C’è un filo invisibile che lega la musica alla verità, e pochi artisti oggi riescono a percorrerlo con la stessa sensibilità di Leo Pesci. Compositore, produttore e voce della nuova scena napoletana con base a Londra, Leo Pesci torna con “Unsapiens”, il suo nuovo album pubblicato da Irma Records e disponibile dal 24 ottobre 2025 in vinile e su tutte le piattaforme digitali. Un progetto che non è soltanto una raccolta di brani, ma un viaggio attraverso le contraddizioni del nostro tempo, dove la musica si fa linguaggio civile, introspezione e denuncia.
Con “Unsapiens”, Leo Pesci apre una riflessione profonda sull’essere umano contemporaneo, su quella disumanità latente che spesso si nasconde dietro il progresso, le apparenze e la corsa al successo. Un disco che parla di autenticità, radici e responsabilità collettiva, costruito con la forza di chi non teme di mettere in discussione sé stesso e la società. Il tutto mescolando la tradizione musicale napoletana con sonorità moderne e internazionali — dal soul al nu-jazz, passando per funk e hip-hop — in una sintesi che restituisce verità e contemporaneità. Realizzato con la collaborazione di artisti come Greg Rega, Dani Diodato, Giada De Prisco, Angelo Cioffi e molti altri, l’album si fa manifesto di una generazione che cerca ancora di ascoltare, comprendere e raccontare.

In occasione dell’uscita del disco, MediaVox Magazine ha intervistato Leo Pesci per approfondire il significato di questo progetto e scoprire il messaggio che si cela dietro la sua musica.
L’INTERVISTA
“Unsapiens” è un titolo potente, quasi filosofico. Da dove nasce l’idea e quale riflessione vuoi portare avanti con questo lavoro? Unsapiens nasce da un’idea di fondo: portare l’ascoltatore a riflettere sulla natura umana e sulle sue contraddizioni. Il titolo stesso — “un-sapiens” — mette in discussione il nome della nostra specie, Homo sapiens, “l’uomo sapiente”, definito forse troppo frettolosamente da Darwin nel XIX secolo. Oggi i social media creano consapevolezza su ciò che accade nel mondo — basti pensare a tutto il contenuto che circola sulla guerra in Palestina — ma allo stesso tempo ci anestetizzano, rendendoci quasi insensibili al dolore altrui. Nella traccia Unsapiens, che dà il nome all’album, ho voluto includere un estratto dello scienziato Telmo Pievani, una delle menti più brillanti del panorama scientifico italiano. Il suo intervento è un invito a riflettere sulla nostra natura distruttiva e sul valore dell’antropologia, una disciplina spesso relegata ai margini rispetto alle religioni o ad altre forme di pensiero più diffuse.
Le tue canzoni sono un incontro tra la lingua napoletana e sonorità internazionali. Quanto è importante per te mantenere le radici pur guardando avanti? Dal punto di vista musicale, Unsapiens è un album “cross-genre”: dentro ci sono hip-hop, soul, nu-jazz e la tradizione folk partenopea. Per me, difendere la propria identità culturale è fondamentale, e usare la lingua napoletana — che non dovremmo più chiamare “dialetto” — è un atto di resistenza. Il napoletano è una lingua “sonora”, priva di molte vocali finali, e per questo particolarmente musicale. Guardare al futuro senza dimenticare le radici è ciò che rende autentico ogni percorso artistico.
L’intero disco è attraversato da una forte componente sociale e da una critica verso l’apparenza. Qual è, secondo te, il ruolo dell’artista oggi? Cerco di non essere ipocrita: da artista indipendente è facile criticare chi sceglie o è costretto a giocare secondo le regole delle major per sopravvivere artisticamente. Ma credo che il vero ruolo dell’artista oggi sia quello di preservare la libertà creativa e la coerenza, anche quando costa caro. Nel passato come nel presente, artisti come Battisti o Mina in Italia, Frank Ocean o Lauryn Hill a livello internazionale, hanno dimostrato che si può lasciare un’impronta profonda nella musica e nella coscienza collettiva anche fuori dal sistema. L’apparenza e il potere economico delle major rischiano di soffocare l’arte, insegnando alle nuove generazioni che realizzare un TikTok virale è più importante che creare qualcosa di vero. Ed oggi l’arte non ha bisogno di senso per avere consenso, anzi più è vuota e più sembra piacere.