Voci e Suoni per la Ricerca: Sarno si unisce per Telethon attraverso i suoi artisti

Nel cuore delle festività natalizie, quando la musica diventa linguaggio universale di condivisione e speranza, il Concerto per Telethon – Seconda Edizione si rinnova come appuntamento culturale e solidale di grande valore per il territorio sarnese. Il 26 dicembre 2025, alle ore 20.00, il Duomo di Episcopio accoglierà un pubblico unito da un unico obiettivo: sostenere la ricerca scientifica attraverso la forza dell’arte. L’evento è promosso dal Circolo dell’Amicizia, storica associazione attiva da oltre cinquant’anni, punto di riferimento culturale del territorio e ideatrice dell’Episcopio Teatro Festival, che quest’anno ha celebrato la sua XXX edizione, avviandosi verso il prestigioso traguardo dei sessant’anni di attività nel 2027.

Da quest’anno la direzione artistica è affidata a Francesca Manzo, che, con la sua esperienza e il suo contributo musicale, ha scelto di mettere talento e visione al servizio della missione Telethon. Un progetto che nasce dalla volontà di unire artisti già affermati a giovani promesse, creando un dialogo tra generazioni e linguaggi musicali diversi.

Il concerto si configura come un viaggio sonoro che attraversa i secoli: dalla musica classica di Bach e Chopin, con il pianista Walter Siano, alle suggestioni di Piazzolla e Morricone, interpretate dal giovanissimo clarinettista Matteo Ferrentino, fino ad approdare al cantautorato italiano contemporaneo con Manù Squillante, artista di rilievo nazionale, la cui presenza rappresenta motivo di grande orgoglio per la direzione artistica.

Ad arricchire la serata, la testimonianza diretta di un medico e di una ricercatrice Telethon, voci autentiche di una ricerca che ogni giorno trasforma la speranza in cura concreta.

A guidare il pubblico lungo questo percorso sarà ancora una volta Alfonso Dolgetta, presenza ormai inscindibile da questo evento, capace di coniugare eleganza, empatia e profondo coinvolgimento.

Un concerto gratuito, aperto a tutti, in cui la musica diventa gesto d’amore e partecipazione: chi lo desidera potrà sostenere la causa Telethon attraverso una donazione libera o acquistando i tradizionali Cuori Telethon, disponibili durante la serata e nelle postazioni presenti sul territorio nei giorni precedenti. Un incontro tra arte, comunità e solidarietà. Un appuntamento che, ancora una volta, dimostra come la bellezza possa farsi cura.

In occasione del Concerto per Telethon – Seconda EdizioneMediaVox Magazine ha incontrato e intervistato tutti i protagonisti della serata per accompagnare il pubblico alla scoperta di un evento che va oltre la musica. Un racconto corale che nasce dall’ascolto delle loro storie, delle emozioni e delle motivazioni profonde che li hanno spinti a mettere il proprio talento al servizio della ricerca scientifica. Attraverso queste voci, prende forma l’anima del concerto: un intreccio di arte, responsabilità e speranza, capace di trasformare il palcoscenico in un luogo di cura condivisa.

LE INTERVISTE

Francesca Manzo

Quando la musica diventa dono, che cosa cambia nel tuo modo di suonare e di scegliere? Quando la musica si trasforma in dono, non cambia l’impegno, ma cambia la responsabilità dell’intenzione. Io non credo nel suonare per se stessi; la musica è, per sua natura, un atto di comunicazione e apertura verso l’esterno. Tuttavia, quando lo scopo è la solidarietà, come per Telethon, questa apertura diventa ancora più profonda.

