Marzia Verdecchi, il teatro come viaggio umano prima ancora che artistico

Il teatro, per Marzia Verdecchi, non è mai soltanto rappresentazione. È attraversamento, ascolto profondo, trasformazione. È un atto di verità che prende forma nel corpo e nella voce, uno spazio in cui l’essere umano viene prima del personaggio e l’esperienza prima della forma. Attrice, regista e docente, Verdecchi ha costruito negli anni un percorso solido e riconoscibile, fondato su una visione della scena che mette al centro la relazione, l’ensemble, il viaggio emotivo condiviso. Diplomata all’Accademia Internazionale di Teatro, dove completa anche il percorso di specializzazione in regia teatrale e teatro del Novecento, Marzia Verdecchi porta in scena e in aula una poetica che intreccia corpo, parola e movimento. Una visione che non separa mai tecnica ed emozione, disciplina e umanità, ma le fa dialogare costantemente. Dopo un periodo di formazione a Londra, rientra in Italia e avvia una carriera intensa e stratificata che la vede impegnata come attrice, regista e insegnante, firmando oltre trenta regie e due testi originali, sempre curandone adattamenti e messa in scena.

Nel suo lavoro, la dimensione corale è centrale: il gruppo diventa organismo vivo, spazio di crescita, specchio emotivo. Un approccio che si riflette anche nella sua attività didattica, dove il teatro si fa strumento di consapevolezza, fiducia e maturazione personale, prima ancora che artistica.

Marzia Verdecchi è presidente dell’associazione Officine MAC, che opera presso il Nuovo Piccolo Garbatella, spazio culturale diventato negli anni un punto di riferimento per la formazione, la sperimentazione e la creazione teatrale. Un luogo vivo, attraversato da storie, corpi e visioni, dove la scena nasce spesso dal lavoro quotidiano in aula e prende forma attraverso un processo condiviso. Proprio qui, sabato 17 gennaio, va in scena Cercasi Ulisse disperatamente, spettacolo ispirato all’Odissea e costruito attraverso un intenso lavoro corale che coinvolge un ampio ensemble di interpreti. Un viaggio teatrale che utilizza il mito come strumento contemporaneo, trasformandolo in racconto umano, collettivo, necessario.

MediaVox Magazine ha intervistato Marzia Verdecchi per approfondire la sua visione del teatro, la passione che anima il suo lavoro e il rapporto profondo che costruisce con i suoi allievi, in un percorso in cui la scena diventa luogo di crescita, verità e condivisione.

L’INTERVISTA

Che tipo di approccio adotta nei suoi corsi di teatro e quali sono, secondo lei, gli elementi fondamentali che un allievo deve acquisire, al di là della tecnica attoriale? Il mio approccio parte sempre dall’essere umano. Mi sono diplomata all’Accademia Internazionale di Teatro, in un percorso che unisce movimento, parola e presenza scenica, e questo mi ha insegnato che la tecnica, da sola, non basta. Nei miei corsi si lavora su se stessi prima ancora che sull’attore: sulla consapevolezza, sulla sicurezza, sulla qualità della presenza. La dizione è importante, certo, ma lo è ancora di più la capacità di abitare il palco con verità, di sentirsi legittimati a stare lì. L’obiettivo è accompagnare l’allievo a trovare una propria autenticità scenica, non a imitare un modello.

Quanto il teatro, nel suo lavoro didattico, diventa uno strumento di crescita umana prima ancora che artistica? Direi che è l’aspetto più importante. I gruppi con cui lavoro sono spesso amatoriali, ma il percorso che facciamo insieme è molto profondo. Formo persone, prima che attori. Alcuni poi scelgono di entrare in accademia, altri no, ma tutti attraversano un processo di crescita personale. Il teatro diventa uno spazio sicuro in cui mettersi in discussione, superare paure, limiti, blocchi emotivi. È un lavoro che ha a che fare con la fiducia, con l’ascolto e con il coraggio di esporsi.

