L’INCANTO ALL’OMBRA DEL VESUVIO

I siti delle leggende napoletane di Matilde Serao

Scrittori & Leggende

Ne ho conosciuta una, io; si chiamava Annarella, faceva tre case al giorno, a cinque lire: alla sera era inebetita, non mangiava, morta dalla fatica, talvolta non si svestiva per addormentarsi subito. Queste serve hanno trent’anni e ne dimostrano cinquanta, sono curve, hanno perso i capelli. Non si lamentano, non piangono: vanno a morire, prima di quarant’anni, all’ospedale, delle più orrende malattie“.

Così scriveva nel 1884 la grande giornalista e scrittrice Matilde Serao nel suo celeberrimo Il ventre di Napoli. Un pamphlet, che denunciava i mali della città, a cui bisognava porre rimedio non tanto sventrando il capoluogo partenopeo con l’abbattere i quartieri della “vergogna”, quanto sventrando, cioè liberando, la cultura dei Napoletani dal disviante macchiettismo di una Napoli tutta pizza, tarantella e sole mio. Di qui quel tono di angoscia, che è nella vita delle persone e, soprattutto, dei luoghi di Napoli.

Se rivisitiamo oggi questi posti con gli occhi dolenti della Serao, essi ci appaiono diversi, rivelando di che lagrime grondi e di che sangue la cultura napoletana. E, per compiere questo ideale itinerario, dobbiamo sfogliare le poetiche, pagine delle sue Leggende napoletane (1881). Cominciamo dalla Sirena da cui deriva uno dei nomi con cui si indica la città di Napoli: Parthenope. La Serao narra il suo amore della fanciulla per Cimone, da questi corrisposto ma avversato dal padre di lei: perciò i due giovani fuggono sui flutti verso terre inospitali. Tornarono essi mai sui lidi napoletani? Nessuno l’ha mai saputo, ma tutti li aspettano. E vi è chi giura di aver visto i due innamorati abbracciati sulla collina di Posillipo o di aver scorto l’ombra della bella Sirena errar sulla spiaggia, affacciarsi sul Vesuvio, smarrirsi sui pendii delle colline.

Le colline, appunto: un’altra struggente leggenda. I colli di Poggioreale, Capodimonte, San Matteo e Vomero erano, nel racconto della scrittrice, quattro fratelli, tutti innamorati della stessa donna, che però misteriosamente scomparve. Fiorisce la primavera, si infiamma l’estate, piange l’autunno, si incupisce l’inverno; e i quattro giovani, che attendono invano il ritorno della fanciulla, sono tramutati in immobili colli che attendono il fatale ritorno delle stagioni.

E, così pure, tragiche vicende d’amore sono all’origine della storia dei nomi di Posillipo e Nisida: il primo è un malinconico giovane invano innamorato della glaciale fanciulla. Egli, per sfuggire alla sofferenza della vista di Nisida, che le sta di fronte, si getta nel mare per finire la sua vita. Ma i fati lo lasciano a mezz’acqua, mutando lui in un poggio che si bagna nel mare e lei in un’isola che gli sta dirimpetto.

Stesso finale tragico è quello della leggenda di Vesuvio e Capri, figli di due famiglie rivali. I genitori della giovane Capri decisero di imbarcarla su una nave per farla andare in una contrada straniera; ma ella, appena fu fuori del porto, si lanciò nelle onde, da cui uscì trasformata in isola azzurra. E Vesuvio, quando seppe la triste novella, cominciò ad emettere, per la bollente collera, caldi sospiri e lacrime di fuoco, divenendo così un prorompente vulcano. E, ogni volta che fa uscire fumo e lava, è perché freme per non poter raggiungere Capri che gli si staglia di fronte.

Le acque delle fontane, poi, son tutte lacrime d’amore. La Fontana di Monteoliveto, sita nell’omonimo Largo, si alimenta con il pianto di una pia suora che soffriva per la Passione del Cristo, mentre la Fontana del Leone, che dà il nome a una Piazzetta, convoglia le lacrime di un principe, a cui morì un leone, l’ultimo amico che gli era rimasto.

Ed infine altre acque: quelle del mare. E’ vero, il mare non bagna Napoli: è Napoli che bagna il mare con le sue lacrime. Il mare assume, per la Serao, colori e calori diversi, a seconda del rione che esso lambisce. E così, il mare del Carmine è il mare storico e cupo, che ha visto tante grandi tragedie, da Corradino di Svevia a Masaniello; il mare di Santa Lucia è amante e amato, risonante dei canti delle donne sotto il sole ardente; il mare del Chiatamone è quello dei paesaggi nordici con i suoi lacerati scogli, è il mare dei nostalgici, dei malinconici, degli innamorati dell’Infinito.

 

 

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Laureato in Lettere classiche e in Sociologia, docente di Italiano e Latino al Liceo Classico di Sarno, giornalista pubblicista, ha insegnato “Linguaggio giornalistico” all’Università di Salerno. E’ autore, tra l’altro, di due storie della letteratura italiana e de “Il Labirinto e l’Ordine” (Commento integrale alla “Divina Commedia”), di testi teatrali e saggi sulle tradizioni popolari. Il suo manuale “Le tecniche della scrittura giornalistica” (Ed. Simone) è citato nella Bibliografia della voce della Enciclopedia Treccani “Giornalismo”, appendice VII – 2007. Ha scritto "La città che urla segreti", il thriller storico ambientato nella Napoli misteriosa (Guida Editori).