Questo concerto attraversa i secoli: che emozione vuoi far arrivare al cuore di chi ascolta? Se dovessi scegliere un’emozione, sarebbe la Meraviglia, intesa nel senso più ampio di stupore e gratitudine per la bellezza che l’arte è riuscita a produrre nel tempo.
Le voci del passato in questo caso si mescolano con l’eco del presente.
Desidero che il pubblico senta la connessione tra generazioni diverse di musicisti. Che si tratti di un’armonia barocca o di una melodia contemporanea, il sentimento umano – la gioia, il dolore, la speranza – rimane lo stesso. L’emozione che voglio trasmettere è che la grande musica è un filo ininterrotto che lega
l’umanità attraverso i secoli e che noi, stasera, siamo parte viva di questa storia.

Unire artisti affermati e giovani talenti del territorio è un atto di fiducia. Che cosa stai provando davvero? Provo un’emozione profondamente gratificante, accompagnata da un grande senso di responsabilità. Da un lato c’è la gratitudine verso gli artisti affermati, che accettano di mettere la propria arte e la propria esperienza al servizio di un progetto comune. Dall’altro, dare spazio ai giovani talenti è per me un vero atto di fede nel futuro della musica e delle nostre radici. Questa scelta tocca una corda molto personale. Dieci anni fa, appena ventenne, ho dovuto lasciare la mia terra per trasferirmi a Milano, all’Accademia del Teatro alla Scala, per trovare la mia dimensione e la mia crescita artistica. In quegli anni di lontananza, mi sono chiesta costantemente cosa avrei potuto fare, un giorno, per aiutare i ragazzi che oggi vivono la stessa situazione: giovani pieni di talento che nel nostro territorio spesso non trovano occasioni, investimenti o persone disposte a scommettere su di loro. Oggi, quel ‘cosa posso fare’ sta diventando realtà. Sento una gioia profonda nel poter dire loro, attraverso i fatti: ‘La vostra passione è valida, la vostra arte è necessaria’. Tutto questo è possibile grazie al Circolo dell’Amicizia di Sarno, che mi ha dato piena fiducia, accogliendo e concretizzando ogni mia idea. Non è scontato: sappiamo quanto sia complesso oggi per le associazioni investire risorse, ma grazie alla sinergia con l’amministrazione comunale e il sostegno dei privati, riusciamo a costruire qualcosa di prezioso. È l’essenza stessa di una comunità che cresce: una terra che non costringe più a fuggire, ma che impara a coltivare i propri frutti.

Se questa serata fosse una nota sola, quale risuonerebbe più a lungo e perché? D’istinto risponderei il La. Non è solo una scelta musicale, ma un simbolo profondo. Nel sistema anglosassone, il La viene indicato con la lettera ‘A’, la prima dell’alfabeto, che per me stasera sta per Amore. Il La è la nota fondamentale, quella su cui ogni orchestra si mette in ascolto per trovare l’intonazione prima di iniziare a suonare; rappresenta il punto di incontro, l’accordo comune che trasforma un gruppo di singoli in un’armonia corale. Durante la nostra serata , il La risuonerà più a lungo perché incarna l’equilibrio che avremo cercato di costruire: tra i secoli della storia della musica, tra l’esperienza dei musicisti e l’energia dei giovani talenti. Ma c’è un motivo ancora più profondo per cui questa nota deve vibrare oltre il concerto. Essere qui per sostenere la ricerca scientifica con Telethon significa credere che la bellezza della musica possa tradursi in un aiuto concreto. Come il La accorda gli strumenti, così la solidarietà ‘accorda’ le nostre vite a quelle di chi affronta una malattia rara. La nota che risuonerà più a lungo è quella della speranza: quella vibrazione che resta nel cuore del pubblico anche quando si spengono le luci, ricordandoci che la connessione umana creata attraverso l’arte può diventare cura, futuro e vita per qualcun altro.

