Nel panorama del cortometraggio italiano, Christian Olcese si distingue per una cifra poetica intensa, che fa della memoria e della fragilità le piste narrative di una ricerca espressiva riflessiva e generosa.
Dopo il successo ottenuto con “Lettera a Faber”, Olcese torna dietro la macchina da presa con “La ragazza delle gardenie”, premiato a Festival importanti come l’Ortigia Film Festival o il BIFF 2025, e celebrato dalla critica nazionale.
Il corto, ispirato alla vita della poetessa ligure Sara Ciampi, intreccia il vissuto della protagonista contemporanea Alessandra con il diario della vecchia prozia poetessa Rosa vissuta negli anni ’900. Girato tra Genova e Cassano Spinola, l’opera è un viaggio attraverso il tempo, la malattia, la resilienza, la tenacia, la poesia. L’identificazione tra passato e presente si declina in immagini simboliche e testi letterari, con la voce fuoricampo (cifra distintiva di Olcese) che guida lo spettatore in un racconto delicato di speranza, appartenenza, e forza interiore. Il linguaggio del corto preferisce lo stupore alla violenza, una narrazione emozionale che resiste alle mode e interroga il valore del non detto, fra rimpianto e rinascita.
Ne “La ragazza delle gardenie” tanti i nomi attoriali illustri: Marta Gastini, Francesco Patanè e Steve Della Casa. Marta Gastini ha lavorato in produzioni internazionali con Antony Hopkins e Dario Argento, oltre che in film di Leonardo Pieraccioni, diventando un volto noto del cinema italiano. Francesco Patanè, noto per il film “Il cattivo poeta” accanto a Sergio Castellitto, è stato candidato ai Nastri d’Argento. Steve Della Casa, famoso critico e conduttore cinematografico, interpreta il sindaco del paese nel corto. Nel cast figurano anche i bravissimi Ettore Scarpa e Raffaele Barca, molto apprezzati in ambito nazionale.
Abbiamo conosciuto Christian Olcese in occasione del Basilicata International Film Festival, a Rionero in Vulture. Nei suoi occhi si riflettono evidenti la passione e l’amore che mette nel suo lavoro. Sentimenti che ti trasportano direttamente nel suo mondo per fartelo osservare attraverso un punto di vista sempre nuovo e sorprendente, come quello dei bambini che si sanno ancora meravigliare.
A MediaVox Magazine, Olcese ha rilasciato un’intervista esclusiva in cui parla di fragilità e di poesia, di passato e di presente, di cinema e di vita reale…
L’INTERVISTA
Quale valore e significato dai al cortometraggio come strumento per raccontare la fragilità e la poesia della memoria personale e collettiva? Il cortometraggio, per me, è un po’ come una poesia cinematografica. È breve, essenziale, ma proprio per questo capace di arrivare dritto al cuore. Raccontare la fragilità – sia emotiva che fisica – in pochi minuti richiede precisione, sensibilità e sintesi. In un certo senso, è una prova del nove per chi, come me, vuole fare cinema. La Ragazza delle Gardenie rappresenta esattamente il mio modo di intendere il racconto per immagini. So che ho ancora molto da imparare, ci mancherebbe, ma sento di essere sulla strada giusta.Credo profondamente che ciò che è personale possa parlare all’universale: più riesco a raccontare la mia realtà – anche se piccola, “provinciale” – più ho la possibilità di toccare chi mi ascolta. Quello che mi muove, ogni volta che scrivo, è la poesia. È sempre da lì che voglio partire.
“La ragazza delle gardenie” è un cortometraggio in cui il passato e il presente si intrecciano incessantemente: quanto è stato importante il lavoro sulla memoria e sulle radici nel processo creativo e di scrittura?È stato un aspetto fondamentale. Ho voluto intrecciare presente e passato proprio per mostrare quanto siano inseparabili: il passato ritorna, si riflette nel presente e lo condiziona. Mi affascinava l’idea di raccontare un amore rimasto sospeso nel tempo, portato via dagli eventi ma ancora vivo nella memoria di un diario — parole che resistono, che non possono essere cancellate. Mi interessava vedere l’effetto che questa memoria poteva avere su un personaggio come il ministro, travolto dalla sua vita frenetica. Credo che a volte basti poco — una poesia, una canzone, uno scritto — per cambiare prospettiva. È ciò che succede ad Alessandra: leggere quel diario la trasforma. La casa che voleva vendere non è più un peso, ma diventa un rifugio, un punto fermo da cui ripartire, dove ritrovare calma e bellezza. Quando sei un regista giovane, come me, agli inizi, è naturale partire dal proprio vissuto: tendi a credere che, se è importante per te, possa esserlo anche per gli altri. Io non ho fatto altro che raccontare le mie radici contadine: il fatto di aver vissuto per tanti anni in campagna, tra le cicale, il vento e gli alberi gonfi di castagne.Il personaggio di Antonio, il contadino invaghito della poetessa — prozia del ministro — è ispirato in parte alla mia vita. E infatti lo interpreta Francesco Patanè, attore bravissimo ma anche un caro amico da molti anni.
