Nel cinema, così come nella vita, siamo tutti attori di un copione che non sempre abbiamo scelto, ma che forse crediamo di poter cambiare. Indossiamo maschere, recitiamo battute, proviamo a restare in equilibrio tra ciò che mostriamo e ciò che siamo davvero. In tutto questo, alcuni oggetti, alcuni simboli, diventano allora i custodi più sinceri della nostra verità: segni indiscreti che rivelano l’identità dietro lo sguardo misterioso di occhi infranti, mostrando la fragilità nascosta in ogni singolo gesto. In questa rappresentazione del mondo, qualcuno decide di scommettere tutto, anche se stesso, pur di non smettere di credere nel proprio destino. Ma quale prezzo ha davvero un sogno? E fin dove siamo disposti a spingerci per inseguirlo e, soprattutto, che cosa siamo disposti a perdere scommettendo su noi stessi? La seguente opera che andremo a raccontare, non parla soltanto di gioco e di fortuna, ma di perdizione, di illusioni, di persone che si aggrappano a un’emozione come fosse l’ultima possibilità di sentirsi vivi.


Le domande esistenziali irrisolte poste poco fa, trovano il loro riflesso nel film La ballata di un piccolo giocatore, il nuovo capolavoro di Edward Berger, con un magnetico Colin Farrell, basato sull’omonimo romanzo di Lawrence Osborne disponibile su Netflix dal 29 ottobre.

Sullo sfondo, la Macao più sontuosa e ingannevole: un regno di luci e ombre, dove ogni passo è un azzardo e ogni sguardo può trasformarsi in un tentativo estremo, con il quale giocare la prossima mano vincente. In questo universo sospeso tra sogno e realtà, i gioielli indossati dagli attori non sono semplici ornamenti, ma fiamme che ardono di storie taciute, in attesa di essere svelate. Sono l’eco del desiderio e della rovina, talismani di un potere effimero che seduce e consuma.

A idearli, con grazia e determinazione, Riccardo Penko, erede della storica famiglia orafa fiorentina della bottega di Paolo Penko, che con infinita dedizione, pazienza e passione per il proprio lavoro, ha trasmesso ai figli Riccardo e Alessandro i valori autentici del mestiere. Il giovane e talentuoso artista, in profonda sintonia con la costumista Lisy Christl e con la sensibilità poetica di Berger, ha dato vita a qualcosa di semplicemente straordinario. Le loro creazioni nascono dal dialogo tra due mondi: la purezza della tradizione fiorentina ed europea e il mistero ipnotico dell’Est. Pietre che respirano, che parlano al pubblico, che osservano i personaggi da vicino come testimoni silenziosi del loro destino.








Utilizzate in particolar modo sono la giada, simbolo di rinascita, e l’agata, pietra di equilibrio e tormento. Esse tracciano il confine invisibile tra grazia e abisso, tra speranza e ossessione. E poi la fenice, scolpita come sigillo segreto sul cuore del protagonista, diventa l’emblema dell’uomo che arde e risorge dalle proprie ceneri, cercando nel fuoco del rischio quella verità che gli sfugge nel corso del viaggio terreno.

In queste creazioni, l’arte orafa fiorentina non rappresenta più soltanto una professione: diventa linguaggio, diventa persino archè primordiale. È la materia che si fa racconto, il sole che incontra la luna, la bellezza che trova il coraggio di sfiorare l’eterno.


