Nel ventunesimo secolo siamo protagonisti di una nuova guerra le cui armi sono tastiere, schermi e computer capaci di sentenziare e distruggere lentamente le vittime del processo più spietato della storia: il processo mediatico. I morti e feriti di queste armi aumentano a dismisura e le sentenze dettate dai media si insidiano nelle menti delle persone e si presentano come verità. La verità mediatica è più forte anche della verità processuale, è capace di etichettare le persone a vita. Raffaele Sollecito, coinvolto nel processo circa l’omicidio di Meredith Kercher, è sicuramente una vittima della gogna mediatica. Ancora oggi, dopo un lungo e complicato processo che lo dichiara innocente pesa su di lui e sulla sua vita l’etichetta di ‘assassino’. L’Associazione Forense Nova Juris, presieduta dall’Avvocato Luca Monaco, ha organizzato, tra i tanti Convegni, l’interessante dibattito dal titolo “Processo mediatico: diritto all’informazione o gogna?”; tra i relatori, il P.M. Dott. Roberto Penna, il Prof. Avv. Carlo Taormina e proprio Raffaele Sollecito. Quest’ultimo ha avuto la possibilità di parlare proprio della gogna mediatica che subisce ogni giorno, a distanza di anni: nonostante sia stato dichiarato in modo definitivo innocente, ogni giorno deve fare i conti con una realtà che gli impedisce di vivere la sua età.
Per MediaVox Magazine, abbiamo intervistato l’Avvocato Luca Monaco.
Perché, secondo lei, le persone subiscono un’influenza così forte da parte dei media, soprattutto negativamente come nel caso Sollecito?
Probabilmente questo accade perché è innata in noi la tendenza a dare più credito alle cose negative piuttosto che a quelle positive. In un caso di cronaca della portata di quello che vide protagonista Sollecito, le persone colpite dalla crudeltà dei fatti avvenuti cercano a tutti i costi un colpevole che paghi per i danni causati.
Come si supera l’impatto emotivo così forte di un processo mediatico?
Si può cercare di scomparire del tutto per dimenticare o, al contrario, raccontare la vicenda per cercare di spiegare, dal proprio punto di vista, alle persone che cosa sia effettivamente successo.
Secondo lei, è giusto che le persone si sentano in grado di “processare” qualcuno anche se solo mediaticamente?
Sicuramente no. Io ritengo che i processi vadano fatti nelle aule di tribunale dove, usufruendo di tutti i mezzi disposti dalla legge, si può poi arrivare ad una verità processuale. Ciascuno di noi, ovviamente, ha il diritto di farsi una propria idea ma non il diritto di esprimere giudizi così perentori.
I media, dunque, sono uno strumento importantissimo per l’informazione, facilitano e velocizzano le nostre vite nella quotidianità ma, se usati male, sono in grado di annientare la dignità delle persone. Il peso delle parole è troppo spesso sottovalutato. Del resto, anche solo una sola parola, a volte, può cambiare il destino di un uomo.
Intervista di Adriana Cortese, Paola Carbone e Giada Cuomo
Adriana Cortese: frequenta il Liceo classico Tito Lucrezio Caro di Sarno. La scrittura è una sua passione da sempre, passione che spera si trasformi in professione. Al centro dei suoi interessi vi è anche il cinema e la fotografia che la arricchiscono giorno dopo giorno
Paola Carbone: frequenta il Liceo classico Tito Lucrezio Caro di Sarno, nutre una profonda passione per il teatro e prova anche un certo interesse verso il giornalismo. Legge costantemente libri di fantascienza e fra i vari hobby che coltiva, vi è anche quello per l’arte.
Giada Cuomo: frequenta il Liceo classico Tito Lucrezio Caro di Sarno. Ama le lingue, in particolare l’inglese che studia da molti anni. Spera di intraprendere la carriera giuridica e di far combaciare con essa la sua passione per le lingue lavorando come avvocato all’estero.
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