Ci sono libri che non chiedono di essere letti, ma attraversati. Guardami con nuovi occhi nasce come un atto di verità, una resa consapevole davanti alla propria interiorità, e si offre al lettore non come una raccolta di risposte, ma come una mappa emotiva in cui perdersi e ritrovarsi, senza paura. Antonio Di Bianco sceglie di non indossare maschere. La sua scrittura avanza a cuore aperto, accoglie la fragilità e la trasforma in linguaggio, in possibilità, in respiro. Ogni poesia è una soglia, ogni sinossi emotiva un passo ulteriore verso un dialogo intimo e raro, dove autore e lettore si incontrano nello stesso spazio di vulnerabilità condivisa, senza filtri né difese.

Questo libro non pretende di spiegare l’amore, il dolore o la rinascita: li vive, li attraversa e li affida alla pagina, con la consapevolezza di chi ha compreso che sentire profondamente non è una colpa, ma una forma altissima di coraggio.
Guardami con nuovi occhi diventa così un invito silenzioso e potente: guardare sé stessi senza giudizio, riconoscere le proprie crepe come luoghi di luce, accettare che crescere significhi, prima di tutto, imparare a vedersi davvero.
MediaVox Magazine ha intervistato l’autore per entrare nel cuore di questo viaggio interiore e restituire al pubblico la voce autentica di chi ha scelto di esporsi, di raccontarsi e di trasformare la propria storia in un’esperienza condivisa.
L’INTERVISTA
Il titolo Guardami con nuovi occhi nasce più da un bisogno personale o da una richiesta rivolta agli altri? Quando hai sentito, per la prima volta, il desiderio di essere visto in modo diverso? C’è una connessione profonda tra il personale e l’universale in questo libro. Il titolo, all’inizio, nasce come un bisogno verso me stesso: un invito a non restare intrappolato nelle vecchie etichette che altri avevano apposto sulla mia vita e sulle mie emozioni. Col tempo, però, è diventato anche un invito per tutti: cambiare il nostro sguardo, imparare a cogliere con occhi rinnovati le emozioni e le relazioni. Spirito di accettazione e cuore aperto, infatti per me, sono i ponti più sicuri che la nostra società dovrebbe costruire per funzionare davvero. Il desiderio di essere visto in modo diverso ha radici lontane. L’ho avvertito profondamente in adolescenza, nei momenti in cui mi sentivo frainteso e invisibile, d’altronde, come avrei potuto sentirmi altrimenti, con anni di bullismo alle spalle? Fortunatamente, Guardami con nuovi occhi mi ha permesso di liberarmi, esorcizzare tante ferite e mostrarmi finalmente in modo autentico. Sono grato per questo percorso personale, che, pur essendo mio, non è poi così lontano da quello di molte altre persone, e che ha trovato riflesso in gran parte nel libro.
Nel libro la sensibilità non è più un limite, ma una guida. C’è stato un momento preciso in cui hai capito che ciò che ti rendeva fragile era anche ciò che ti rendeva autentico? Non ho mai percepito la sensibilità come un limite. È stato piuttosto un viaggio a più tappe, durante il quale ho imparato ad ascoltarla davvero, fino a riconoscerla come una guida: una sorta di sesto senso che mi aiuta a comprendere gli altri, ad essere creativo e a stare al mondo. La nostra società tende spesso a confondere la sensibilità con la fragilità, quando in realtà la vera fragilità è non saper essere autentici, non riuscire a mostrarsi, a elaborare e riconoscere le proprie emozioni, accettando di essere umani in modo perfettamente imperfetto. Per anni la mia sensibilità è stata interpretata dagli altri come qualcosa da nascondere o ridimensionare, mentre era proprio ciò che mi permetteva di sentire più a fondo, e che ancora oggi considero un’alleata preziosa.