MediaVox Magazine ha già avuto modo di conoscere la maestria e la raffinata sensibilità artistica di Riccardo Penko e di suo fratello Alessandro in più di un’occasione.
Prima al Festival Il Magnifico, ideato dal geniale e visionario Leonardo Margarito, dove la loro arte ha reso omaggio a una delle figure più emblematiche e immortali di Firenze, Lorenzo de’ Medici, fondendo sapientemente la grazia del Rinascimento con lo sguardo contemporaneo del bello.
Poi ancora attraverso l’intervista dedicata al film Conclave, che ne aveva già rivelato la profondità d’animo e la modernità di pensiero, in quei progetti dove l’arte sacra si trasfigura in design fashion, elevandosi fino a raggiungere la magia di una memorabile nomination agli Oscar.
Oggi, quel filo prezioso si riannoda in un nuovo e sorprendente capitolo, dove la tradizione fiorentina torna a incontrare il grande cinema internazionale.
La ballata di un piccolo giocatore non è soltanto un film, ma un viaggio interiore, una riflessione sull’illusione e sul destino, sull’abisso che separa il lusso dalla solitudine. Andiamo dunque a scoprire, grazie alla seguente intervista di Riccardo Penko, qualcosa in più su questa pellicola intrisa di fascino e mistero, sui gioielli che ne illuminano la trama e sul futuro di un artista che trasforma la materia in emozione.
Buona lettura!
L’INTERVISTA
In questo film di Edward Berger, i gioielli diventano quasi protagonisti silenziosi. Come è nata l’idea di creare queste opere insieme alla bravissima costumista Lisy Christl e quali simboli avete voluto racchiudere in esse? Per La ballata di un piccolo giocatore, un po’ come è accaduto con Conclave, è nata fin da subito una profonda sintonia con Edward Berger e con la costumista Lisy Christl. Lavorando fianco a fianco, si è creato un legame autentico, capace di andare oltre la semplice collaborazione professionale attraverso un dialogo creativo fatto di intuizioni condivise, di dettagli che parlano e soprattutto di emozioni tradotte in materia. I gioielli dovevano nascere da zero, non essere semplicemente noleggiati come spesso avviene nel cinema. Dovevano appartenere a un universo sontuoso ed enigmatico, affascinante e ingannevole allo stesso tempo: un vero tempio del lusso e dell’azzardo, un labirinto di luci e silenzi dove la fortuna si dissolve come un miraggio e il destino si gioca in una manciata di respiri. È questa l’essenza del più grande casinò dell’Asia, a Macao: un luogo sospeso tra sogno e perdizione, tra ricchezza e solitudine. Lord Doyle, il protagonista, è un falso lord inglese, un uomo che vive di apparenze e di illusioni. Per lui abbiamo intrecciato la tradizione orafa europea con quella cinese, fondendo due mondi, due estetiche, due anime in contrasto. Ne sono nati gioielli che raccontano la rinascita e il desiderio, la caduta e la redenzione. Ogni pietra, ogni incisione riescono a diventare così un frammento del destino della trama stessa, infatti, il protagonista più gioca, più perde e più sente il bisogno di continuare a scommettere. I gioielli, in questa spirale ossessiva, si fanno specchi dell’anima e strumenti narrativi: riflettono l’avidità e la fragilità dei personaggi, la loro sete di vita e di illusione. Sono talismani che brillano di bellezza e di abisso, proprio come il gioco stesso. Rappresentano, in fondo, la loro psiche tormentata e materialista.
Se potessi usare una pietra preziosa come metafora di questo film, quale sceglieresti e perché? Per valorizzare il simbolismo più profondo abbiamo scelto in realtà due pietre dello stesso colore: il verde. Non un verde qualunque, ma quello profondo e vivo che racchiude in sé il mistero della rinascita e dell’illusione. La giada, innanzitutto! Una pietra imperiale della cultura cinese, simbolo di armonia, purezza e potere. È presente quasi in ogni creazione del film, come una costante discreta che accompagna i personaggi e ne svela, senza parole, la fragilità nascosta. Il suo verde ipnotico affascina e cattura: a forza di guardarlo, si ha l’impressione di varcare la soglia di una dimensione sospesa tra realtà e sogno. La giada rappresenta effettivamente l’estremo, l’azzardo, la tensione verso l’infinito… È la pietra dell’equilibrio e del rischio, della grazia e della vertigine, proprio come il gioco che divora i personaggi del film. Per Lord Doyle, invece, abbiamo scelto un’agata verde: più britannica, più austera, ma capace di evocare lo stesso magnetismo interiore. È il colore del destino, dell’avidità e della speranza; il filo invisibile che unisce ogni personaggio al proprio tormento, il verde della vita e della perdita, della fortuna e della follia.
