Dal 24 ottobre 2025 il nuovo singolo di Matthew, all’anagrafe Matteo Rota, è in rotazione radiofonica e già disponibile sulle principali piattaforme digitali dal 17 ottobre. Un brano intenso, carico di emozione, che parla di ciò che resta quando tutto sembra svanire: un amore, una presenza, una parte di sé. “Hai lasciato qui ogni cosa” è una corsa disperata di chi non riesce a lasciar andare, un grido sincero che si trasforma in confessione e poesia. L’artista stesso ha dichiarato: «È una delle canzoni più vere che ho scritto. Parla di quello che resta quando perdi qualcuno o qualcosa che conta davvero. È dolore, ma anche quella forza disperata che ti spinge a non mollare anche quando hai perso tutto. Questa canzone la dedico a mio padre.»
Il videoclip, semplice ma potente, mostra Matthew in una performance essenziale e intima, immerso in un’atmosfera rarefatta che riflette la lotta interiore tra oscurità e luce.

MediaVox Magazine ha intervistato Matthew per approfondire il significato di questo nuovo capitolo musicale e il percorso umano che lo ha portato fin qui.
L’INTERVISTA
Hai lasciato qui è una canzone di forte impatto emotivo. Che cosa hai provato nel momento in cui l’hai scritta e quanto è stato difficile mettere in musica una parte così personale della tua storia?È stata una vera e propria resa dei conti con me stesso. Ho riversato nel brano emozioni che avevo a lungo taciuto, trasformandole in qualcosa di tangibile, di sonoro. Scrivere questa canzone mi ha permesso di guardarmi dentro, di accettare fragilità e silenzi, e di dare un senso a ciò che avevo vissuto. È stato un processo catartico, a tratti doloroso, ma necessario. Mi ha aiutato non solo nel percorso artistico, ma anche in quello umano, perché a volte la musica riesce dove le parole da sole non bastano.
Nel videoclip ti vediamo in una dimensione intima, quasi sospesa tra luce e buio. Quanto c’è di te in quella scena e come nasce l’idea visiva che accompagna il brano? In quella scena c’è tutto di me. Ho scelto di eliminare qualsiasi orpello, qualsiasi distrazione visiva, per lasciare spazio alla verità. Volevo che il video fosse essenziale, diretto, come un respiro trattenuto tra il buio e la luce. L’idea nasce dal desiderio di restituire al pubblico un frammento sincero della mia interiorità: la luce come speranza, il buio come introspezione. Nessuna interruzione, nessuna costruzione artificiale, solo autenticità.
La tua musica mescola folk, pop e rock con testi viscerali. In un panorama musicale sempre più omologato, che cosa significa per te restare autentico e continuare a scrivere canzoni che “fanno male ma curano”? Essere autentico, oggi, è una forma di resistenza. Significa non piegarsi ai numeri, alle mode o ai suoni del momento, ma restare fedele alla propria voce interiore. So di essere, in un certo senso, un outsider… Ma è proprio questo che mi definisce! Le contaminazioni musicali che porto con me non sono un compromesso, ma la mia libertà. Le mie canzoni nascono da esperienze vere, da ferite che diventano parole e da parole che diventano cura. Forse è questo che lega chi mi ascolta: la condivisione di una verità che, anche se fa male, aiuta a guarire.