Le sinossi emotive accompagnano molte poesie e ne svelano l’origine. Quanto è stato complesso metterti così a nudo, sapendo che il lettore avrebbe conosciuto anche ciò che sta dietro ai versi? Era esattamente ciò che volevo. Desideravo che lettori e lettrici potessero vedere il percorso emotivo, personale e creativo che sta dietro alla scrittura, ai prodotti artistici e ai vissuti che mi hanno ispirato. Ero consapevole, però, che sarebbe stata un’arma a doppio taglio: da un lato mi permetteva di raccontarmi di più e di spiegare ciò che volevo dire e trasmettere, dall’altro implicava un’esposizione totale. Ho scelto comunque di farlo perché credo che la verità emotiva, quando viene condivisa con onestà, non perda la sua universalità, ma anzi la rafforzi. Le sinossi non vogliono guidare il lettore, ma accompagnarlo, offrendo uno sguardo in più. Le ho scritte in modo quasi automatico, come un passaggio naturale, e proprio per questo non ho avvertito particolari difficoltà.
Il viaggio attraversa tutta la raccolta, sia fisicamente che interiormente. In che modo muoverti, cambiare luoghi e prospettive ha influenzato la tua scrittura e il tuo modo di amare? È vero, il “viaggio” attraversa tutta la raccolta, perché ha avuto un ruolo centrale, muoversi nello spazio ed interiormente, mi ha costretto a cambiare prospettiva, a mettere in discussione certezze, abitudini e modalità di relazione. Ogni spostamento ha lasciato una traccia nella scrittura, rendendola più attenta, più aperta, più disponibile all’ascolto. Viaggiare mi ha insegnato che amare significa anche sapersi adattare, osservare senza possedere, accogliere senza trattenere. Nei luoghi nuovi ho imparato a riconoscere ciò che restava, ciò che cambiava e ciò che meritava di essere lasciato andare. La scrittura, come l’amore, si è nutrita di questo movimento continuo, fatto di distanza, ritorni e nuove consapevolezze.
Questo libro parla a chi si sente spesso fuori posto o inadeguato. Cosa diresti oggi a quel lettore che, leggendo le tue parole, si riconosce nelle tue ferite? Direi a quel lettore che si sente fuori posto o inadeguato che non è solo. Sapere questo può alleggerire un po’ il peso delle proprie ferite. Ogni graffio, racconta qualcosa di unico, e riconoscerlo ci aiuta a capire meglio noi stessi e gli altri. Il libro analizza le ferite ma, attraverso un filo rosso, esplora anche tutti i tipi d’amore. Dopo il dolore e l’incomprensione, il percorso personale porta verso l’amore per noi stessi. Ascoltare le nostre emozioni e abbracciare le nostre imperfezioni ci permette di trasformare la sensazione di non appartenere in forza. La consapevolezza di sé diventa così il primo passo verso la libertà. Non bisogna nascondersi, non bisogna fuggire. Alla fine, possiamo guardarci con nuovi occhi.

Bio Autore: Antonio Di Bianco ha iniziato il suo percorso culturale al Liceo Classico e ha proseguito con la laurea triennale in Scienze e Tecniche Psicologiche presso l’Università “G. D’Annunzio” di Chieti, seguita dalla laurea magistrale in Psicologia Clinica e della Riabilitazione all’Università “N. Cusano” di Roma. Ha arricchito il suo profilo accademico con un master di secondo livello in Human Resources Management (110 e lode), oltre a master in insegnamento e copywriting. Iscritto all’Ordine degli Psicologi della Calabria dal 2021, ha ottenuto nel 2024 la certificazione EuroPsy. Poliglotta e instancabile scrittore dall’età di 16 anni, Antonio pubblica poesie, testi di canzoni, articoli e racconti brevi. Le sue opere sono state pubblicate in Venezuela, Italia, Colombia, Messico, Argentina, Cile, Perù, USA, Brasile, Repubblica di San Marino, Malta, Romania, Spagna e Ucraina, e scrive in italiano, inglese, spagnolo, portoghese, catalano, francese, ucraino e rumeno. Ha partecipato a numerosi concorsi nazionali e internazionali ed è stato pubblicato in riviste e antologie di settore. Ha da poco terminato una rubrica di ricette calabro-italiane in Brasile per la rivista “Projeto Autoestima” di San Paolo e conduce due programmi radiofonici per “Radio Nord Borealis”. La sua scrittura, che spazia tra poesia, testi creativi e introspezione emotiva, riflette esperienze personali, viaggi e collaborazioni artistiche, con uno sguardo attento all’amore, alla resilienza e alla crescita personale. Sogna di diventare giornalista e doppiatore