Manù Squillante

Arrivi in scena dopo la musica classica: che significato ha per te questo dialogo tra generi diversi? Arrivare in scena dopo la musica classica, per me, non è una successione ma un dialogo silenzioso. La musica colta è una radice profonda, una grammatica dell’ascolto che ho studiato, attraversato, amato. È il luogo dove il tempo si dilata e il suono diventa pensiero. Il cantautorato entra lì dentro con rispetto, non per rompere, ma per continuare il discorso con un’altra lingua. Mi piace pensare che non siano generi diversi, ma due modi di interrogare la stessa cosa: l’umano.

Il cantautorato racconta storie e fragilità. Quanto è importante, secondo te, dare voce anche a chi vive una battaglia quotidiana? Il cantautorato, se è onesto, nasce proprio dalle crepe. Raccontare fragilità non è un atto di pietà, ma di verità. Dare voce a chi vive una battaglia quotidiana significa ricordarci che nessuno è solo, anche quando si sente isolato. Le canzoni non salvano, ma fanno compagnia. E a volte, in certi momenti della vita, la compagnia è già una forma potente di resistenza.

Essere qui, nella tua terra, per sostenere Telethon, che emozione ti suscita? Essere qui, nella mia terra, per sostenere Telethon, è un’emozione che ha a che fare con le origini. È come tornare a casa portando con sé qualcosa che è cresciuto. Qui ci sono le mie prime domande, i primi silenzi, le prime note. Unire tutto questo a una causa che lavora ogni giorno per trasformare la speranza in ricerca, in cura, in futuro, mi fa sentire parte di qualcosa di più grande del palco.

Se una tua canzone potesse diventare un messaggio di speranza, che cosa direbbe durante una serata come questa? Se una mia canzone potesse diventare un messaggio di speranza, direbbe questo: non smettere di abitare ciò che sei, anche quando fa male. Direbbe che la fragilità non è una colpa, ma una forma di luce che chiede attenzione. In una serata come questa, direbbe che ogni passo avanti, anche il più piccolo, è già un atto d’amore verso il domani.

Walter Siano

Bach e Chopin: che dialogo nasce tra sacro, musica e silenzio? Il legame tra questi due compositori è molto forte: Chopin amava Bach, di cui suonerò un celebre corale tratto da una delle sue numerose cantate. Bach era uno dei suoi punti di riferimento a livello musicale. Chopin inoltre amava l’opera e in particolare il belcanto italiano. Suonerò uno dei suoi notturni giovanili e cosa sono i notturni di Chopin se non l’arte del belcanto trasferita sul pianoforte? È nell’incipit di questo meraviglioso notturno, colonna sonora del film capolavoro di Roman Polansky IL PIANISTA, che musica e silenzio dialogano. La musica si alterna a dei silenzi che sono come degli interrogativi e creano un’atmosfera che sa di mistero. Dal mondo intimistico e sognante del notturno passerò al virtuosismo spettacolare degli studi di Chopin e suonerò il primo dei dodici studi della raccolta op. 10. E’ un brano brevissimo ma molto impegnativo, un continuo saliscendi di arpeggi che non dà tregua alla mano destra del pianista, un vero moto perpetuo.

La musica classica sa ancora parlare al presente? Come lo fa questa sera? Dalla musica classica sono venuti fuori grandi capolavori memorabili che ancora oggi sanno trasmettere emozioni intense. Prendiamo ad esempio la Nona sinfonia di Beethoven. Con questo brano Beethoven parla all’intera umanità, ci dice che siamo tutti fratelli, e oggi più che mai è necessaria la cooperazione e solidarietà tra esseri umani di fronte a un mondo dove la guerra torna a far paura, domina l’incertezza e le crisi sono tante. Per quanto riguarda la musica che suonerò, Bach col suo fervore religioso e Chopin col suo sguardo sull’interiorità umana ci invitano alla riflessione e alla meditazione, due aspetti di quella che io chiamo la “vita contemplativa”, una dimensione a cui oggi dobbiamo assolutamente dare più spazio se non vogliamo essere schiacciati dalle nostre vite frenetiche, accelerate e piene di stress.

