Ragazzi in discoteca e adulti assenti:la tragedia in Svizzera come specchio delle nostre responsabilità educative

La tragedia di Crans Montana avvenuta in Svizzera, che ha coinvolto ragazzi poco più che adolescenti in un contesto notturno, ha scosso l’opinione pubblica europea. Al di là delle dinamiche specifiche e delle responsabilità accertate dalle autorità, l’evento pone una domanda che va oltre i confini nazionali: è davvero giusto che ragazzi così giovani frequentino discoteche e luoghi della notte? E, soprattutto, dove sono gli adulti?
Spesso, di fronte a episodi drammatici, si ricorre a spiegazioni rassicuranti: “in Svizzera funziona così”, “all’estero sono più avanti”. Ma queste letture rischiano di essere semplicistiche. Il tema non è l’accesso ai locali in sé, ma il sistema educativo e sociale che accompagna – o non accompagna – i ragazzi in tali esperienze.
Dal punto di vista sociologico, la tragedia mette in luce una contraddizione profonda delle società occidentali: anticipiamo l’ingresso dei giovani in spazi adulti – la notte, il divertimento, il consumo – senza anticipare in modo adeguato gli strumenti di responsabilità, consapevolezza e controllo. Il gruppo dei pari sostituisce l’adulto, ma senza la sua funzione di contenimento.
Dal punto di vista pedagogico, l’adolescenza è una fase di costruzione dell’identità, in cui la gestione del rischio e delle emozioni non è ancora matura. Esporre precocemente i ragazzi a contesti notturni complessi significa spesso delegare alla notte ciò che dovrebbe essere educato alla luce del giorno: il rispetto di sé, dell’altro, dei limiti.
La tragedia in Svizzera interroga dunque il mondo adulto. Non per trovare colpevoli, ma per assumere corresponsabilità. Educare non è impedire, ma accompagnare; non è controllare, ma esserci.
Quali proposte educative, allora?
Rafforzare il patto educativo scuola–famiglia
La scuola non può essere lasciata sola nel lavoro di prevenzione. Servono momenti strutturati di confronto con le famiglie su temi come la notte, il divertimento, l’uso di alcol e sostanze, la pressione del gruppo. Non incontri emergenziali, ma percorsi continuativi di educazione alla responsabilità.
Educare al limite come forma di cura
È necessario restituire valore pedagogico al “no”. Il limite non è una punizione, ma una protezione. I genitori devono essere sostenuti nel loro ruolo normativo, senza sentirsi giudicati come “retrivi” o “autoritari”.
Percorsi di educazione emotiva e al rischio
Nelle scuole, già dalla preadolescenza, vanno rafforzati i percorsi di educazione socio-emotiva: riconoscere le emozioni, gestire la frustrazione, valutare il rischio, dire di no. La prevenzione non è solo informazione, ma formazione del pensiero critico.
Spazi di aggregazione alternativi e protetti
Se togliamo la discoteca come unico luogo di socialità notturna, dobbiamo offrire alternative: spazi giovanili, eventi serali organizzati, iniziative culturali e sportive supervisionate. I ragazzi cercano la notte perché cercano appartenenza, non solo divertimento.
Responsabilità condivisa del territorio
Enti locali, associazioni, gestori dei locali e forze dell’ordine devono lavorare insieme. Regole chiare, controlli reali, trasporti sicuri e una cultura della prevenzione sono parte integrante dell’educazione collettiva.
Restituire centralità alla presenza adulta
La vera prevenzione non è la sorveglianza, ma la presenza. Un adulto che accompagna, che parla, che ascolta, che pone confini. I ragazzi non hanno bisogno di adulti “amici”, ma di adulti affidabili.
La tragedia in Svizzera non può e non deve restare solo un fatto di cronaca. Deve diventare un’occasione per ripensare il nostro modo di educare.
Perché una società che anticipa il divertimento ma ritarda la responsabilità espone i suoi giovani a rischi troppo grandi.
La domanda finale resta aperta, ed è rivolta a tutti noi: stiamo educando i nostri ragazzi alla libertà o li stiamo lasciando soli, troppo presto, in una notte che non sanno ancora abitare?

Emiliana Senatore – Docente e pedagogista


Docente di materie letterarie alla secondaria di primo grado. A seguito di concorso ordinario ha conseguito abilitazione all'insegnamento per materie letterarie alla secondaria di primo e di secondo grado. Diversi master all'attivo di management, disturbi specifici dell'apprendimento, nuove tecnologie applicate alla didattica, una specializzazione sul sostegno. Ho svolto compiti di coordinamento in progetti contro il bullismo e il cyberbullismo e a favore legalità. Ha curato progetti di comunicazione legati al mondo scolastico, ricoprendo all'interno dello stesso importanti ruoli. Ha conseguito certificazioni B2 francese e C1 inglese, oltre al Cedils didattica per gli stranieri alla Ca Foscari di Venezia. Diverse le sue pubblicazioni: "Edufibes" con Gomez Paloma di Unisa, "Discipline letterarie" con Antonello Giannelli, "Mi voglio bene", "Il gioco dell'oca", "Commento ai commi della legge 107" e diversi libri di storia locale. È pedagogista iscritta all'albo Uniped.Campania