L’anima che vibra nella musica

Ci sono progetti musicali che non si limitano a pubblicare un album: mettono a nudo un mondo, un sentire, un respiro che chiede spazioinDAroots è esattamente questo: un’esperienza che non si ascolta soltanto, ma che si attraversa. Il nuovo lavoro del duo milanese, “Feeling Bleeding Rising Shining”, non è una semplice evoluzione artistica: è uno scavo interiore, un attraversamento emotivo che si apre a sonorità liquide, testi rarefatti, immagini che diventano musica.

Con il singolo “Changing Worlds”, estratto dall’album e già in rotazione radiofonica, inDAroots firma un brano che è insieme confessione, visione e viaggio. Una canzone che non racconta solo di trasformazione, ma la compie, trasportando l’ascoltatore in una dimensione sospesa dove il reale sfuma e l’essenziale affiora. Per comprendere la nascita di questo nuovo capitolo creativo, MediaVox Magazine ha incontrato Gabriella D’Amico e Cristiano De Ros, le due anime di inDAroots.

Li abbiamo raggiunti nel pieno della preparazione al debutto dell’album, in un momento in cui emozione e consapevolezza si intrecciano. Il loro racconto è un mosaico di immagini, intuizioni e verità intime: il mare che diventa metafora del movimento, il contrabbasso che si fa voce narrante, la lingua inglese che diventa trasparenza e spazio emotivo. Dalle prime sperimentazioni acustiche all’identità attuale, segnata da una raffinata fusione tra elettronica, psichedelia e radici jazz, il progetto si rivela per ciò che è: un laboratorio di emozioni in cui ogni brano è una piccola epifania.

Ecco dunque il dialogo che abbiamo raccolto per voi.

L’INTERVISTA

“Changing Worlds” nasce da un’immagine potentissima: il mare, la costa, il movimento. Qual è stato il momento esatto in cui avete capito che da quella sensazione sarebbe nato un brano così centrale per il vostro percorso? Non c’è stato un momento “esatto”, ma una lenta sedimentazione. Il mare e la costa erano già lì, un paesaggio interiore, il movimento pure, visto che eravamo su un traghetto. Ma il brano, nella sua struttura di base, è nato davvero nello spazio di una breve traversata e –  fun fact immaginabile vista la stazza dello strumento suonato da Cristiano, che mal si sposa con qualunque viaggio fisico – non è nato suonato su un contrabbasso, ma su un ukulele basso. La consapevolezza che sarebbe diventato un pilastro è arrivata molto più avanti.  Suonandolo successivamente sul contrabbasso, aggiungendo l’elettronica, studiandone gli arrangiamenti, sperimentando con la vocalità, abbiamo capito che si trattava di un brano centrale perché racchiudeva in nuce l’intero album perché rappresenta l’istante in cui tutto si mette in movimento, in cui la percezione cambia perché si dispone a cambiare e questo permette la nascita di una nuova geografia emotiva.

L’album “Feeling Bleeding Rising Shining” amplifica la vostra ricerca estetica e narrativa, fondendo radici acustiche con elettronica, psichedelia e texture emotive. Qual è stata la sfida più intensa nel dare una forma compiuta a questo nuovo linguaggio? La sfida più grande è stata l’equilibrio. Evitare che l’elettronica diventasse solo un orpello o che il contrabbasso suonasse come un “relitto”. Evitare che la voce perdesse la sua autenticità e vitalità e suonasse “contraffatta”. Volevamo che ogni elemento fosse essenziale, come in un ecosistema, ma non sovrastasse gli altri. Il segreto è stato non aver pensato in termini di “aggiunta” (un po’ di jazz, un po’ di elettronica), ma affrontando il tutto come un unico organismo ibrido. È stato come trovare il punto di fusione in cui il calore dell’analogico e la precisione del digitale smettono di confliggere e generano una nuova materia sonora.

Avete scelto la lingua inglese per un’espressione musicale più “trasparente”.In che modo questa decisione ha cambiato la vostra scrittura e la relazione emotiva con le storie che raccontate?L’italiano, per noi che lo parliamo dalla nascita, ha un peso specifico, una storia culturale e personale che a volte abbiamo anche sentito di dover “spiegare” al pubblico. L’inglese, nella sua natura più astratta e fonetica, ci ha permesso di scolpire il suono delle parole prima del loro significato letterale. La relazione emotiva con le storie è diventata più diretta, quasi sciamanica: non raccontiamo più una storia *a* qualcuno, ma evochiamo un’atmosfera in cui qualcuno può entrare e riconoscere la propria storia. È un passaggio dal narrare al risuonare. Crediamo lo sia anche per il pubblico, ma soprattutto lo è stato per noi stessi.

Inguaribile e testardo sognatore, si è laureato in Lettere Moderne presso l’Università degli studi di Salerno e frequenta la magistrale di Filologia Moderna nello stesso Ateneo. Vive l’Arte in simbiosi con la sua vita ed è sempre in cerca di nuove storie da vivere e scrivere per emozionarsi e far emozionare. Ama il mondo dello sport, in particolare quello del calcio e della palestra, seguendoli e praticandoli entrambi. Il viaggio è il suo stimolo per conoscere, imparare e avere tutto ciò che ogni cultura ha da offrirgli, in pratica usa gli occhi per guardare e i sogni per guardare oltre.