Nel cortometraggio, la voce fuoricampo e le immagini poetiche sembrano dialogare su un unico piano emotivo: che ruolo ha la poesia nel tuo cinema, e quanto conta la ricerca del “non detto”? La poesia ha un ruolo centrale nel mio cinema, così come l’uso della voce fuoricampo. Mi affascina il dialogo che nasce tra immagini e parole poetiche: quando funzionano insieme, riescono a imprimersi nella memoria dello spettatore e diventano ispirazione.Una delle inquadrature del corto a cui sono più legato è la carrellata sui volti dei tre contadini, una sorta di loro presentazione silenziosa, accompagnata dalla voce fuoricampo del diario di Rosa, la poetessa. In quel momento, immagine e parola si fondono in un unico piano emotivo. Anche la ricerca del “non detto” è per me fondamentale. Intendo tutto ciò che non viene esplicitato nei dialoghi, ma che i personaggi vivono e trasmettono con la loro presenza, con l’ascolto, con le reazioni. Il cinema, per me, nasce proprio lì: nei silenzi, negli sguardi, nei tempi dell’attesa. Agli attori ho chiesto, per esempio, di ascoltare la campagna prima di recitare. Di lasciare che l’ambiente parlasse. Di ascoltare prima di rispondere. Questo per me è cinema: un processo di immersione e ascolto, più che di esposizione.
La protagonista, Alessandra, si ritrova davanti a una scelta che richiama un senso di appartenenza e riconciliazione. Quanto c’è della tua personale esperienza di ritorno alle origini in questa narrazione?Quella parte – anzi, direi proprio quella parte – è forse la più autobiografica del cortometraggio. Come ho raccontato, sono cresciuto in campagna, tra l’odore di muschio e l’erba appena tagliata. Quel tipo di lentezza, di attesa silenziosa che solo la vita rurale sa offrire, mi appartiene profondamente. Oggi, per motivi di lavoro, vivo in città. E inevitabilmente ho perso qualcosa di quella spontaneità. Qui si corre sempre, ma spesso mi chiedo: per andare dove? Perché questa necessità di essere sempre presenti, sempre performanti?Il personaggio del ministro, in un certo senso, rappresenta proprio questo: me stesso, e tutte le persone che si trovano costrette a ‘funzionare’, anche quando vorrebbero semplicemente fermarsi. Il mio lavoro, essendo pubblico, espone continuamente al giudizio, alla prestazione. Ma mi chiedo: non è più interessante, a volte, parlare da essere umano a essere umano? Non è più vero ammettere che non si ha voglia di dire niente? Che si ha bisogno di silenzio?
La fragilità di Rosa e la resilienza nel dolore sono ispirate a una figura reale, la poetessa Sara Ciampi: come si è evoluto il personaggio tra ispirazione biografica e invenzione cinematografica?La poetessa Rosa vive nel 1901, e questo mi ha reso impossibile — anche solo per motivi di usi, costumi e linguaggio — essere totalmente fedele alla figura di Sara, che è una donna del nostro tempo. Ciò che ho voluto conservare, e che ho tratto da lei, è la sua tenacia e la passione per la poesia. Chiusa nella sua stanza, con un padre che la controlla e le medicine che la tengono ferma, Rosa non si arrende. La sua ribellione è silenziosa ma potente: scrive poesie, racconta sé stessa in un diario, trasformando il limite in creazione. Proprio come Sara: anche lei è spesso costretta a stare in casa, pur desiderando l’aria aperta. Ma non si ferma: scrive, è impegnata, vuole vivere.Per me, questo è stato un insegnamento profondo: nella vita, le motivazioni sono tutto. Chi si piange addosso, alla fine, sta semplicemente sprecando tempo.
Che valore ha, secondo te, la rappresentazione della fragilità nel cinema contemporaneo? È ancora possibile parlare di poetica attraverso le immagini senza ricorrere all’effetto o al sensazionalismo di mercato?Raccontare senza sensazionalismi o eccessi è il mio obiettivo. Oggi sembra che tutto debba passare per l’impatto: violenza, sangue, shock emotivo. Come se il pubblico potesse essere toccato solo da una scarica adrenalinica.Io invece credo nel tempo della narrazione riflessiva, fatta di respiri, pause, ascolto. Credo nella forza dei sentimenti autentici, che non hanno bisogno di urlare per farsi sentire. Quando accendo un telegiornale, vedo già abbastanza sangue e guerra. Se scelgo di guardare un film, non cerco altro dolore: cerco senso. Cerco il valore di un amore fatto di sguardi, di attese, di accettazione. E credo che questa forma di poetica — intima, essenziale — sia ancora possibile nel cinema, se si ha il coraggio di non seguire il mercato, ma di seguire il cuore.
