IL RECUPERO DEL PASSATO SALVERA’ L’ESSERE UMANO?

“Si stava meglio quando si stava peggio!”: disperati i toni con cui quest’affermazione viene pronunciata, disperate le situazioni in cui si ha modo di udirla. Ma per quale motivo si arriva a dire qualcosa di simile? Si viveva davvero in maniera migliore in passato, senza i mezzi confortevoli che si possiedono al giorno d’oggi e che offrono una vasta gamma di possibilità? Molte persone sono del parere che la tecnologia abbia portato ad uno sviluppo che paradossalmente sia stato in grado di dimezzare le attività della quotidiana routine.

Insomma, in passato grande era la creatività, che permetteva di ideare giochi, ai quali tutti potevano prender parte e che si svolgevano per la maggior parte in strada.

Tali giochi -tra i quali ricordiamo il celebre gioco della settimana, definito anche campana, mosca cieca, palla avvelenata e palla prigioniera- favorivano ampiamente la socializzazione, permettendo ai giovani di arricchire le loro cerchie di amicizie, e davano modo ai ragazzi di tenersi in forma, in quanto giovevoli dal punto di vista fisico e atletico. Bisogna tuttavia aggiungere un particolare importante: questi giochi si tenevano in strada proprio perché vi era una bassa circolazione di autovetture. Pochi erano, infatti, coloro che ne disponevano, e i ragazzi avevano modo di divertirsi senza dover continuamente interrompere le loro attività ludiche.

Forse, attualmente, dallo scrigno delle passate attività viene prelevato ancora il calcio: le partite di calcetto sono molto gettonate tra i giovani, e vari sono i luoghi in cui esse si tengono. Tanto del passato è però andato perduto, in quanto il progresso tecnologico e industriale garantisce nuovi tipi di opportunità.

Andrew O’Hagan, saggista e contributor per testate come “Esquire”, “Granta” e “New Yorker”, in un lungo editoriale difende il progresso tecnologico, sostenendo la tesi secondo cui la tecnologia di oggi abbia dato nuova linfa a piaceri “analogici”, come la lettura, l’arte, i viaggi, e lo sport. Sostiene in maniera più specifica O’Hagan: “La tecnologia non sta facendo ciò da cui ci mettevano in guardia gli scrittori di fantascienza, ovvero trasformarci in vuoti consumatori o individui che odiano la comunità”.  Egli sottolinea ancora come siano evidenti i miglioramenti nel campo delle esperienze culturali e dello svago: “Questi avanzamenti ci stanno rendendo più democratici, più consapevoli del mondo, più interessati alle esperienze altrui, più connessi ai misteri della privacy e della sorveglianza. Ricordo quando per cercare informazioni per un saggio dovevo prendere un treno, far la fila in biblioteca, compilare moduli, spulciare per ore fra microfiche sgranate”.

Il saggista conclude dicendo che egli è ora capace di ottenere informazioni in una ventina di minuti circa consultando il web. La tecnologia ha senz’altro migliorato la qualità della vita e velocizzato svariate attività che prima richiedevano un’immensa quantità di tempo. Se si volesse estrapolare una riflessione dalle parole di Andrew, si potrebbe sicuramente dire che, per scrivere saggi o temi, era necessario consultare più testi e ricavare le informazioni necessarie da qualche riga che poteva tornare utile in quei determinati istanti. Oggi invece scrivere testi è solo una questione di minuti: basta fare click sul motore di ricerca prediletto e cercare le notizie che sono più interessanti e che danno spessore allo scritto. Con la tecnologia dunque la vita dell’essere umano è divenuta non solo più complessa, ma anche più piacevole, e differenti compiti sono state particolarmente semplificate.

Ma la consultazione di più testi, di più citazioni, di più affermazioni non è forse un bene per l’arricchimento del bagaglio culturale? Bisogna necessariamente dare una risposta affermativa. La fatica del passato facilitava l’apprendimento e garantiva dei perfezionamenti nell’elaborazione di pareri personali. Oggi si è schiavi dei motori di ricerca e di quanto affermato sui social anche dal popolo meno colto, e il parere più che proprio diviene condiviso. Dal punto di vista ludico, la creatività è un lontano ricordo, un frammento che difficilmente una persona comune immersa in una società avanzata può recuperare: i videogames hanno rivoluzionato l’esistenza, e ormai basta un dischetto impacchettato in una confezione o un file sul proprio computer per poter giocare, senza che si permetta ai propri neuroni di ideare qualcosa di nuovo.

Viene in breve incentivato l’acquisto e svalutato l’elemento creativo. Per questioni di marketing vengono sempre implementate svariate funzioni delle apparecchiature elettroniche che leggono i videogiochi, ed è ormai fondamentale aprire i propri portafogli. Il riciclo porta soltanto al regresso, se rapportato a quanto posseduto da una società che deve appropriarsi sempre della novità del momento. I videogames sono anche una forma di dipendenza che invece non sembravano essere i vecchi e cari giochi in strada del passato che molti anziani invocano spesso quasi come fosse un’autentica salvezza per l’umanità; tale dipendenza causa, per fare un esempio concreto, anche uno scarso rendimento in campo scolastico: uno studio condotto in Minnesota dall’Argosy University sulla Psicologia Professionale dimostra come molti videogiocatori saltino i compiti assegnatigli dai professori per giocare, e vari sono stati gli studenti che hanno ammesso che le loro abitudini sono spesso responsabili della bocciatura.

Tanti anche i problemi alla vista assicurati per i videogiocatori; e, come confermano altri studi condotti dal National Institute con sede a Minneapolis, la dipendenza causata dai videogiochi  aumenta incredibilmente i livelli di ansia e favorisce persino la depressione. Lo stesso si potrebbe dire tranquillamente per gli smartphones, e per i computers, che, se da un lato hanno velocizzato delle azioni, dall’altro hanno reso l’uomo più dipendente e sempre più desideroso di farne uso.

Passato come salvezza? Anziani come voci di verità o semplicemente troppa ansia causata da qualche possibile previsione? Difficile rispondere adesso; si potrà formulare un parere vero e proprio soltanto quando saranno visibili ulteriori effetti causati dall’impatto che la tecnologia ha e continuerà ad avere sull’uomo. Qualora davvero la negatività attanagliasse il quieto vivere, allora si potrebbe affermare con certezza che il recupero dei frammenti del passato sia l’unica concreta soluzione. Per adesso tante ancora le voci di corridoio circa l’argomento che confronta i due mondi.

 

Frequenta il Liceo classico Tito Lucrezio Caro di Sarno. Sin da piccolo, si appassiona alla lettura e alla scrittura e inizia a praticare anche breakdance. Oggi si diletta nell’ambito poetico e giornalistico, tra gli incessanti studi e le acrobazie della danza.