Suonare per Telethon cambia il peso di ogni nota? Certamente l’idea che suonerò nell’ambito di un progetto pensato per raccogliere fondi e così finanziare la ricerca mi riempie di gioia, ma qualunque sia l’evento e tutto quello che ruota intorno alla mia performance, io cerco sempre di svolgere al meglio quello che è il compito dell’interprete, cioè cogliere l’essenza di quello che il compositore ha scritto e trasmetterlo al pubblico. L’interprete è sempre un mediatore e deve essere bravo a coinvolgere il pubblico che ascolta.

C’è un’emozione che speri resti addosso al pubblico tornando a casa? Personalmente cerco sempre di connettermi emotivamente con il brano che sto suonando, cerco quindi di comunicare la gioia, il divertimento, ma anche la sofferenza, il dolore di quella musica, e cerco di farlo con sincerità. Spero di regalare entusiasmo, gioia, di far provare una ricca gamma di emozioni, cercando di dare tutto me stesso e spero che al pubblico arrivi tutto questo.  

Matteo Ferrentino

Essere giovane e suonare qui: che responsabilità porta con sé questa emozione? Sono davvero felice di potermi esibire in questo evento molto importante e desidero subito ringraziare Francesca Manzo per avermi invitato e tenuto in considerazione. Già la prima edizione del Concerto Telethon ha avuto un grande successo, con la partecipazione di artisti importanti, e sicuramente anche questa edizione sarà un ulteriore successo perché partecipano altri artisti eccellenti del nostro territorio. Questo concerto per me rappresenta un altro piccolo passo del mio percorso, iniziato dall’età di 7 anni, che si aggiunge al mio bagaglio di esperienza, il quale man mano continua ad espandere i propri confini. Approcciarsi come clarinetto solista davanti ad un pubblico non è mai semplice, ma questo momento mi aiuterà sicuramente a crescere ancora di più. Nonostante la mia giovane età, posso dirti che nel mondo della musica non si finisce mai di imparare, ed io sono sempre più pronto a mettermi in gioco e a trasmettere la passione della musica a chi mi ascolta, attraverso le note del mio clarinetto.

Piazzolla e Morricone raccontano il mondo: cosa racconti tu attraverso il clarinetto? Da quando ho cominciato a suonare questo strumento, sin da subito ho percepito che il clarinetto non fosse uno strumento come gli altri, ma una vera e propria voce dell’anima: un suono caldo, dolce e allo stesso tempo brillante, capace di abbracciarti in qualsiasi momento. Quando suono cerco di “abbracciare” le persone che mi ascoltano e accoglierle dentro il mio mondo, dentro la mia vita e dentro le mie emozioni. La musica si condivide, e penso che con la scelta di due grandi compositori come Piazzolla e Morricone, si possa fare una specie di viaggio sui vari stili del clarinetto: dalla dolcezza all’eleganza, passando in seguito all’energia e alla potenza. Infine, nel mio programma ho inserito una bellissima fantasia per clarinetto e pianoforte di Michele Mangani, intitolata “Executive”, che a mio parere unisce in un unico insieme tutte le caratteristiche menzionate precedentemente. In questo questo modo, credo di aver disegnato un piccolo viaggio del mondo del clarinetto.