Ogni creazione porta con sé un linguaggio. C’è un gioiello in particolare che consideri il cuore del film, o che ha assunto per te un significato speciale durante le riprese? Il cuore del film pulsa nel simbolo della fenice, emblema di rinascita e di eterna trasformazione. L’abbiamo incisa come uno stemma araldico personale di Lord Doyle, interpretato da Colin Farrell, e l’abbiamo fatta vivere persino nei dettagli più intimi: sui suoi abiti da notte e sulle pantofole. Questo per creare un sigillo segreto della sua identità. La fenice non è solo un ornamento: è la sua ombra, la sua verità nascosta. In lui, questo simbolo diventa il segno di una metamorfosi incessante: un uomo che si reinventa, che muore e rinasce a se stesso in un gioco di specchi tra realtà e finzione. Ogni scelta, ogni sguardo, ogni gesto è un frammento di questa rinascita continua. E in fondo, anche il gioco d’azzardo non è altro che una forma di resurrezione: ogni puntata è una vita nuova, ogni perdita una fiamma che brucia e purifica, lasciando dietro di sé solo ciò che è destinato a durare davvero.
Il protagonista del film, Colin Farrell, è un attore che da sempre possiede una presenza scenica intensa e magnetica. Guardando la sua interpretazione, hai avuto la sensazione che i tuoi gioielli potessero amplificare il suo personaggio, diventando parte della sua espressività e del suo carisma all’interno dell’opera Assolutamente sì! Colin Farrell ha abbracciato fin da subito il linguaggio dei gioielli come un’estensione naturale del suo personaggio. Non li ha semplicemente indossati: li ha vissuti, ascoltati, compresi. Ogni pezzo è diventato parte del suo respiro scenico, un prolungamento della sua essenza, un modo di comunicare anche nei silenzi più densi che ha questa pellicola. I gioielli lo accompagnavano nei suoi duelli interiori, nei gesti misurati, negli sguardi che raccontano più di mille parole. In scena, diventavano complici del suo magnetismo, riflessi tangibili di un carisma che non ha bisogno di essere dichiarato. Ogni dettaglio dialogava con la sua interpretazione, fondendosi con la sua identità di uomo e attore. In un certo senso, non abbiamo solo creato dei gioielli, ma piccoli frammenti del suo “Io” cinematografico, scintille che amplificano la verità del personaggio e la potenza invisibile della sua presenza.
Firenze è la culla dell’arte orafa. In che modo la tua formazione e la tradizione artigianale fiorentina hanno influenzato il design e la filosofia di questi pezzi pensati per il cinema? La scuola orafa fiorentina ci ha insegnato a non fermarci mai alla superficie. Ogni dettaglio racchiude un universo, un significato, un’eredità. È un’arte che invita a scavare, a cercare l’essenza nascosta dietro la materia, a tradurre la bellezza in linguaggio. Questo approccio ci ha permesso di fondere copione e costume in un’unica visione, dove il gioiello diventa epopea, ritmo e, soprattutto, viaggio emozionale. La tecnica dell’incisione, la cura delle forme, la scelta dei materiali: tutto diventa parte di un discorso più ampio, quasi musicale. Negli orecchini di Dao Ming, ad esempio, abbiamo inserito madreperle lavorate con antiche tecniche artigianali, poi reinterpretate in chiave contemporanea, per evocare quella sottile alchimia tra Oriente e Occidente, tra tradizione e innovazione. Quando conosci davvero la materia e ne rispetti la memoria, il gesto creativo smette di essere scelta, diventa istinto e fato.
Guardando al futuro, credi che il cinema possa diventare un nuovo palcoscenico stabile per l’arte orafa italiana? È ciò che più desidero. Credo sia arrivato il momento in cui il gioiello si intrecci al costume nella trama di un film, perché entrambi raccontano, evocano, svelano. Il gioiello non è soltanto ornamento: è linguaggio, simbolo, identità. Ogni sua forma custodisce un’emozione, ogni dettaglio parla di chi lo indossa e del tempo che attraversa. Questo, credo, sia solo l’inizio di un percorso che sento vivo e necessario. I riscontri che stiamo ricevendo ci spingono a osare di più, a cercare nuove strade in cui arte e cinema possano fondersi in un’unica visione. Da febbraio inizieremo le riprese di un nuovo film, ancora in collaborazione con Berger e Christl, ambientato in un contesto storico completamente diverso. Sarà un viaggio attraverso epoche e stili unici, un’esperienza che ci permetterà di ampliare lo sguardo e di crescere, non solo come artigiani, ma come narratori di luce e materia. Perché, in fondo, ogni gioiello è una piccola storia che brilla nel tempo: capace di attraversare lo schermo, di farsi memoria, di vivere per sempre nella magia del cinema.