L’INTERVISTA
Dottor Ascolese, partiamo dall’attualità: come interpreta la vicenda della cosiddetta “casa nel bosco”, che tanto ha colpito la pubblica opinione? Al di là delle posizioni ideologiche e delle semplificazioni mediatiche, ciò che emerge con chiarezza è un rischio concreto: quando la tutela dei minori scivola dalla cura alla procedura, l’intervento pubblico può perdere il suo fondamento umanista e trasformarsi in un esercizio di potere tecnicamente corretto ma antropologicamente fragile. Come medici sappiamo che, in età evolutiva, il legame di attaccamento non è un accessorio educativo, bensì un determinante primario di salute psico-fisica. La separazione prolungata e rigidamente normata dai genitori, in assenza di un rischio attuale, documentato e grave, rappresenta essa stessa un fattore potenzialmente iatrogeno.
Quali principi ritiene debbano guidare, concretamente, gli interventi di tutela dei minori? Ogni misura limitativa dei legami familiari dovrebbe essere eccezionale, proporzionata, temporanea e costantemente rivalutata, con l’obiettivo esplicito del rientro e non della cristallizzazione della distanza. Sul piano tecnico-giuridico, credo sia necessaria la rivalutazione del progetto educativo individualizzato mediante un collegio realmente multidisciplinare, l’applicazione rigorosa del principio di minima invasività e la tutela effettiva del diritto all’istruzione parentale. È inoltre essenziale prevedere la valutazione indipendente dello stato psicofisico dei minori e la definizione di tempi certi, perché l’indeterminatezza temporale, in età evolutiva, equivale di fatto a una pena senza sentenza.
Che ruolo può e deve avere l’AMCI di fronte a questi temi così delicati? Come AMCI, associazione che si riconosce in una visione personalista e cristiana della medicina, non possiamo ignorare che il minore non è un “caso”, la famiglia non è un ostacolo da neutralizzare e la diversità culturale non è una patologia da correggere. Quando il diritto smette di interrogarsi sul bene concreto della persona e si limita a esercitare il proprio potere procedurale, i più fragili – i bambini – diventano silenziosi destinatari di decisioni che li superano. La nostra responsabilità, come medici cattolici, è anche quella di ricucire il dialogo tra medicina, diritto ed etica, riportando al centro la parola cura: cura dei legami, cura dei tempi dell’infanzia, cura della complessità delle famiglie reali.