ma più ancora di questo, credo che Hiroshima ci parli con il suo silenzio. Con la sua capacità di elaborare la tragedia non solo con la cronaca, ma con il rito, con la poesia, con un certo senso del vuoto. Ecco, io credo che oggi, in un mondo in cui tutto è sovraesposto, la capacità di stare nel vuoto, di ascoltare l’assenza, sia un atto profondamente politico.
Nel film ci sono immagini rarefatte, silenzi, fuochi d’artificio, sguardi celesti. È un film che sembra più evocare che spiegare. Ti riconosci in un’idea di cinema che custodisce il mistero più che scioglierlo? Sì, mi riconosco profondamente in un cinema che evoca, che lascia spazio, che non chiude il significato ma lo sospende. Credo che spiegare troppo, a volte, uccida la forza delle immagini. Preferisco un cinema che suggerisce, che sussurra qualcosa all’anima dello spettatore e poi si ritrae, lasciandogli il tempo e lo spazio per abitare quel vuoto. In Libro delle ombre ho voluto che tutto fosse in punta di piedi: i fuochi d’artificio, i silenzi, lo sguardo verso il cielo… Non c’è un punto fermo, c’è un’inquietudine che continua a muoversi. Il mistero — ciò che non si può del tutto nominare — è per me l’essenza del racconto. Perché è lì che si nasconde il senso più profondo della perdita, ma anche della speranza. E forse, in un mondo che pretende continuamente risposte, offrire una domanda è il gesto più onesto che un film possa fare.
Il film è nato anche grazie a una rete di sostegni importanti e la partecipazione attiva degli studenti dell’Università IULM. Che significato ha avuto per te lavorare con queste realtà così diverse e, in particolare, con le nuove generazioni? Per me è stato un privilegio raro. Questo film non sarebbe mai nato senza il sostegno concreto e, direi, spirituale dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, che ha sostenuto il progetto fin dall’inizio con i fondi dell’Otto per Mille. In un’opera che parla di memoria, ma anche di pace, il loro contributo non è stato solo produttivo, è stato profondamente coerente con il senso del film.Allo stesso modo, la collaborazione con Tv2000 è stata fondamentale: una realtà attenta, rispettosa, che ha lasciato spazio al linguaggio autoriale, pur sostenendo con forza la necessità di un racconto accessibile, umano. La Hiroshima Film Commission, poi, ci ha accolti con una delicatezza rara. Girare in quei luoghi richiedeva rispetto, silenzio, consapevolezza — e loro ci hanno accompagnati con discrezione e fiducia, rendendo possibile un lavoro sensibile anche dal punto di vista logistico. E infine — ma forse soprattutto — ci tengo a ringraziare gli studenti della Laurea Magistrale in Televisione, Cinema e New Media dell’Università IULM, che hanno preso parte al progetto non come semplici assistenti, ma come veri compagni di viaggio. Hanno vissuto Hiroshima, si sono messi in ascolto, hanno osservato e lavorato con profondità.Coinvolgerli non è stato solo un gesto educativo, è stato un atto di responsabilità: se questo film ha senso, è anche perché può essere consegnato a chi verrà dopo di noi, con la speranza che sappia custodirlo — e magari continuarlo.
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