Oltre la narrazione, il set di “La ragazza delle gardenie” ha ospitato momenti particolari, scelte estetiche (come la luce naturale) e dettagli non ancora rivelati: puoi condividere una foto inedita o una nota di regia che racchiuda l’essenza della tua ricerca artistica?Un ricordo del set che mi è rimasto impresso è legato alla scelta di girare una scena notturna durante il pomeriggio.Per ragioni di tempo abbiamo dovuto girare la scena notturna del ritrovamento della lettera da parte della poetessa in pieno giorno. Ricordo il lavoro meticoloso del mio direttore della fotografia, Edoardo Nervi, e di tutta la troupe per oscurare il salone il più possibile.In un momento, grazie alla loro maestria, la luce è scomparsa, ed è sembrato davvero notte. È stato lì che ho capito cosa significa fare cinema: creare mondi che non esistono, trasformare la realtà in finzione.
Il corto è stato accolto con entusiasmo nei festival: come vivi questo riconoscimento e quali sono le sfide maggiori per un autore indipendente nel circuito dei festival nazionali?Il riscontro che sta avendo il corto mi riempie di gioia e orgoglio. Non mi aspettavo, per esempio, di entrare in selezione al Festival di Ortigia, uno dei più importanti d’Italia. Il film sta piacendo dal Nord al Sud e mi sta dando la possibilità di incontrare realtà diverse, tutte unite dall’amore per il cinema. Sono stato accolto con grande calore in Basilicata, a Rionero in Vulture, così come a Nardò, a Ortigia, e a Carrara, dove ho avuto la soddisfazione di vincere il premio per la miglior regia. Presentare il film a Genova, la mia città, al Flight Film Festival, è stato un momento davvero emozionante. Le sfide per un autore emergente, secondo me, sono innanzitutto uscire dall’anonimato. E questo si fa con costanza, passione e voglia di mettersi in gioco. Non condivido, anche se lo rispetto, l’atteggiamento di alcuni colleghi, usciti da scuole di cinema, che si sentono sempre “non pronti” per girare un film perché pensano di dover perfezionare all’infinito la sceneggiatura. Io credo che bisogna fare, fare e fare. È normale che il primo lavoro sia incompleto, e che i film più belli arrivino solo dopo anni di studio e di esperienze, anche di film “venuti male”. Il bello sta proprio nel mettersi in gioco, imparare sul campo e crescere.
Guardando alle tue passate esperienze e ai progetti futuri, qual è la continuità ideale che collega le tue esplorazioni di memoria, fragilità e poesia nei diversi linguaggi espressivi?Io nasco come scrittore. Amo scrivere e interrogarmi sul senso delle cose. Tutto quello che faccio è attraversato dalla poesia: ho pubblicato libri di poesia, fatto cinema e teatro.In questo momento sto lavorando a uno spettacolo teatrale, Voci Sole, che debutterà a gennaio ad Alessandria. È un progetto che affronta la violenza e il modo in cui i media influenzano il pensiero comune.Mi interessa raccontare temi attuali perché desidero essere utile agli altri. Cerco sempre di raccontarmi per quello che sono, perché credo nel potere della condivisione: alla fine abbiamo tutti storie simili, fatte di gioie e dolori. Quello che spesso manca è parlarne apertamente, senza paura di essere giudicati o considerati diversi.Lavoro molto su memoria e identità, perché sono due dimensioni che ci aiutano a capire chi siamo nel presente. Quando il presente è difficile da vivere, è importante guardare al passato e anche al futuro per trovare un senso.
Quale messaggio desideri lasciare agli spettatori che, oggi, cercano nel cortometraggio una risposta intima e universale alla fragilità della vita?Non amo lasciare messaggi chiusi, preferisco porre domande. Mi piacciono i finali aperti, quelli che lasciano spazio all’interpretazione personale. Dal mio cortometraggio, come da tutti i miei lavori, mi piacerebbe che il pubblico prendesse ciò che sente più vicino e provasse a comprendere ciò che invece è lontano o diverso da sé. Non credo che si possa insegnare come essere fragili: è una condizione umana che si vive in modi unici e spesso imprevedibili. Anch’io, come tutti, non so nulla della vita, ma credo che proprio questa ignoranza sia ciò che ci spinge a cercare, a chiedere e a confrontarci. In fondo, l’arte serve anche a questo: a farci sentire meno soli nelle nostre domande.
Viridiana Myriam Salerno, laureata in Giurisprudenza presso l'Università "Federico II" di Napoli, è diventata Avvocato nel 2013.
È Giornalista Professionista.
E’ Direttore Responsabile della Rivista culturale nazionale “MediaVox Magazine” dal 2015.
I suoi scritti sono pubblicati in numerosi libri, editi da importanti Case editrici. Ha curato l'editing di molti volumi. Ha realizzato copertine e graphic-novel.
È esperta di comunicazione e linguaggi multimediali.
Si occupa del coordinamento di Uffici-Stampa e dell’organizzazione di eventi culturali, è accreditata a rilevanti eventi nazionali ed internazionali, come il Festival di Sanremo, il Taormina Film Fest, l'Ischia Film Festival o il Premio Penisola Sorrentina. Dal 2022, collabora con il Consorzio Gruppo Eventi che, tra le tante attività, ha ideato e realizza "Casa Sanremo" e cura la produzione esecutiva de "I Nastri d'Argento".
È segretaria dell'Assostampa Campania Valle del Sarno.
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