Quanto conta sentirsi creduti prima ancora che giudicati? A dirla verità, nel mio percorso musicale non ho mai dato rilevata importanza a questo aspetto. Posso dire che una delle prime cose che ho sempre ritenuto importanti fosse il valore dell’umiltà. Come ho detto in precedenza, nella musica non si smette mai di imparare, ed io voglio e devo imparare sempre, da tutto quello che mi accade. Man mano, in questo modo, riesco ad acquisire sicuramente maggior sicurezza e padronanza del mio strumento, ma non riuscirei mai a pensare di “credermi” il migliore rispetto a qualcun altro. Mi piace trasmettere ciò che apprendo anche ad altre persone che vogliono cimentarsi a suonare e a condividere la musica. Sicuramente il giudizio fa parte della cornice musicale, soprattutto quello del pubblico, e serve a farti crescere e a migliorare tutto ciò che si può migliorare. Il giudizio, che sia positivo o negativo, per me è sempre un qualcosa di costruttivo. Non bisogna mai arrendersi davanti ad un ostacolo, ma cercare di cogliere il problema e superarlo con il proprio tempo. Oggi il giudizio, soprattutto se negativo, viene vissuto in maniera distruttiva e demoralizzante. Invece, soprattutto in questo ambito, deve essere un punto di forza per continuare a migliorarsi, giorno dopo giorno.

Se dovessi dedicare una sola nota al futuro, a chi sarebbe? Ad ogni mio concerto, e a quelli che ci saranno nel mio futuro, immagino sempre che nel pubblico ci siano due sedie vuote, riservate a chi purtroppo mi ha lasciato troppo presto: al mio papà e a mio nonno Carlo. Entrambi hanno contribuito tanto affinché io realizzassi tutti i miei sogni, e se sono arrivato fin qui lo devo ai loro sacrifici. Sicuramente in questo momento sarebbero felici di vedermi esibire in questo evento. Inoltre, sicuramente ci sarebbe spazio anche per mia mamma, la mia prima sostenitrice fin da quando ho iniziato: anche lei mi ha aiutato tanto a crescere e soprattutto ha riservato, e riserva ancora, la maggior parte del suo tempo per accompagnarmi in tanti posti, in modo particolare quando andavo a Roma.

Alfonso Dolgetta

Alfonso, torni a condurre questo concerto: che emozione è ritrovare ancora una volta questo pubblico e questa causa? È una grande emozione tornare a condurre questo evento, sia per il luogo, che per me è praticamente casa, sia – soprattutto – per la causa in cui crediamo profondamente. Ogni volta è come tornare alle origini, ritrovare volti, energie e un senso di appartenenza autentico. Essere qui rappresenta il nostro contributo concreto, sotto ogni punto di vista.

Se dovessi raccontare in poche parole lo spirito di questa serata, quali useresti? Direi lo spirito della condivisione: di un momento, dell’arte, delle emozioni autentiche e, soprattutto, la condivisione di un obiettivo comune. È una serata che unisce, che crea legami e fa sentire tutti parte di qualcosa di più grande.

La musica stasera unisce generazioni e linguaggi diversi: che cosa rende, secondo te, questo evento così speciale? Questo evento è speciale già di per sé. La location è uno scenario straordinario, immerso in uno dei luoghi più belli della Campania. La causa è di primissimo valore: fare squadra per sostenere la ricerca, stare vicino a chi vive una difficoltà e offrire una speranza concreta. La musica diventa così un ponte che mette insieme storie, età ed emozioni diverse.

C’è un momento, in serate come questa, in cui capisci che il messaggio è arrivato? Il messaggio arriva quando ognuno fa la propria parte. Ognuno di noi dà il massimo e sono le persone, con le loro donazioni, a fare davvero la differenza. In quel momento capisci che il senso della serata è stato colto fino in fondo: tanti piccoli contributi, insieme, riescono davvero a cambiare le cose.

Inguaribile e testardo sognatore, si è laureato in Lettere Moderne presso l’Università degli studi di Salerno e frequenta la magistrale di Filologia Moderna nello stesso Ateneo. Vive l’Arte in simbiosi con la sua vita ed è sempre in cerca di nuove storie da vivere e scrivere per emozionarsi e far emozionare. Ama il mondo dello sport, in particolare quello del calcio e della palestra, seguendoli e praticandoli entrambi. Il viaggio è il suo stimolo per conoscere, imparare e avere tutto ciò che ogni cultura ha da offrirgli, in pratica usa gli occhi per guardare e i sogni per guardare oltre.