QUATTRO CHICCHIERE CON ROBERTO GIARDINA
Palermitano, si trasferì a Torino lavorando come redattore a “La Stampa” e direttore editoriale alla “Rusconi” per poi trasferirsi ad Amburgo e a Parigi. Vive in Germania dal 1969 come corrispondente de “Il Resto del Carlino” e “La Nazione”. Esperto di cultura tedesca. E´ autore di romanzi e saggi, tradotti in Germania, Francia, Spagna. Tra le sue opere recenti ricordiamo i romanzi “Il mare dei soldati e delle spose” (Bompiani 2010), “Pizza con crauti” (Mondadori 2006), “Pfiff” (Imprimatur 2016) e i saggi “L´altra Europa, itinerari insoliti e fantastici di ieri e oggi” (Bompiani 2004), “L´Europa e le vie del Mediterraneo, da Venezia a Istanbul, da Ulisse all´Orient Express” (Bompiani 2006).
In Germania è uscito “Guida per amare i tedeschi”, “Anleitung die Deutschen zu lieben” (Argon e Goldmann), “Complotto Reale” (Bertelsmann) e “Lebst du bei den Bösen?”, vivi tra i cattivi? Nel 2019 ha vinto il Premio Borgese per il teatro con il testo “Monologo con il figlio.”
Che cosa l’ha spinta a lasciare l’Italia?
Non sono stato spinto a lasciare l’Italia. Ero agli esteri alla Stampa, e il passo successivo era diventare corrispondente all’estero un salto enorme per un giovane. Accadde quasi un miracolo. Incredibile. Nello stesso pomeriggio, Alberto Ronchey, il mio direttore, mi incontrò nel corridoio che conduceva alla tipografia e mi fermò: “Qui lo dico, e qui lo nego, ti vorrei mandare a Londra. Naturalmente allo stesso stipendio di Torino, lavorare all´estero per la Stampa è un onore.” Ero d´accordo, anche se a Londra sarei stato il numero due o tre. Tornai alla scrivania, e mi telefonò Angelo Del Boca, che era vicedirettore al “Giorno”. Lo conoscevo perché eravamo stati insieme alla “Gazzetta del Popolo”, io cronista agli inizi. Lui grande inviato. “Vuoi andare in Germania per noi?” mi chiese. Decisi che avrei accettato il primo contratto che mi fosse stato presentato da firmare. E fu Germania, ad Amburgo, a neanche 29 anni, con stipendio triplicato, e numero uno. Cominciò così.Quali sono state le motivazioni che hanno inciso sulla sua scelta di stabilirsi in Germania?
Per me il lavoro in redazione dalle 20 alle due di notte, anche dopo se da qualche parte nel mondo avveniva qualcosa d´importante, era un incubo. Ma i corrispondenti erano tutti oltre i 40 anni. Da Amburgo ero capo di me stesso, libero, e allo stesso tempo più impegnato. Allora si era molto competitivi. Alla Stampa e al Giorno si era convinti di essere i migliori in Italia, ed era vero. Ma la mattina dopo si confrontavano i giornali, e dovevi dimostrare di avere ragione, se tutti scrivevano il contrario.Quali sono gli aspetti che più ama della sua seconda patria?
Ad Amburgo mi sentii a casa mia, appena giunsi in auto da Torino, sull´Alster, il lago al centro della città…era la fine di maggio, le barche a vela, le bandiere al vento. Sembrerà pazzesco, ma Amburgo e la mia Palermo, due porti, per me avevano la stessa atmosfera. La domanda richiederebbe una lunga risposta: i tedeschi non sono perfetti, perché dovrebbero esserlo, ma sono affidabili, rispettano le tue qualità se le hai. Ti rispondono a muso duro no, ed è possibile uno scontro che porterà comunque a un risultato. In Italia ti scontri contro un muro di gomma.E invece quelli che ama di meno?
La mancanza di flessibilità, nel bene e nel male. Naturalmente si generalizza, ma in complesso i tedeschi non sono elastici. Il che non significa che si debba giungere a compromessi poco onorevoli.In virtù della sua esperienza professionale, ha rilevato delle differenze tra l’essere giornalista in Italia e in Germania?
Ormai la mia esperienza in Italia è lontanissima. Il lavoro in Germania è stato subito completamente diverso. A Torino ero stato cronista, e poi redattore. Ma furono due scuole importanti. Se sei giornalista, rimani cronista tutta la vita, affronti la realtà, e cerchi di capire, in un quartiere torinese, o domani a Mosca. Come redattore, alla Stampa c´era un controllo durissimo sulla scrittura, con parole vietate, oppure evitare tre genitivi di seguito, non usare mai aggettivi se non in rari casi. Non è solo una questione di stile: ti abitua a scrivere in modo freddo, elegante eppure diretto. In Germania il giornalismo, quello dei quotidiani, il mio, cerca meno gli scoop, non importa la velocità ma la precisione.“Nonno, tu vivi tra i cattivi?” Questa è l’ingenua domanda che sua nipote le pose e divenuta poi il titolo di un suo libro. Ci illustri il messaggio del suo libro…
Il titolo del libro è del mio editore tedesco a cui piacque la telefonata di mia nipote, a otto anni, spaventata perché vivevo tra i cattivi tedeschi, tutti nazisti? Poi ho in parte trasformato il testo in un colloquio tra me e Francesca, negli anni, oggi va all´Università. Non è un libro per ragazzi, una giovane di 18-19 anni è una donna, un suo coetaneo non è ancora un uomo. Le spiego perché ho vissuto tanti anni ad Amburgo a Bonn a Berlino. Ai tedeschi è piaciuto guardarsi come in uno specchio attraverso il mio libro. In Italia, non ho trovato un editore. Vogliono solo libri contro i tedeschi. Peccato.Qual è il bilancio della sua vita in Germania?
Non mi piace fare bilanci, mi sembra sempre di avere tutto il tempo innanzi a me. E ormai io non vivo a Berlino o a Roma, vivo in un continuo viaggiare tra le mie città, e dentro me stesso.Ci parli di un oggetto (un piccolo quadro, una fotografia, un oggettino scaramantico oppure una statuetta) a cui è particolarmente legato e che le ricorda la sua bella Sicilia…
Ho due stampe, una grande della Sicilia, del Settecento. E una piccola, un´incisione del lungomare di Palermo prima delle bombe. Non esiste più, lo ricordo ancora anche se mio padre mi ci portò a passeggio quando dovevo avere un paio d´anni. Mi ero comprato un piccolo olivo che tenevo sulla mia finestra, nello studio. Ma come prevedeva Fernanda, mia moglie, è morto. Per colpa mia, non ho il pollice verde. Ma forse era kitsch, tenermi un olivo come simbolo della mia Heimat isolana.E per finire, che cosa le manca di più dell’Italia?
Mi manca l´odore del mare.
QUATTRO CHICCHIERE CON ROBERTO GIARDINA