Il volo ci affascina e ci inquieta. Evoca libertà, ma anche “la paura della paura”. Quel sentimento che ci ricorda che siamo fragili e vivi al tempo stesso.
Gli uccelli non hanno vertigini (Bertoni Editore) di Mario Cordova inizia già nel titolo a incarnare la natura che si carica di suggestione: uccelli che volano senza paura, figure di leggerezza che trasformano la vertigine in energia ascensionale. Un libro del 2023 che ha attraversato l’Italia, a suon di presentazioni e consensi, e che continua ancora oggi il suo viaggio, tra gli applausi.
Mario Cordova, attore e doppiatore di eccezionale talento e grande versatilità, traduce la sospensione emotiva umana in scrittura, portando sulla pagina la stessa abilità con cui ha modellato le voci di Richard Gere, Willem Dafoe e altri giganti del cinema internazionale.
Mario Cordova scava nel profondo del suo animo e dà vita a Marco, il protagonista: un uomo provato dal dolore dell’abbandono, segnato dalla fuga della moglie che riecheggia l’assenza del padre. La sofferenza di Marco si riverbera in gesti ripetitivi, come passare ore a spiare un profilo Facebook, azione che diventa specchio di un bisogno doloroso di contatto e riconnessione. Sul piano tecnico, Cordova adopera frasi brevi e incisive, lavora per cesure temporali e pause interne, ricreando il respiro affannato di Marco fino a farne una partitura narrativa: periodi serrati, a volte interrotti da spazi di silenzio che valgono più di una parola; un lessico lineare, privo di ornamenti, che tuttavia affiora in momenti di intensa liricità emotiva, amplificata dallo stato di emergenza psicologica del protagonista. Il ritmo della scrittura di Mario imita il battito del cuore di Marco: l’ansia che affoga le sue giornate, il tremore che precede l’azione estrema evocata dal ritrovamento della pistola, vero catalizzatore del conflitto interiore e della possibile svolta.
La scrittura unisce e divide Mario e Marco, i cui nomi iniziano entrambi per M e finiscono per o, quasi come a voler disegnare un’identità di catarsi, seppur con percorsi e “armi” diversi. La scrittura si veste da doppio speculare del mestiere di doppiatore di Mario: se nella cabina egli osserva tutto del personaggio (gli occhi, la bocca, il ritmo…) per dare autenticità alla voce, nel romanzo costruisce “inquadrature” narrative, concentrandosi su gesti e dettagli, misurando la cadenza delle frasi come note di un monologo interiore.
Dal punto di vista emotivo, il testo tocca corde profonde. Una narrazione asciutta che riesce nella sua linearità a destabilizzare il lettore: lo avvolge e lo sconvolge, lo fa sorridere e lo fa commuovere, lo fa muovere dall’immobilismo della quotidianità e lo porta in mete mentali lontane. Dialoghi che umanizzano i sentimenti: dolore, disagio, rabbia, commozione…
Non meno intensa è l’analisi del rapporto col padre: l’assenza diventa “presenza necessaria” che ha bisogno di essere elaborata per ritrovare il volo emotivo. Cordova, parlando di Marco, lo definisce con tre aggettivi rivelatori: “arrabbiato, sensibile e profondo quanto basta per affrontare i suoi ‘mostri’.”
Per Mario Cordova, la quotidianità è una curva da affrontare senza fingere e la scrittura è lo strumento che trasforma l’abisso in un corridoio verso la riconciliazione e l’evoluzione.
Gli uccelli non hanno vertigini riesce a raccontare una caduta traducendola in volo interiore, con un messaggio di non scontata speranza.
Lo stile narrativo di Cordova, come la sua voce, scandisce sofferenza e speranza, con precisione tecnica e resa emotiva, consegnando al lettore un’esperienza che si ascolta con l’anima e si prova con gli occhi. Una lettura che disegna bene l’intensità della parola che palpita.