Cento anni di Burri

Non Ama il Nero, 1988

Alberto BurriSono trascorsi esattamente cento anni da quando Alberto Burri nasceva a Città di Castello nel 1915. La sua professione di medico lo aveva spinto ad arruolarsi nell’esercito e gli eventi ne avevano fatto un prigioniero di guerra nel 1943.

E’ proprio a causa della guerra che un Burri disilluso, lacerato, spezzato, come solo un conflitto di portata mondiale e la prigionia sanno fare, inizia la sua prima serie figurativa. Non a caso la mostra organizzata dal Guggenheim Museum di New York in occasione del centenario della sua nascita si intitola “The trauma of painting” – il trauma della pittura. E’ la guerra a spingere Burri tra le braccia della pittura, la cui seduzione avvertirà poi nell’arco di tutta la sua vita, continuando a sperimentare, plasmare, distruggere, convertire, far rinascere la materia attraverso due elementi fondamentali: le tecniche ed i materiali.

La fase iniziale della sua pittura, in cui si avvertono ancora strascichi di realismo, seppur in linea con le tendenze espressioniste del periodo, viene ben presto abbandonata, a favore di quell’informale che segnerà la sua carriera artistica, durata circa cinquant’anni.

Tra la fine degli anni ‘40 e gli inizi degli anni ‘50 Burri realizza ed espone “Neri e Muffe”. Si tratta di una pittura quasi monocromatica, “inquieta e inquietante”, come la definisce Lorenza Trucchi ai tempi dell’esposizione nella Galleria dell’Obelisco a Roma. “Burri – continua la Trucchi – va capito così, di getto, e la sua materia, tremenda e splendida, ricca e poverissima, alchimia di colla, biacca, vernici e mistero, sentita quasi fisicamente, specialmente ora che ci giunge come una novità imprevista”. Nel 1949 realizza i “Catrami”, in cui ogni colore trova dimora in una armonia compositiva fatta di intervalli non perfettamente omogenei tra zone piatte, circoscritte in larghe campiture e grossi grumi materici. Poi, i “Gobbi”. In essi comincia la sua ricerca extra pittorica attraverso i materiali, ma anche la sua volontà di avvicinarsi di più allo spettatore, prevaricando lo spazio bidimensionale della tela, attraverso “strutture lignee […] che la deformano e la protendono nello spazio antistante” ( da “Storia dell’arte italiana” di C. Bertelli, G. Briganti, A. Giuliano). Indubbiamente, però, sono i “Sacchi” la serie più famosa del periodo, in cui “materiali di scarto [..] divennero materia e vissuto per la pittura”. Si tratta, appunto, di oggetti di recupero. Già usati. Consunti. Emblema e testimonianza del risultato impietoso del tempo che trascorre, consuma, divora. Nei primi “Sacchi” Burri cerca ancora di velare, diluire l’impatto provocatorio del sacco attraverso l’elemento nobile del colore. In seguito, esso viene lasciato nudo nella sua superficie in fibra sfilacciata ed ingiallita, a fare bella mostra di sé accanto alle zone dipinte. Il sacco diventa emblema dell’essere. Le modifiche e le trasformazioni sulla sua superficie, infatti, lasciano trapelare delle azioni compiute non dall’artista, ma dall’esistenza stessa della materia che, in quanto esistente e “viva”, è soggetta al naturale degrado delle cose, di cui le opere di Burri diventano vetrina significante.

