In un tempo segnato da conflitti, inquietudini collettive e da un senso di fragilità che attraversa intere generazioni, la musica torna a farsi linguaggio necessario, spazio di ascolto e di responsabilità. Con Nuvole blu, Elisa Benvenuto sceglie di raccontare ciò che spesso resta invisibile: l’infanzia esposta al dolore del mondo, il desiderio di pace, la forza silenziosa della speranza. A soli sedici anni, l’artista umbra sorprende per maturità espressiva e consapevolezza emotiva, dando vita a un brano che si muove tra delicatezza e intensità, senza mai cedere alla retorica. Nuvole blu si configura come una preghiera laica, intima e collettiva allo stesso tempo, capace di trasformare una canzone in un atto di attenzione verso chi cresce in un presente complesso e spesso spietato.
È un racconto musicale che nasce dall’ascolto profondo del mondo e che sceglie di restituire, attraverso la voce e la sensibilità di una giovane artista, un messaggio chiaro: la musica può ancora essere rifugio, denuncia gentile e possibilità di futuro.

Le seguenti domande sono poste da MediaVox Magazine, che ha intervistato l’artista.
L’INTERVISTA
Hai solo sedici anni, ma in Nuvole blu affronti temi molto profondi. Quanto la tua età ti ha aiutata a guardare il mondo con uno sguardo più istintivo e sincero, senza filtri? La mia età è stata la mia forza più grande in questo progetto. Mi rendo conto che, scegliendo di affrontare temi così complessi, sto andando controcorrente, ma è esattamente quello che cerco di fare non solo nella musica, ma nella vita di tutti i giorni. Spesso mi fermo a guardare la mia generazione e la società che ci circonda: vedo troppi coetanei che inseguono gli stessi trend, rischiando di perdere la propria identità e, soprattutto, la capacità di guardarsi intorno per capire cosa stia accadendo realmente nel mondo. Proprio perché sono giovane e vedo questa realtà, ho capito che non serve girare intorno alle cose con troppe metafore. Servono parole dirette, nude e crude, senza filtri. Credo che la sincerità dei miei sedici anni mi permetta di parlare in modo schietto: solo così posso sperare che la gente si fermi un momento a riflettere, uscendo dalla bolla dell’indifferenza per guardare in faccia la realtà.
Nel brano parli del silenzio di chi non può difendersi, in particolare dei bambini. Quanto è stato difficile trasformare un dolore così grande in musica senza perdere delicatezza? È stata una sfida complessa e profondamente sentita. Non vivendo fortunatamente la guerra in prima persona, io e il mio produttore abbiamo lavorato con estrema cura per trovare il giusto equilibrio. Volevamo descrivere ciò che i telegiornali ci mostrano ogni giorno, ma sentivamo il bisogno di farlo con una delicatezza speciale, proprio perché al centro del racconto ci sono i bambini. Scrivere questo brano non è stata solo una scelta artistica, ma un vero e proprio dovere che ho sentito nascere dentro di me. Mi sento in obbligo di usare la mia voce per stare accanto a chi sta soffrendo, per dire loro che non sono invisibili. La musica ha questo potere immenso: è connessione, abbatte i confini e unisce le persone. Spero che questo pezzo possa essere un abbraccio virtuale, un modo per far sentire la mia vicinanza a chi ha perso tutto attraverso l’unica forza che può davvero superare le barriere del dolore.
Se Nuvole blu potesse arrivare a una sola persona e lasciarle qualcosa, cosa vorresti che restasse dopo l’ascolto: una domanda, una ferita aperta o una nuova forma di speranza? Se questa canzone potesse lasciare un segno, vorrei che facesse riflettere su tre cose. A chi vive in pace, vorrei dire di sentirsi fortunato: spesso ci lamentiamo per sciocchezze e dimentichiamo di essere grati per quello che abbiamo. Vorrei che ascoltando il brano ci venisse voglia di fare qualcosa di concreto per aiutare chi soffre. A chi invece la guerra la fa, vorrei ricordare che anche lui è stato un bambino innocente. Vorrei che provasse a mettersi nei panni degli altri e a capire il dolore che sta causando. Alla fine, spero che Nuvole blu aiuti le persone a essere più umane e riconoscenti verso la vita.