Antonietta Gnerre: una voce radicata nella tradizione eppure sospesa nell’universo

Antonietta Gnerre è una figura poliedrica nel panorama culturale italiano: docente, poetessa, scrittrice per ragazzi, critico letterario, saggista, giornalista e promotrice culturale. Nata ad Avellino e laureata in Scienze Religiose, ha dedicato studi significativi alla poesia spirituale del Novecento. Tra le sue molteplici collaborazioni, si segnalano la cattedra di Diritto e Letteratura presso l’Università del Sannio, recensioni e articoli su riviste cartacee e on line, la presidenza di premi dedicati alla cultura e alla poesia, come il Premio Internazionale “Prata” e la direzione artistica della “Festa dei Libri e dei Fumetti” di Avella. Il suo percorso poetico si nutre di una tensione tra il lirico e il sacro, l’intimità e l’universale: dalla prima silloge Il silenzio della luna (1994) a I ricordi dovuti (2015), fino a Quello che non so di me (2021), le sue raccolte raccontano una meditazione su temi come memoria, natura, identità, fede e femminilità.

Pubblicata nel 2025 da Passigli Editori, Umano fiorire si presenta come un invito alla lentezza e alla meditazione. Nella nota introduttiva di Eliza Macadan, si descrive un cammino poetico intimo e profondo, dove memoria, natura e spiritualità si intrecciano in immagini delicate: fiori, alberi, montagne diventano simboli di tempo, rinascita e della bellezza che si nasconde nella semplicità. La natura non è sfondo, bensì interlocutrice in un dialogo continuo tra umano e cosmo. Questa voce poetica si distingue per una sensibilità sospesa tra dolcezza e intensità, sempre intrisa di speranza — anche nel tono malinconico — e finalizzata a ricordarci le dimensioni essenziali della nostra umanità: l’amore per la terra, la cura reciproca, il valore degli abbracci e della gentilezza.

Tanti sono i punti di forza dell’opera. Leggiamoli insieme: – le immagini sensoriali che evocano la natura con immediatezza e profondità, partecipando alla vita stessa dei paesaggi; – la tonalità contemplativa che si ravvisa nella poesia come atto fondativo di consapevolezza e ritorno alle cose fondamentali; – l’equilibrio tra intimismo e universalità che si dilata verso un orizzonte condiviso di pensiero, quasi sacro; – la lingua poetica colma di gentilezza che offre un linguaggio che non impone, ma invita, che sa essere caldo e profondamente umano.

Umano fiorire si propone come un’opera che invita a respirare il mondo con occhi rinnovati. Con linguaggio lieve ma penetrante, Antonietta Gnerre ci guida in una meditazione poetica sulla bellezza semplice e profonda delle cose umane e naturali. Un libro da leggere con calma, lasciandosi toccare da quelle immagini che parlano di noi, del mondo e del tempo.


L’INTERVISTA

Il titolo “Umano fiorire” evoca con immediatezza il legame tra la natura e la condizione umana. Come è nato questo titolo e cosa rappresenta, per lei, il ‘fiorire’ nell’esperienza poetica? Il titolo è nato quasi in punta di piedi, come un sussurro che però non smetteva di farsi sentire. Ho sempre avvertito un legame profondo tra il ritmo della natura e le stagioni interiori che attraversiamo come esseri umani. Il “fiorire”, in questo senso, non è mai qualcosa di definitivo o trionfale, ma un movimento fragile, spesso silenzioso, verso la luce. Un aprirsi, a volte nonostante tutto. Nonostante le brutture che vediamo e leggiamo ogni giorno. È bello pensare che c’è una possibilità di rinascita. Che questa possibilità va costruita lentamente e con consapevolezza. Nel libro riaffiorano i miei studi e il pensiero di un’autrice che ho molto amato, Edith Stein, che ha esplorato il tema dell’essere finito e dell’essere eterno. Fondamentale il concetto di “sentire insieme”, un invito potente alla riscoperta dell’umano in noi e tra noi.

Nel libro la natura non è semplice ambientazione, ma interlocutrice e soggetto protagonista. Qual è il suo rapporto con il paesaggio irpino e come ha influenzato la gestazione di questa raccolta? Fin da bambina ho sentito il desiderio profondo di conoscere e amare i luoghi che mi circondano. La mia terra, l’Irpinia, è splendida, pur segnata dalle cicatrici del sisma del 1980, una tragedia dopo la quale è stato difficile rinascere. Questa ferita ha lasciato un’impronta indelebile sulla mia scrittura, sia in poesia sia in narrativa. Ne sono nate storie che affrontano il terremoto e un romanzo per ragazzi — attualmente in fase di correzione — in cui una giovane protagonista affronta la perdita della sua famiglia. Il paesaggio, nelle mie parole, non è mai un semplice sfondo: si insinua nelle storie, le orienta, le attraversa. In poesia, diventa lente per osservare il mondo e presenza spirituale, capace di offrire rifugio, silenzio e rivelazioni. Attraverso la natura cerco un contatto con una dimensione dell’esistenza più profonda e quasi sacra. L’intero libro è permeato da una spiritualità sensoriale ed ecologica: la natura non è solo ambiente, ma presenza viva che trasforma e riavvicina a una verità autentica e condivisa.