Nei suoi corsi emerge spesso un forte senso di ensemble. Quanto è importante per lei il lavoro corale e la costruzione di un’identità di gruppo? Per me è fondamentale. Il mio è un teatro fortemente corale, dove nessuno resta indietro e nessuno è davvero solo. Il gruppo diventa una vera e propria comunità scenica. All’interno del lavoro sull’Odissea, così come in precedenza con La fattoria degli animali, tutti partecipano alla costruzione del racconto. Non utilizzo scenografie tradizionali: sono i corpi, le relazioni e lo spazio a creare l’ambiente. Il gruppo diventa scenografia, ritmo, respiro comune.

In che modo accompagna gli allievi dal lavoro in aula fino alla messa in scena di uno spettacolo vero e proprio? Il primo passo è riconoscerli come professionisti, anche se sono amatori. Non esistono ruoli minori nel mio lavoro. Ci conosciamo, costruiamo fiducia e poi lavoriamo in modo molto concreto sulla voce, sullo spazio scenico, sulla dizione e sull’ascolto reciproco. In questo percorso sono stata affiancata da professionisti come Valerio De Angelis e Graziana Allegra, che hanno sostenuto il lavoro didattico con competenza e sensibilità. La scena diventa il punto d’arrivo naturale di un percorso condiviso.

C’è un momento particolare in cui capisce che un allievo ha trovato la propria voce scenica? Sì, ed è durante lo spettacolo. Lo vedo nei loro occhi, nella forza con cui abitano la scena. È un momento molto intenso, perché lì comprendo che qualcosa è accaduto davvero. Spesso scrivo gli spettacoli su di loro: sono la mia fonte d’ispirazione. Portano in scena se stessi, trasformati dal percorso fatto insieme, e restituiscono al pubblico tutto ciò che hanno ricevuto.

Biografia: Marzia Verdecchi, classe 1978, si diploma come perito aziendale corrispondente in lingue estere e subito dopo il conseguimento del titolo si trasferisce a Londra, dove vive per alcuni anni. Rientrata in Italia, decide di intraprendere un percorso artistico e si diploma in una scuola per attori, frequentando l’Accademia Internazionale di Teatro, dove consegue inizialmente il diploma di attrice e completa successivamente il percorso formativo seguendo anche il terzo anno, specializzandosi in regia teatrale e teatro del Novecento. Nel 2008, dopo aver collaborato per un anno con il Circo a Vapore all’interno della sua compagnia stabile e aver preso parte a diversi spettacoli con la compagnia Ondadurto Teatro, fonda insieme a due compagni l’associazione culturale Frammenti d’Arte Teatro, di cui è presidente, regista e attrice. Parallelamente, arricchisce la propria formazione partecipando a numerosi stage, tra cui quelli con Giancarlo Fares per il lavoro sul movimento scenico, Pierpaolo Sepe per lo studio su Amleto, Isaac Alvarez per il teatro gestuale e Annapaola Bakalov per il teatro danza, oltre a diversi corsi di scrittura creativa. La sua prima regia risale al 2008 e, ad oggi, vanta circa trenta regie all’attivo, curandone sempre gli adattamenti, oltre alla scrittura di due testi originali. Attualmente lavora come attrice, regista e insegnante, collaborando con importanti nomi del panorama teatrale, ed è presidente dell’associazione Officine MAC, che opera presso il Teatro Nuovo Piccolo Garbatella.

Inguaribile e testardo sognatore, si è laureato in Lettere Moderne presso l’Università degli studi di Salerno e frequenta la magistrale di Filologia Moderna nello stesso Ateneo. Vive l’Arte in simbiosi con la sua vita ed è sempre in cerca di nuove storie da vivere e scrivere per emozionarsi e far emozionare. Ama il mondo dello sport, in particolare quello del calcio e della palestra, seguendoli e praticandoli entrambi. Il viaggio è il suo stimolo per conoscere, imparare e avere tutto ciò che ogni cultura ha da offrirgli, in pratica usa gli occhi per guardare e i sogni per guardare oltre.