Ulisse non è soltanto un personaggio. È una domanda aperta. È l’archetipo dell’uomo in viaggio, di colui che parte per conoscere e finisce per conoscersi. È il simbolo dell’andare e del tornare, ma soprattutto dell’attendere. Attendere che qualcosa si compia, che una promessa trovi finalmente forma. Nel teatro di Marzia Verdecchi, Ulisse diventa pretesto e necessità, figura-mito capace di attraversare il tempo e di parlare, oggi più che mai, all’uomo contemporaneo.






In Cercasi Ulisse disperatamente, spettacolo ispirato all’Odissea e in scena sabato 17 gennaio al Nuovo Piccolo Garbatella, il viaggio non è mai soltanto geografico. È umano, emotivo, corale. Ulisse è raccontato per assenza, attraverso le voci di chi lo ha incontrato, amato, atteso o temuto. Penelope, Circe, Calipso, Nausicaa, Telemaco, ma anche le divinità e le creature che ne hanno segnato il cammino: Poseidone, Polifemo, Atena, Scilla, le Sirene. Ognuno restituisce un frammento, uno sguardo, una ferita. E proprio in questa molteplicità di voci si compone il ritratto di un Ulisse universale, mai definitivo.







Il mito diventa così strumento contemporaneo, lente attraverso cui interrogare il nostro rapporto con il tempo, con l’attesa, con il desiderio. In un presente dominato dalla velocità e dall’immediatezza, raccontare un viaggio durato dodici anni assume il valore di una presa di posizione poetica. L’attesa, nel lavoro di Verdecchi, non è sospensione sterile, ma fermento, trasformazione, possibilità di nuova vita.

Attrice, regista e docente, Marzia Verdecchi costruisce questa rilettura dell’eroe omerico attraverso un intenso lavoro corale, in cui il gruppo diventa organismo vivo e la scena spazio di ascolto e condivisione. Diplomata all’Accademia Internazionale di Teatro e specializzata in regia teatrale e teatro del Novecento, dopo un periodo di formazione a Londra rientra in Italia avviando un percorso artistico stratificato che intreccia corpo, parola e movimento, tecnica ed emozione, disciplina e umanità. Presidente dell’associazione Officine MAC, Verdecchi opera stabilmente presso il Nuovo Piccolo Garbatella, luogo in cui la scena nasce spesso dal lavoro quotidiano in aula e si nutre del confronto continuo con gli interpreti. Qui il teatro è, prima di tutto, relazione, crescita condivisa ed esperienza capace di trasformare chi la attraversa. In questo contesto, da febbraio a giugno prenderà avvio un nuovo corso, in programma il lunedì dalle 18:00 alle 20:00.

MediaVox Magazine ha intervistato Marzia Verdecchi per approfondire il senso di questo Ulisse “cercato disperatamente”, il valore del viaggio e dell’attesa, e la visione pedagogica e artistica che anima il suo lavoro. Un dialogo che attraversa il mito per tornare all’essenziale: l’uomo, il tempo, il bisogno profondo di partire e, forse, di tornare.
L’INTERVISTA
Ulisse come archetipo dell’uomo e simbolo eterno del viaggio: perché questa scelta? Ulisse è l’archetipo dell’uomo assetato di conoscenza, il simbolo per eccellenza del viaggio inteso non solo come attraversamento di luoghi, ma come tensione interiore. L’ho scelto, sì, ma raccontandolo in modo laterale, quasi in controluce. A parlare non è lui, bensì chi lo ha incontrato, chi è stato lasciato, chi lo ha atteso. Penelope, Circe, Calipso, Nausicaa, Telemaco. E ancora le voci di chi lo ha amato o maledetto: Poseidone, Polifemo, Atena, Scilla, le Sirene. Ulisse diventa così un pretesto narrativo, uno specchio. Il vero racconto è l’attesa: l’attesa di un ritorno che tarda a compiersi, di una promessa che si dilata nel tempo.
Il tema dell’attesa attraversa tutta l’opera. Cosa rappresenta per te oggi? Mi riallaccio proprio alla fine della risposta precedente: sappiamo ancora aspettare? Viviamo in un tempo che consuma tutto nella velocità, nell’immediatezza. E invece ho scelto di raccontare un viaggio durato dodici anni. Mi interrogo su questo scarto, su questa distanza. Per me l’attesa non è vuoto, ma fermento. È una soglia fertile, un luogo di trasformazione, di nascita, di cambiamento profondo. È fervore puro.
Quanto è stato importante il confronto creativo nel processo di costruzione dello spettacolo? È stato fondamentale. Il confronto è stato una vera e propria bussola. Valerio e Graziana mi hanno sostenuta in modo prezioso, soprattutto nell’analisi del lavoro e nella sua costruzione. Dopo ogni prova ci fermavamo, ci ascoltavamo, cercavamo di capire cosa funzionasse e cosa no. Valerio e Graziana hanno curato in modo speciale il lavoro con i ragazzi, e grazie a loro molte parti dello spettacolo hanno trovato una leggerezza inattesa, una vitalità luminosa. Valerio De Angelis ha seguito la parte iniziale e mi ha suggerito l’utilizzo della musica dal vivo, che ha eseguito lui stesso, cantando e suonando con noi e per noi. La musica, intrecciata ai brani scelti — alcuni suggeriti dagli stessi attori — ha donato allo spettacolo un quid ulteriore, una vibrazione viva. Graziana, invece, ha costruito con cura tutta la parte cantata, accompagnando i ragazzi passo dopo passo.
Com’è strutturato lo spettacolo dal punto di vista scenico e drammaturgico? Lo spettacolo è un mosaico di frammenti diversi: testi scritti da me, da Valerio e dagli stessi ragazzi. A tenere insieme tutto è stato un lavoro profondo su spazio, ritmo e corpo. La scena vive di coralità: teatro-danza, cori fisici e canori, movimenti collettivi che diventano racconto. Fondamentale è stato il percorso didattico svolto nei mesi precedenti alla messa in scena, un lavoro lento e stratificato che ha dato solidità e verità a ogni gesto.
Che cosa desideri rimanga allo spettatore una volta uscito dal teatro? Vorrei che il pubblico uscisse appagato, felice, ma anche attraversato da qualche domanda. Domande intime, personali, a cui ognuno possa rispondere nel proprio tempo. E poi, sì, anche un po’ sorpreso. Perché forse avrà visto qualcosa che non si aspettava, qualcosa che ha preso forma in modo diverso da come lo immaginava.
Qual è il viaggio che lo spettatore è chiamato a compiere? È un viaggio assolutamente personale. Io credo di aver offerto soltanto uno spunto, un varco. Lo spettatore viaggia attraverso immagini create dai ragazzi in scena, accompagnate da parole dense, necessarie. Lo spettacolo si chiude con una poesia celebre di Kavafis e con una frase di una canzone di De André: “per la stessa ragione del viaggio… viaggiare”. Ed è lì che tutto si ricompone. Perché anche io, in fondo, viaggio. Anche restando ferma sul mio palcoscenico.