Le maschere dell’Italia Meridionale. Al Sud trionfa la maschera di Pulcinella, noto comunque in tutta Europa. In Inghilterra lo chiamano Punch, in Spagna Don Cristobal, in Turchia Karaghoz, in Russia Petruska, in Francia Polichinelle. Chi è questa creatura dai mille nomi e dalle mille identità? Il suo identitik resta un mistero: Pulcinella è stolto eppure prende in giro gli altri, è ingenuo eppure sa sempre come cavarsela, ha il colore bianco e quello nero sul suo volto e nel suo abbigliamento, rischia la morte per fame e persecuzione ma è sempre lì, vivo e vegeto, alimentato da mille e una vita. Insomma, Pulcinella è filosoficamente tutto e niente: nessuna terra è per lui incognita, tutto egli è pronto a fare e a pensare. La maschera di Pulcinella è stata resa famosa ufficialmente dall’attore Silvio Fiorillo con la sua commedia La Lucilla costante con le ridicole disfide e prodezze di Policinella, scritta nel 1609, ma pubblicata soltanto nel 1632 dopo la morte dell’autore. Pulcinella dopo Silvio Fiorillo divenne una vera e propria star della Commedia dell’arte.
Alcuni studiosi hanno sottolineato il carattere archetipale di Pulcinella. Ad esempio, il Bieber lo fa nascere intorno al IV secolo a.C., in quanto sostiene che egli è un discendente di Maccus, una maschera delle Atellane romane, dal naso adunco e dal volto bitorzoluto. Queste caratteristiche comunque rendono Pulcinella liminare, cioè una creatura di “soglia” e di “frontiera” fra il regno umano e il regno animale: il suo nome stesso (con la sua variante di Polliciniello) richiama un piccolo pulcino, mentre il suo naso ricurvo lo assimila ad una gallina. Animale, questo, antropologicamente pregnante, perché è considerato “psicopompo”, vale a dire accompagnatore delle anime dei morti nell’Aldilà.
Recentemente Tommaso Esposito, muovendosi tra mito e realtà, ha ripreso una suggestiva tesi dell’Abate Ferdinando Galiani, il quale, nella voce Polecenella del suo Vocabolario, riporta la nascita di Pulcinella a un singolare fatto di cronaca, avvenuto nel XVII secolo. Egli scrive, infatti, che una compagnia di commedianti, passando per Acerra, fu attratta e sopraffatta dai frizzi e dai lazzi di un gruppo di vendemmiatori, tra cui si segnalava per arguzia e pregnanza della gestualità -oltre che per la singolarità del fisico e dell’abbigliamento- un certo Puccio d’Aniello, che i commedianti poi invitarono a far parte della compagnia con grande successo presso il pubblico. Dal nome “Puccio d’Aniello” sarebbe poi derivato il nome stesso di “Pulcinella”.
E così Pulcinella porta in giro nel mondo l’alienante emarginazione dei deboli e l’atavica fame dei poveri. Egli sogna non di essere un potente della Terra, ma di saziare il suo endemico desiderio di mangiare. Mangiare all’infinito. Spesso il commediografo napoletano Francesco Cerlone (1730-1812) lo fa salire sul palco, facendogli pronunciare un elenco assurdo e travolgente di pietanze, che egli dice di aver mangiato, mentre in realtà le ha solo desiderate e sognate. E contro Pulcinella, affamato e denigrato, tutti e tutto si accaniscono. Nelle varie commedie in cui è protagonista egli è vittima delle vessazioni più varie ed efferate: viene picchiato dagli sbirri, assassinato dai malviventi, impiccato dal boia, portato via dal diavolo. Eppure, improvvisamente ed infallibilmente con un coup de théâtre Pulcinella ritorna sulla scena, invulnerabile, anzi immortale, con il suo volto tragico e comico, a testimoniare quanto la vita sia dura fatica, ma, al tempo stesso, un’avventura splendida da vivere fino in fondo
Una variante di Pulcinella è la maschera della città di Sarno (Salerno): Alesio. Essa era rappresentata da una persona mascherata, che, recando in mano un vaso da notte contenente maccheroni, avanzava ritmicamente, mentre tutti ironicamente lo imitavano, fra la folla, portando un lungo camice bianco e il volto dipinto metà giallo e metà azzurro. L’azzurro e il giallo infatti sono “incisi” sul suo volto come lungo un confine, che segna ma inter-relaziona due territori. Il primo (l’azzurro) è il regno del notturno e dell’infinito, dell’immateriale (entrare nell’azzurro significa “passare” come dall’altra parte di uno specchio) e del puro (è il colore della Vergine per eccellenza, la Madonna); il secondo (il giallo) è il regno del diurno e del solare, del terragno e del materiale (il Sole, quando tramonta e muore, si colora di giallo arancione). La verticalità, poi, è altamente simbolica, in quanto esprime bellamente l’ascesa verso l’Alto.
Azioni teatrali, musiche e danze di Carnevale. Al Carnevale è collegata una ricca tradizione teatrale, musicale e coreutica. Per questo aspetto della festa rimaniamo in Campania. Vera e propria azione teatrale, diffusa tra l’Agro nocerino-sarnese e l’Avellinese, è la storia di Zeza, che -contro il volere del marito, indicato con il nome di Pulcinella o Mariniello- riesce a far sposare sua figlia Vecenzella, detta anche Culuzzella, bella e smaniosa, con don Nicola,uno studentello, che, disviato dalla passione, non riesce più a connettere: il consenso alle nozze si traduce in un invito collettivo ad un sontuoso convito. Sintomatico è il contrasto fra i due personaggi maschili, il debole Mariniello e lo stupido don Nicola, entrambi personaggi piatti di fronte al prorompere, nelle protagoniste femminili, dell’Eros, la cui esplosione è ampiamente legalizzata (Zeza dice alla figlia: “La voglio far divertire con cento innamorati”). Luoghi canonici della rappresentazione della Zeza sono Avella e Mercogliano (Avellino), centro in cui la farsa teatrale, che risale al ‘600, è rappresentata da tutti attori maschi.
A livello coreutico, va detto che molti degli elementi succitati si ripresentano, mescolati, nel laccio d’ammore, diffuso nel Casertano e nell’Avellinese (con centro ad Avella): si tratta di una martellante quadriglia, in cui le coppie di danzatori intrecciano e dipanano 24 lacci pendenti da una pertica, dall’evidente significato fallico. Unica nel suo genere è l’antichissima sfilata delle Quadriglie a Palma Campania (Napoli): ognuna di esse, formata da un fittissimo gruppo di elementi (da 100 a 300 unità), accompagnata da un carro mono-tematico, avanza, in mezzo a due ali di folla inneggiante, tra canti e suoni tripudianti. E infine a Montemarano (Avellino) diaboliche e rosse maschere in corteo intonano frenetiche tammurriate, compiendo ritmicamente il gesto dello specchiarsi, azione, che, come scrisse Annabella Rossi, esprime il tentativo di una esorcizzazione nei confronti del Negativo nella Storia.