Un bambino che piange, un altro che porta sulle spalle la sorellina più piccola. L’immagine è diventata virale perché racconta, con la crudezza che nessun comunicato ufficiale può restituire, cosa significa essere bambini a Gaza oggi.
Secondo l’UNICEF, oltre la metà della popolazione della Striscia è composta da minori. Migliaia di loro sono già stati uccisi, decine di migliaia feriti o mutilati. Centinaia di scuole, ospedali e rifugi sono stati rasi al suolo. In un territorio assediato da anni, dove non entra acqua potabile né cure mediche sufficienti, la sopravvivenza è diventata una lotta quotidiana.Questa non è una “tragedia collaterale”: è il volto di un genocidio. Bambini che dovrebbero andare a scuola invece fuggono dalle macerie. Fratelli maggiori che dovrebbero giocare si trasformano in scudi umani per proteggere i più piccoli. Un’intera generazione viene cancellata sotto gli occhi del mondo.
La comunità internazionale continua a riunirsi, a esprimere “preoccupazione”, ma ogni giorno che passa, altre vite innocenti vengono spezzate. Restare in silenzio, oggi, non è neutralità: è complicità.La foto di quei due bambini non è solo una testimonianza del dolore di Gaza. È un atto d’accusa. È la prova vivente che l’umanità ha fallito quando non riesce a proteggere chi ha più diritto alla vita: i bambini.