Nella nota introduttiva si parla di una voce tessuta di “compassione e contemplazione”. Che cosa significa per lei scrivere con una “poesia gentile”? È una scelta estetica, un esercizio spirituale o entrambe le cose?Scrivere con una “poesia gentile” significa scegliere consapevolmente uno sguardo sul mondo che sia attento, rispettoso e profondo. È una forma di attenzione che si rivolge sia alle cose fragili e silenziose della realtà, sia all’interiorità umana, senza cercare di imporre, giudicare o sopraffare. La “voce tessuta di compassione e contemplazione” suggerisce un modo di scrivere che nasce dall’ascolto e dalla presenza, più che dalla volontà di affermarsi. Per me, questo implica entrambe le dimensioni: è una scelta estetica — perché si riflette in uno stile misurato, limpido, mai urlato — ma è anche un esercizio spirituale, perché richiede uno svuotamento dell’ego e una disponibilità ad accogliere l’altro, il mondo, l’ignoto. In questo senso, la “poesia gentile” non è mai debole o evasiva: è, al contrario, una forma di forza silenziosa, che si radica nella capacità di sentire profondamente e di restituire questa profondità.

Guardando alla sua produzione precedente, si percepisce una continuità tematica (memoria, natura, identità) e stilistica, ma anche un’evoluzione. Come descriverebbe il passaggio da una raccolta all’altra? Il passaggio da una raccolta all’altra segna per me un’evoluzione naturale. I temi di fondo — memoria, natura, identità — restano come una trama sommersa, ma tornano con voci e sguardi rinnovati. All’inizio la parola nasceva da un’urgenza istintiva, frammentaria; oggi cerco un ascolto più profondo, una lingua essenziale, dove anche il silenzio abbia valore poetico. Le letture sono state decisive. Octavio Paz mi ha aperto alla poesia come vertigine metafisica e dissoluzione dell’io. Antonia Pozzi, con le sue immagini precise e delicate, continua a restituirmi il paesaggio e il dolore. Etel Adnan mi ha insegnato che scrivere può essere un atto di resistenza, un modo per abitare la frattura. Cristina Campo, infine, mi ha avvicinata a una parola soglia, tra visibile e invisibile, mistero e forma. In questo dialogo costante con le voci amate, la mia scrittura cambia, ma resta fedele alla sua origine. L’elenco degli autori che ho amato è lungo. La lettura è l’allenamento più importante della mia vita. È la prima e l’ultima cosa che faccio ogni giorno.

Come docente, critica e promotrice culturale, come vive l’alchimia tra scrittura poetica e azione culturale? In che modo l’impegno con eventi destinati ad un pubblico ampio ed eterogeneo arricchisce la sua esperienza poetica? Vivere l’alchimia tra scrittura poetica e azione culturale significa abitare un territorio in cui parola e realtà si intrecciano continuamente, generando un dialogo fecondo tra l’intimità del verso e la dimensione collettiva del pensiero. La poesia nasce spesso da un’urgenza interiore, ma si compie pienamente quando riesce a comunicare, a trasformarsi in ponte, a farsi eco di voci plurali. In questo senso, l’azione culturale non è soltanto un complemento alla scrittura, ma una sua estensione naturale: attraverso la curatela di eventi, la promozione di incontri, la creazione di spazi di riflessione condivisa, la parola poetica si confronta con altre discipline, altri linguaggi, altre prospettive. L’impegno con un pubblico ampio ed eterogeneo arricchisce profondamente la mia esperienza poetica. Ogni evento culturale è un’occasione di ascolto, di scoperta, di scambio: la poesia esce dal libro, si incarna nelle voci, nei corpi, nelle domande di chi partecipa. Questo confronto costante mi obbliga a ripensare continuamente il senso del mio scrivere, a tener conto della complessità del presente, delle sue urgenze e contraddizioni. Ma soprattutto, mi restituisce la consapevolezza che la poesia, se condivisa, può ancora essere uno strumento di trasformazione: non solo del linguaggio, ma anche dello sguardo, del pensiero e, forse, della realtà stessa.



Sinossi | Con “Umano fiorire”, Antonietta Gnerre offre al lettore un viaggio poetico profondo e intimo, esplorando il legame tra memoria, natura e spiritualità, e insieme costruendo un dialogo tra vita personale e respiro universale della terra. La raccolta si distingue per la delicatezza delle immagini e per la capacità di trasfigurare l’esperienza quotidiana in simboli della vita di tutti. La natura, con i suoi elementi – fiori, alberi, montagne – diventa così il luogo privilegiato per meditare su temi come il tempo, la rinascita, e la grande bellezza che risiede nella semplicità. Allo stesso modo, i paesaggi evocati dalla Gnerre non sono solo sfondi, ma veri protagonisti che interagiscono con l’umano, fino a formare un tessuto inestricabile tra uomo e cosmo.Una voce, la sua, intessuta di compassione e contemplazione, capace di alternare toni dolci e intensi; ma sempre queste risuonano di speranza, anche nelle riflessioni più malinconiche, e trasmettono la necessità, l’urgenza di un ritorno alle cose essenziali: l’amore per la terra, la cura degli altri, il valore degli abbracci e della gentilezza.“Umano fiorire” è un invito alla riflessione, un’opera da leggere lentamente, lasciando spazio alla meditazione e alla scoperta di ciò che ci rende davvero umani – Eliza Macadan



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