Nelle serie successive – “Legni”, “Combustioni”, “Ferri” , “Plastiche” – un altro medium viene esplorato: il fuoco e l’azione dell’artista si fa più incisiva, determinante. Burri interviene direttamente sulla materia creando bruciature, distorsioni, deformazioni, squarci, ferite che lui stesso cerca di curare e ricucire, quasi l’opera fosse carne viva soggetta a sutura. In “Ferri” Burri sdogana un materiale solitamente accostato alla scultura: il ferro, appunto. Con esso Burri lavora per incastro, distorcendo e sovrapponendo le lamiere metalliche. Le “Plastiche”, invece, apice del suo percorso con il fuoco, sono state definite da G. C. Argan “grandi sbadigli aperti sul niente”. Allontanandosi totalmente dagli strumenti tradizionali dell’artista, che erano presenti nelle opere precedenti, seppur in maniera non convenzionale (come i sacchi di juta a ricordare la tela), ora ancora di più Burri preferisce fare della materia la sua opera, piuttosto che rappresentarla o alluderne la presenza. “Per Burri la materia è già di per sé forma” (G. Serafini) ed è essa stessa a diventare icona, immagine, opera.

Gli anni ‘70 si aprono a un’esplorazione ancora diversa nelle tecniche e nello stile. Le serie – “Cretti” e “Cellotex” – sono più calligrafiche, più essenziali. I “Cretti” sono realizzati esclusivamente in bianco o in nero e sembrano ricordare la terra nel suo sfaldarsi, spaccarsi sotto il peso di forze primordiali, quasi magma pietrificato uscente dal cuore della Terra. I “Cellotex”, invece, portano allo scoperto, dinanzi allo sguardo fremente dello spettatore, un materiale di matrice industriale che aveva sempre avuto un ruolo marginale. Burri lo riconverte all’estetica, rendendolo immagine, simulacro. I “Cellotex” mostrano una volontà architetturale dell’opera di Burri che troverà poi spazio nella disposizione delle sue collezioni all’interno degli Ex Seccatoi del Tabacco a Città di Castello, divenendo esempio perfetto di opera d’arte totale.

Dopo un breve ritorno alla pittura e alle sue espressioni attraverso la serie “Sestante”, il suo ultimo ciclo pittorico ha l’emblematico nome di “Annottarsi”. I titoli di Burri sono per lo più essenziali, concreti, tautologici nel loro indicare la materia, ma per “Annottarsi” si può parlare di un’eccezione. Il titolo rimanda ad un farsi notte, dell’arte e dell’uomo, dunque dell’esistenza. Le opere sono monumentali nella loro alternanza di grigi e neri ed esprimono solennità e volontà di quiete, di silenzio, di armonia nell’incastrarsi perfetto del colore nelle forme e viceversa.

Nonostante le lunghe sperimentazioni attraverso i materiali e le tecniche, sono molti a definire l’arte di Burri come caratterizzata da una omogeneità senza eguali, come un continuum di poetica, al di là delle variazioni stilistiche. Serafini, ad esempio, parla di un’arte che resta “identica nel suo DNA pur nella strepitosa varietà di linguaggio”.

Figura di spicco nell’Informale europeo ed internazionale, fondatore insieme a Ballocco, Capogrossi e Colla del gruppo “Origine”, precursore di tendenze quali il New Dada, la Pop Art ed il Minimalismo, diversi dei quali gli sono debitori per molti aspetti, Burri ha sempre rifiutato le interviste e non ha mai voluto parlare delle sue opere o della propria poetica. Dovevano essere i quadri a parlare, non lui. In questo centenario dalla sua nascita sono state diverse le iniziative promosse in tutto il mondo, a sugellare l’incidenza che tale artista ha avuto nel firmamento dell’arte italiana e non.

Come dice G.Serafini, “l’ultima parola su Burri l’ha detta Burri stesso”. Ai posteri non resta che ripeterla all’infinito, perché non se ne perda la memoria.

Per maggiori informazioni riguardo le iniziative in occasione del centenario: http://www.burricentenario.com/

Laureata in Storia e Critica d'arte presso l'Università degli Studi di Salerno, ha partecipato in qualità di critica d'arte a diverse esposizioni, recensendo artisti nazionali ed internazionali. Ha collaborato, inoltre, con diversi giornali locali, sia cartacei che online, pubblicando articoli di carattere socio-culturale.