Con il Giovedì Santo inizia, soprattutto nel Meridione d’Italia, il cordoglio penitenziale per la morte di Cristo, evento unico, eccezionale e cosmico, nel quale confluisce il dolore per le morti individuali. Come nei giorni precedenti al sacro triduo (costituito dal periodo tra Giovedì a Sabato), la casa dei singoli fedeli viene addobbata per anticipare la Passione del Cristo, così dal giorno di Giovedì Santo la chiesa, casa di Dio, viene preparata in modo tale da esprimere anche esteriormente e simbolicamente il cordoglio per la morte di Cristo.
Il tabernacolo resta vuoto, in quanto le Sacre Specie sono riposte in un’urna, che funge da sepolcro, mentre i colori vivaci scompaiono dall’interno del tempio e le luci sono soffuse e ridotte. Nelle chiese, ma in modo particolare per le strade, in genere accanto o davanti alle edicole votive (luoghi deputati che indicano uno spazio protetto, di contro a quello minaccioso costituito da tutta l’area lontana dall’edicola stessa) vengono allestiti i sepolcri, che costituiscono una sorta di camera ardente della “salma” del Cristo. Si tratta di strutture in legno ricoperte da drappi e adornate di fiori e di tipici piatti o vasi, nei quali sono stati piantati cereali -in genere grano- o legumi, fatti germogliare al buio (ritorna il tema dell’assenza della luce che caratterizza questa giornata), affinché essi assumano un colore chiaro, tra il giallo e il verde.
Tipici sono taluni usi singolari collegati a questi sepolcri. Ad esempio, in Calabria, a Parghelia (Catanzaro) si usava mangiare lattuga e bere vino presso il sepolcro, oppure a Mandaradoni di Briatico (Catanzaro) il grano dei sepolcri viene sotterrato, insieme al rami d’olivo benedetti nella Domenica delle Palme, nei campi di grano e nei vigneti per ottenere un buon raccolto .
L’usanza dei vasi con il grano davanti ai sepolcri è stata collegata da James Frazer ai famosi giardinetti di Adone. Il grano, innaffiato ogni due giorni e cresciuto rapidamente, viene posto davanti ai sepolcri di Cristo, proprio come i giardini di Adone venivano posti sulla tomba del dio morto. I sepolcri vengono poi visitati dai fedeli secondo il rito dello struscio: così viene tuttora chiamata la lenta visita, che i fedeli compiono presso tutti i sepolcri del proprio paese. Molto congruo sembra il rilievo delle analogie fra lo struscio e l’arcaica cadenza del passo funebre processionale dei rituali funebri greco-romani. Le analogie sono da ravvisare nella lentezza del procedere, che ritroviamo in alcune processioni dell’Italia Meridionale. Lo struscio, in questo riprendere dimenticate gestualità, realizza un adeguamento del movimento del corpo ad un ritmo di sospensione della normalità, come se il corpo scivolasse lentamente in una dimensione extra-umana, in cui tempo e spazio sono superati.
La processione penitenziale più nota del Giovedì Santo, che si protrae fino al Sabato, è quella che si svolge a Taranto. Essa è preceduta, fin dalla Domenica delle Palme, da una gara fra i devoti: gli iscritti alle varie Confraternite si contendono, facendo offerte in danaro, l’appannaggio dell’essere portatori della statua dell’Addolorata. Anche il momento della gara è degno di nota, in quanto -diversamente da altri rituali- le offerte vengono proferite in Chiesa e ad alta voce e soprattutto dopo aver impugnato la tròccola, strumento di legno, che produce un rumore lacerante ed è custodito in un apposito astuccio (è ipotizzabile un ricordo dei “sacri arredi”, segretamente custoditi, tipici dei riti misterici orientali e pagani).
La processione dell’Addolorata prende l’avvio dalla Chiesa di San Domenico a mezzanotte del Giovedì e dura per tutta la notte ed oltre, per circa quindici ore; alle 17 del Venerdì poi dalla Chiesa del Carmine escono i Misteri e gli incappucciati, chiamati perdùne, penitenti tutti in mantello e cappuccio bianco. Essi, a piedi nudi e spesso con una corona di spine in testa, sono accompagnati dai rappresentanti delle Confraternite con i loro suggestivi costumi in velluto. Essi avanzano lentamente, seguiti da una marea di folla, che allo stesso modo si muove con una lentezza simile ad un dondolio, chiamato in dialetto tarantino nazzicare. E’, questo, un momento di grande socializzazione, in cui il singolo si sente parte di una comunità viva e sorretta dalla fede nei grandi Valori.