Stefano Dionisi premiato al trentennale del Premio Penisola Sorrentina | Focus sul suo libro “La barca dei folli”

Premio Penisola Sorrentina - foto di Salvatore Gerardi

La trentesima edizione del Premio Penisola Sorrentina si è svolta con grande successo tra le suggestive atmosfere del Teatro Tasso di Sorrento il 24 e 25 ottobre 2025, confermando il valore di questo riconoscimento come punto di riferimento per il cinema e la produzione audiovisiva nazionale.

L’evento, presieduto dal patron Mario Esposito, vero motore creativo del Premio, è stato arricchito da un’anteprima esclusiva a bordo della Nave Scuola Palinuro della Marina Militare, ormeggiata a Napoli, unendo idealmente il Mediterraneo e la narrazione visiva. Sul palco sorrentino sono stati celebrati artisti come Violante Placido, Flavio Insinna, Simona Cavallari, Danny Quinn, Franco Simone e, tra le voci più autorevoli e complesse del panorama attoriale italiano, Stefano Dionisi.

A condurre e valorizzare i momenti di dialogo e riflessione sull’arte e sull’umano è stato Francesco Branchetti, interprete e regista dalla sensibilità profonda e versatile.

Nel solco dell’autobiografia e dell’impegno civile, il libro “La barca dei folli. Viaggio nei vicoli bui della mia mente” di Dionisi emerge come un racconto che coniuga esperienza personale e mestiere attoriale, restituendo una dimensione drammaturgica alle vicende del disagio psichico. Dionisi, attore romano classe 1966, celebre per interpretazioni dense e tormentate in film come “Farinelli”, “Il partigiano Johnny” e “Sostiene Pereira”, porta nel libro la stessa tensione emotiva dei suoi personaggi cinematografici. Il suo stile narrativo si mantiene schietto, senza concessioni all’enfasi letteraria, seguendo un registro che alterna cruda verità e ironia leggera nell’esplorazione dei lunghi anni delle cliniche psichiatriche italiane.

Questo libro non nasce da esigenze convenzionali, né per rispondere a attese preconfezionate”, ha sottolineato Dionisi, “ho attraversato dieci anni segnati da disturbi difficili, un percorso terapeutico costante e impegnativo. Si può scrivere solo quando si è capaci di ricominciare. Ho vissuto il mio personale inferno e ora riesco a raccontarlo anche con umorismo. Ogni storia, persino la più stramba, possiede una vena divertente e il tono del libro riflette proprio questo spirito.”

La dimensione corale del romanzo, dove figure come Tacchi a Spillo, Sbrano o Prof diventano emblematiche, richiama la metodologia attoriale e il lavoro sul gruppo, così caro all’indole di Dionisi.

Questa non è una biografia. Volevo dare voce anche a chi non c’è più e a quel frammento di me che ho ricostruito nel tempo. Da qui nasce un invito alla riflessione, tra farmaci, disciplina, terapia ed esperienze collettive, dimostrando che la rinascita, per quanto ardua, è una possibilità concreta. All’interno delle cliniche nessuno era realmente folle, ma tutti profondamente vulnerabili, fragili, privi di finzioni. La mia condizione era psicotica, raggiungeva picchi di intensità che solo chi li ha vissuti può comprendere, ma la realtà personale ritorna sempre, anche se alterata: la psicosi disegna nuovi confini, e solo chi la attraversa può coglierne la natura” – ha aggiunto Dionisi.

Il conferimento del Premio Penisola Sorrentina a Dionisi suggella una carriera capace di tradurre il mestiere del cinema in testimonianza civile e umana. Branchetti, con raffinata empatia, lo ha accompagnato nel dialogo pubblico insieme all’attore Danny Quinn, dando rilievo all’aspetto utilitaristico della narrazione.

Ho scritto la mia storia perché credo che possa aiutare altri”, ha ribadito Dionisi, “ci sono tante persone che vivono problemi psicologici anche gravi, e ciò che racconto – il cammino attraverso cure, disciplina e incontri – può offrire uno strumento di orientamento. La vera differenza non è la follia ma la capacità di affrontare il proprio limite senza vergogna. Anche le vicende più improbabili hanno il potenziale di insegnare, e il tono di questo volume nasce proprio da questa convinzione: non una testimonianza in senso classico, ma una riflessione aperta sulla possibilità di salvezza.”


Fotografie di Salvatore Gerardi


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