Il femminicidio di Anna Tagliaferri: dinamiche psicologiche e responsabilità sociali

Il femminicidio di Anna Tagliaferri, che ha devastato una tranquilla domenica prenatalizia, dopo che in tarda mattinata ero stata nella pasticceria di cui la vittima era titolare – sempre frequentatissima – non è facile da raccontare. Oltre alla cruda esigenza di cronaca, occorre focalizzarsi, per quanto possibile, sulle sottili e devastanti dinamiche psico-pedagogiche di una coppia di giovani apparentemente felice. Raccontarlo, o provare a raccontarlo, non significa solo ricostruire una sequenza di eventi, ma interrogarsi sulle dinamiche profonde che spesso precedono e accompagnano questo tipo di violenza. Il rischio, altrimenti, è ridurre tutto a un “raptus”, una parola che semplifica e assolve, ma non spiega. Dal punto di vista psicologico, il femminicidio si inserisce quasi sempre in una relazione asimmetrica, in cui l’uomo percepisce la donna non come un soggetto autonomo, ma come un’estensione di sé, un possesso. Quando questa illusione di controllo viene messa in discussione – da un rifiuto o da un gesto di autonomia – può emergere una violenza estrema che si estrinseca in una funzione precisa: ristabilire il potere perduto. In molti casi, il movente non è solo la gelosia, ma una forma patologica di dipendenza affettiva e di narcisismo fragile. L’altro non viene vissuto come persona autonoma e indipendente, ma come elemento di conferma identitaria. La perdita di questa funzione diventa un vero e proprio annientamento del sé, e la violenza esplosiva diviene un modo distorto per evitare il crollo psicologico.

Il femminicidio di Anna Tagliaferri, come molti altri, si colloca all’interno di una cultura che normalizza il controllo. Frasi come “lo faceva per amore”, “era troppo geloso”, “non accettava la fine della relazione”, “è nervoso per problemi suoi” non sono neutre: contribuiscono a costruire una narrazione in cui la responsabilità dell’uomo viene attenuata e la libertà della donna implicitamente colpevolizzata. Dal punto di vista psicologico, è fondamentale sottolineare che la violenza non nasce all’improvviso. Prima dell’atto estremo esistono spesso segnali: svalutazione, isolamento, controllo, minacce, paura. Ignorarli significa perdere occasioni di prevenzione. Dare spazio a questa lettura non serve a spiegare l’assassino, ma a comprendere il meccanismo distorto e distorsivo, perché solo ciò che viene compreso può essere contrastato. Il femminicidio non è un evento privato né una tragedia individuale: è l’esito di una struttura relazionale e culturale che va riconosciuta e smantellata. Ricordare Anna Tagliaferri, allora, significa anche rifiutare narrazioni consolatorie e chiedere una responsabilità collettiva: nel linguaggio che usiamo, nei modelli relazionali che trasmettiamo, nella capacità di ascoltare prima che sia troppo tardi. Da un punto di vista pedagogico, significa spostare lo sguardo dal singolo gesto alla storia educativa e culturale che rende possibile la violenza. Non si tratta di giustificare, ma di interrogarsi su ciò che, nel tempo, è stato appreso, tollerato o normalizzato. La violenza contro le donne non nasce così, all’improvviso: è il risultato di processi educativi carenti o distorti, in cui il controllo viene confuso con l’amore, la gelosia con l’attenzione, la sopraffazione con la forza. In molti contesti, soprattutto in situazioni di povertà educativa, ai bambini e ai ragazzi viene ancora insegnato – implicitamente o esplicitamente – che il conflitto si risolve con il dominio e che l’identità maschile si misura in termini di potere. Dal punto di vista pedagogico, il femminicidio rappresenta il fallimento di un’educazione alle relazioni, alla gestione delle emozioni e al riconoscimento dell’altro come soggetto autonomo. Quando non si educa al limite, alla frustrazione e alla separazione, la perdita viene vissuta come intollerabile e la violenza come una risposta possibile. La scuola, la famiglia, i media e le istituzioni educative condividono una responsabilità centrale. Non basta intervenire in emergenza: è necessario costruire fin dall’infanzia un’educazione affettiva e relazionale che insegni il rispetto, il consenso, la comunicazione non violenta e la parità di genere. L’educazione emotiva non è un accessorio, ma uno strumento di prevenzione primaria. Anche il linguaggio ha un valore pedagogico. Rubricare il femminicidio come “tragedia della gelosia” o “dramma passionale” veicola modelli pericolosi, perché riduce implicitamente la violenza a una giustificazione emotiva. Al contrario, chiamare le cose con il loro nome significa educare alla responsabilità.

Ricordare Anna Tagliaferri, da una prospettiva pedagogica, implica dunque una domanda scomoda ma necessaria: che tipo di educazione stiamo offrendo alle nuove generazioni? Ogni femminicidio è una ferita, ma anche un segnale che richiede un cambiamento profondo di prospettiva nei modelli educativi, nei contesti di crescita e nelle relazioni che costruiamo. Solo attraverso un’educazione che formi persone capaci di riconoscere l’altro come persona sarà possibile, forse, interrompere la scia di violenza.

Articolo di Emiliana Senatore – Docente e Pedagogista Uniped

Docente di materie letterarie alla secondaria di primo grado. A seguito di concorso ordinario ha conseguito abilitazione all'insegnamento per materie letterarie alla secondaria di primo e di secondo grado. Diversi master all'attivo di management, disturbi specifici dell'apprendimento, nuove tecnologie applicate alla didattica, una specializzazione sul sostegno. Ho svolto compiti di coordinamento in progetti contro il bullismo e il cyberbullismo e a favore legalità. Ha curato progetti di comunicazione legati al mondo scolastico, ricoprendo all'interno dello stesso importanti ruoli. Ha conseguito certificazioni B2 francese e C1 inglese, oltre al Cedils didattica per gli stranieri alla Ca Foscari di Venezia. Diverse le sue pubblicazioni: "Edufibes" con Gomez Paloma di Unisa, "Discipline letterarie" con Antonello Giannelli, "Mi voglio bene", "Il gioco dell'oca", "Commento ai commi della legge 107" e diversi libri di storia locale. È pedagogista iscritta all'albo Uniped.Campania